Qualche giorno fa è morto l’edicolante che, ogni mattina, mi portava i giornali. Apriva prestissimo, faceva il giro delle persone a cui consegnava la copia, poi restava nella sua edicola fredda. Spesso lo si vedeva fuori, seduto di fianco all’ingresso del chiosco, a parlare con qualcuno: due parole, un saluto, una battuta sul tempo, una domanda sulla famiglia. Negli anni entravano sempre meno persone per comprare, eppure tutti lo conoscevano: per anni aveva venduto i giornali in piazza. Un uomo semplice, cordiale, con quel tipo di gentilezza concreta che non fa rumore. Si lamentava di vendere più figurine che giornali. Aveva ragione. Poi, qualche giorno fa, è morto. Sono rimasto profondamente colpito perché al di là dell’umano affetto che ormai provavo per lui vedo nella sua morte qualcosa che va oltre la sua storia. Si interrompe una piccola liturgia civile per molti che ancora non si sono del tutto arresi al digitale: il gesto di scendere, scegliere un titolo, scambiare due parole, incrociare sguardi. Una sequenza ripetuta che tiene insieme le comunità più di quanto si ammetta. Perché l’edicola, nella sua forma più elementare, ha funzionato a lungo come un presidio di prossimità: informazione e relazione nello stesso metro quadrato.
Un problema di civiltà
Il punto, però, è che quel metro quadrato oggi fatica a restare in piedi perché intorno si sta sbriciolando l’intero ecosistema dell’informazione. In Italia il problema non si riduce al giornalismo scadente: quello, spesso, mette a nudo l’ignoranza e l’incapacità di un popolo che pretende notizie a costo zero e poi si lamenta della qualità. Ma lo stesso degrado è anche l’esito di politiche miopi e di un clima costruito pure attraverso certe azioni della magistratura, che di fatto rendono sempre più costoso - e veramente rischioso - fare giornalismo libero. Chi lavora con serietà si trova stretto tra spese strutturali, querele temerarie, pressioni continue e tempi giudiziari che diventano già di per sé una pena. Non dimentichiamo che l’Italia è uno dei peggiori Paesi anche per quanto riguarda la giustizia, non dimentichiamolo quando andremo a votare per il referendum, ed uno dei pochi in cui ancora la diffamazione è questione penale e non solo civile.
La spirale del giornalismo
Dentro questo meccanismo la conseguenza è quasi inevitabile: se un giornalista deve anticipare costi enormi per lavorare, difendersi e resistere, mentre dall’altra parte il pubblico “sa” che l’informazione gli è dovuta e non riconosce né il tempo né le competenze né le responsabilità che stanno dietro a un pezzo, quel lavoro smette di essere sostenibile. A quel punto molti lo riducono a secondo lavoro, qualcuno se ne va, e chi resta viene spinto verso scorciatoie: produzione rapida, contenuti “che funzionano”, dipendenza crescente dall’AI. Non per scelta editoriale, ma per sopravvivenza. Senza contare chi lo fa essendo pagato dalla politica per veicolare messaggi non veritieri.
I numeri del crollo
Dal picco del 2005, quando il canale valeva 4,53 miliardi, il fatturato della vendita di prodotti editoriali si è contratto fino a 1,11 miliardi a fine 2024. In parallelo, la rete si è assottigliata: in circa vent’anni i punti vendita sono passati da 35 mila a 20 mila, cioè −42,8%. Se si guarda alla sostenibilità economica, il quadro è ancora più inquietante: con un margine lordo medio stimato intorno a 12.710 euro l’anno, un edicolante si ritrova con circa 1.059 euro lordi al mese, a fronte di giornate che partono alle 6 e si chiudono spesso tra le 19 e le 20. La “paga” che ne deriva, calcolata in media, scende a 2,94 euro lordi l’ora.
Questi numeri mettono a fuoco una contraddizione che ci siamo portati dietro per anni: abbiamo trattato l’edicola come un presidio di interesse collettivo, ma l’abbiamo lasciata in equilibrio su un lavoro privato pagato come un impiego occasionale. E chi “tiene insieme” il quartiere lo fa mentre gestisce aperture quasi quotidiane, costi fissi, resi, burocrazia, la concorrenza dell’online, e un mercato che ha spostato altrove attenzione e pubblicità.
I deserti dell’informazione
Poi c’è la mappa della sparizione. Su 7.896 comuni italiani, 4.974 risultano senza edicole: circa due terzi del totale. Il dato è riscontrabile anche negli elenchi ufficiali del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria. E secondo Confesercenti quasi 3,5 milioni di persone non possono più acquistare giornali o riviste nel proprio comune. È il profilo di veri e propri “deserti” di servizi: meno punti vendita significa meno accesso materiale all’informazione, con effetti più pesanti su anziani e su chi ha minore familiarità con gli strumenti digitali.
