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Don Lino, oltre la «condanna» di Patriciello: chi rende invivibile la vita dei preti?
Chiesa cattolica18 agosto 2026

Don Lino, oltre la «condanna» di Patriciello: chi rende invivibile la vita dei preti?

Dopo la morte del sacerdote trentino, Avvenire si interroga sulla cura del clero mentre don Maurizio Patriciello invoca una «condanna ferma» del gesto. Ma il caso impone di guardare anche a ciò che accade prima: isolamento, conflitti nei presbiteri, trasferimenti contestati e responsabilità di chi governa le diocesi.

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Città del Vaticano - Il 12 agosto don Lino Zatelli, per venticinque anni parroco della Clarina a Trento, è stato trovato senza vita nella canonica di San Carlo Borromeo. Aveva settantacinque anni e da alcuni mesi era al centro di una vicenda che aveva mobilitato centinaia di fedeli: la diocesi gli aveva comunicato il trasferimento a Zambana, e una petizione popolare aveva chiesto, invano, di rivedere la decisione. Si ipotizza un atto volontario. L'autopsia non ha ancora restituito una versione definitiva, la diocesi mantiene un riserbo quasi totale e la parrocchia altrettanto. Cinque giorni dopo, il 17 agosto, il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire ha pubblicato un intervento di don Maurizio Patriciello dal titolo «La fine di don Lino e la domanda che resta: chi si prende cura dei preti?».  

L'editoriale si apre rivolgendosi al sacerdote scomparso: «ci hai fatto piangere». È una frase che ritorna, in varianti diverse, lungo tutto il pezzo. Chi scrive un'orazione funebre, o un testo che le somiglia da vicino, colloca inevitabilmente qualcosa al centro della propria prosa. In questo caso quel centro sembra occupato dal pianto di chi resta più che dalla vita di don Lino, dal suo valore intrinseco, dalla domanda su cosa lo abbia condotto fin lì. È una differenza sottile ma tutt'altro che trascurabile: ricordare a chi si è tolto la vita il dolore che ha provocato, prima ancora di affermare che quella vita valeva comunque, sposta il peso morale dell'accaduto sulla comunità che piange piuttosto che sull'uomo che ha sofferto, spesso in solitudine, fino a quel gesto.

Poco più avanti compare però il passaggio che lascia davvero interdetti: l’atto, si legge, meriterebbe una condanna ferma, senza alcuna attenuante. 

È un lessico difficilmente conciliabile con quella misericordia di cui lo stesso autore, peraltro, si è più volte fatto portavoce. Ma soprattutto trascura un elemento ormai acquisito dalla stessa riflessione morale della Chiesa: il suicidio non può essere giudicato prescindendo dalle condizioni psichiche e dalla libertà concreta della persona. Il Catechismo, ai numeri 2282 e 2283, riconosce espressamente che gravi disturbi psichici, l’angoscia o il timore grave possono attenuare la responsabilità di chi si toglie la vita e invita a non disperare della sua salvezza. È precisamente per questo che una «condanna ferma, senza attenuazioni», pronunciata davanti alla morte di una persona della cui sofferenza interiore sappiamo ancora così poco, appare tanto più problematica.

Solo poche settimane fa, peraltro, il cardinale Blase Cupich ha inaugurato a Chicago un memoriale per le vittime del suicidio proprio per ribadire quel principio. Condannare un gesto compiuto da un uomo verosimilmente sopraffatto da una sofferenza che nemmeno lui riusciva più a nominare significa collocarsi dalla parte sbagliata di una storia che la Chiesa, faticosamente, ha imparato a raccontare con più misericordia.

Le linee guida internazionali sulla comunicazione del suicidio, che ogni giornalista serio dovrebbe osservare quando affronta un tema tanto delicato, indicano una direzione opposta: restituire la complessità dei fatti invece di formulare sentenze, evitare il linguaggio moralistico e impedire che il giudizio preceda la comprensione.

Nell’editoriale del sacerdote campano seguono pagine di meditazione sincera sulla vocazione sacerdotale, sull'inquietudine che accompagna chi si sente chiamato, sulla fragilità che la vecchiaia porta con sé. Sono parole che si leggono volentieri, ma restano sospese, quasi il caso concreto di don Lino fosse un'occasione per un discorso più ampio sul sacerdozio piuttosto che il suo oggetto reale. Del trasferimento contestato, della petizione dei parrocchiani, del modo in cui la diocesi ha gestito una vicenda che, secondo diverse cronache locali, aveva già segnato profondamente il sacerdote nei mesi precedenti, non resta quasi traccia. L'editoriale si chiude con un invito reciproco a sostenersi, a fidarsi, a volersi bene. Sono parole sentite, probabilmente sincere, che però restano sul piano dell'esortazione: non indicano un’inversione di marcia, non offrono un ripensamento sulla formazione presbiterale, non esortano vescovi e clero a rivedere come realmente viviamo nel nostro presbiterio e nelle comunità monastiche e religiose. Insomma, sono solo parole.

Sembra che qualcuno continui a non voler vedere che tragedie di questo tipo non maturano nel vuoto. Maturano anche dentro ambienti ecclesiali nei quali certi comportamenti vengono tollerati per anni come se fossero normali. Ci sono presbiteri che trascorrono il loro tempo sui social a insultare, insinuare, spargere voci sui confratelli; sacerdoti che, invece di dedicarsi alla preghiera e alla pastorale, sviluppano vere e proprie ossessioni nei confronti di altri preti o di laici, li perseguitano, ne sorvegliano i movimenti, alimentano maldicenze e contribuiscono a creare divisioni nel presbiterio. La parrocchia, del resto, non la vogliono neppure, e i vescovi si guardano bene dall’affidargliene una. Però li tengono nel presbiterio, liberi di alimentare divisioni e, nel frattempo, di continuare a gravare sulle casse del Sostentamento del Clero.

Ci sono parroci che non rivolgono la parola al confratello della parrocchia accanto perché «non celebra bene come celebro io» oppure perché «io voglio fare il cerimoniere ma lui mi ha detto che non posso». E poi ci sono vescovi che non ascoltano i propri sacerdoti, oppure, peggio ancora, alimentano rivalità, riferiscono all’uno ciò che avrebbe detto di loro quell’altro e finiscono per trattare la vita dei propri preti come materiale da amministrare nelle dinamiche del gossip di Curia.

Sono realtà che don Patriciello non prende nemmeno in considerazione, forse perché affrontarle significherebbe toccare responsabilità molto meno comode e urtare sensibilità protette anche da qualche zucchetto rosso. Eppure, è anche dentro questo clima di isolamento, conflitto, delegittimazione e solitudine che possono maturare condizioni di sofferenza devastanti. Prima di domandarsi chi debba prendersi cura dei preti quando ormai è troppo tardi, bisognerebbe allora avere il coraggio di chiedersi chi abbia contribuito, giorno dopo giorno, a rendere invivibile la loro vita. E soprattutto: quando un prete arriva a compiere questo gesto, di chi è la responsabilità?

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Si sarebbero potute spendere, sul quotidiano dei vescovi italiani, parole sulle strutture di ascolto per il clero che non siano il “lungo orecchio del vescovo nella coscienza dei propri preti”, di un servizio di supporto psicologico stabile, di una revisione dei criteri con cui le diocesi decidono i trasferimenti dei sacerdoti. La retorica della fraternità, ripetuta a ogni lutto, rischia di esaurirsi nello spazio di un articolo, senza lasciare traccia nelle prassi quotidiane.

Senza dimenticare un’altra deriva alla quale molti, anche fra i sacerdoti, hanno ormai dato libero sfogo: parlare di tutto e di tutti senza conoscere davvero le persone, le loro storie e ciò che hanno attraversato. Di don Lino, per esempio, si parla molto meno. Non è accaduto ciò che si è visto per don Matteo, quando le bacheche si sono riempite improvvisamente di ricordi e dichiarazioni d’amicizia da parte di persone che, in molti casi, neppure lo conoscevano davvero.

Anche questa differenza di trattamento dice qualcosa e avrebbe una sua spiegazione. Ma nominarla significherebbe probabilmente urtare la sensibilità del quotidiano dei vescovi, così progressista quando si tratta dei temi che sceglie di considerare tali. Del resto, come direbbe qualcuno qui dentro, «certe cose si fanno, ma non si dicono».

Il paradosso è che questi appelli alla concordia arrivano da un presbiterio che, in diverse diocesi italiane, tollera da tempo la presenza di figure tutt'altro che fraterne. Ci sono sacerdoti che hanno trasformato i social in un terreno di caccia permanente, dove si insultano confratelli e laici, si insinua, si costruiscono retroscena morbosi attorno alla vita privata e all'orientamento sessuale altrui, si specula pubblicamente su ciò che dovrebbe restare nella riservatezza della coscienza. È un clero, in molti casi, immaturo, incapace di vivere con serenità la propria chiamata, e per questo portato a rendere la vita difficile a chi gli sta accanto: c'è chi insegue le telecamere, chi rincorre i social, chi cerca i titoli dei giornali, chi si circonda di politici, con la stessa fame di visibilità che poi si rimprovera, a parole, negli altri. Non è un fenomeno diffuso in modo uniforme, e sarebbe ingeneroso generalizzare: molti vivono un ministero silenzioso e onesto. Ma quella parte rumorosa esiste, viene tollerata, infesta anche quella parte sana e il suo linguaggio fatto di giudizio permanente sulla vita altrui, sull'idoneità pastorale del confratello, sulla sua fede più o meno autentica, somiglia sorprendentemente al lessico che un editoriale come quello di Patriciello dichiara di voler superare.

C'è infine il silenzio, che avrebbe forse meritato più attenzione di quanta gliene sia stata riservata finora. La dinamica esatta della morte di don Lino Zatelli resta ignota. I risultati dell'autopsia non sono stati resi pubblici. La diocesi di Trento si è limitata a un ricordo affettuoso e generico del sacerdote, senza affrontare la questione del trasferimento contestato né quella del suo stato d'animo negli ultimi mesi. La parrocchia, comprensibilmente scossa, non ha aggiunto altro. È un riserbo che finisce comunque per alimentare sospetti e ricostruzioni non verificate, cioè proprio ciò che quel silenzio vorrebbe evitare. Don Lino non è il primo sacerdote a togliersi la vita, non è un caso isolato, e difficilmente sarà l'ultimo se qualcuno non “prenderà il toro per le corna”.

Raccontare la morte di un confratello con il linguaggio della condanna, per quanto addolcito da parole d'affetto, tradisce qualcosa di più profondo di un semplice difetto di stile: rivela uno sguardo che continua a giudicare prima ancora di aver compreso, e che rischia di aggiungere peso a chi già non riesce più a portarne. Alla domanda che dà il titolo all'editoriale di Patriciello, chi si prende cura dei preti, si potrebbe rispondere che la cura comincia molto prima del cordoglio pubblico: comincia nel modo in cui una diocesi decide un trasferimento, nell'esistenza o meno di percorsi di ascolto strutturati, nella capacità di un presbiterio di ELIMINARE chi al suo interno usa le parole come armi. Le frasi cioccolatino, in sostanza, sono inutili.

p.G.B.

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