Solitudini e surrogati digitali
L’edicola non ha distribuito soltanto carta. Ha alimentato legami deboli: contatti brevi e ripetuti, il “ci vediamo domani”, il “come va?”, che sembrano niente e invece tengono insieme pezzi di comunità. In sociologia contano perché collegano ambienti diversi e allargano la circolazione di notizie e fiducia. Il sociologo statunitense Mark Granovetter li ha messi al centro dell’analisi delle reti sociali: relazioni a bassa intensità che, sommate nel tempo, costruiscono ponti tra gruppi che altrimenti resterebbero separati. Oggi quel tessuto si assottiglia. Cresce la solitudine, cresce la smania di indipendenza, e intanto compaiono surrogati inquietanti. In Cina, per esempio, molti stanno scaricando un’app che già nel nome mette ansia: «Demumu», che in inglese suona come «Are you dead?». La domanda è brutale, quasi oscena nella sua semplicità: sei morto?
Quando si arriva a delegare a un’app quella relazione che dovrebbe passare da amicizie, affetti, lavoro, vicinanza quotidiana, significa che il circuito umano di base sta saltando. La Commissione Teologica Internazionale, nel documento Quo vadis, humanitas? Pubblicato proprio ieri, descrive un mondo in cui il soggetto “in rete” finisce per sentirsi “un punto insignificante” dentro un flusso “ingovernabile”, e questa immersione continua in dati “genera fenomeni di ansia, insicurezza e paura”. La CTI insiste su un passaggio: la tecnologia digitale smette di comportarsi come uno strumento e diventa un vero ambiente di vita, capace di strutturare attività e relazioni e di incidere sull’autocomprensione delle persone. Dentro questo ambiente proliferano “contatti senza legami” e “rapporti funzionali” privi di “solidarietà reale”, mentre il mercato infinito di notizie e dati personali resta spesso opaco e manipolabile. La conseguenza antropologica è brutale perchè cresce l’insistenza a esistere solo se si viene “riconosciuti da altri”, un bisogno che il documento chiama “sintomo di incertezza dell’identità”, perché l’identità finisce per essere contrattata, conquistata, persino gridata o falsata pur di ottenere attenzione. E quando il legame si riduce a connessione, il digitale può diventare anche “territorio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza”, fino agli estremi del dark web.

Edicola: terzo luogo urbano
In termini urbani l’edicola ha spesso funzionato come terzo luogo: uno spazio fuori da casa e lavoro, accessibile, informale, dove si può sostare anche solo per un minuto. Oldenburg ne ha spiegato il valore per la vita comunitaria e per la qualità democratica delle società: abbassa la soglia dell’incontro e rende normale la conversazione tra estranei, senza appuntamenti né filtri. Io questa dimensione la trovo decisiva e, non trovandola più nelle edicole, la cerco altrove. Per lavoro mi capita di essere spesso in giro per il mondo e mi piace fermarmi in un caffè con il computer o anche solo per bere un tè: non tanto per rigenerarmi ma perché lì ho fatto conoscenze interessanti e, nel confronto, ho allargato davvero competenze e prospettive. Sono luoghi che generano conversazioni non previste, contatti leggeri, possibilità di scambio, a volte amicizie vere. Quando chiude questo terzo luogo, però, la città si polarizza. Restano due poli dominanti - il privato domestico e la produttività - e si svuotano gli spazi intermedi dove si impara la convivenza quotidiana: un saluto, una frase scambiata, un volto riconosciuto. In apparenza cambia poco; nella sostanza si riduce il capitale di relazioni che tiene insieme una comunità.
Un rito di accesso al mondo
Insomma, comprare il giornale, per decenni, è stato un rito di accesso al mondo. La pagina piegata sotto il braccio, la scelta del titolo, l’odore dell’inchiostro, l’edicola come “soglia” tra la vita personale e lo spazio pubblico. Quando questo rito sparisce si indeboliscono i segnali che ricordano alle persone di appartenere a qualcosa di più grande del proprio feed.
Eric Klinenberg parla di infrastrutture sociali: luoghi e istituzioni che rendono possibile la partecipazione, la resilienza, la vita in comune. Biblioteche, parchi, centri civici, spazi di quartiere. Sono strutture che, quando funzionano, fanno da argine alla solitudine e alla frammentazione. L’edicola, nel suo piccolo, ha fatto spesso la stessa cosa: presenza stabile, riconoscibile, a bassa soglia, con un addetto che conosce i volti. Il paradosso è che il bisogno di informazione non si è estinto. Si è spostato. L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni continua a registrare la contrazione delle copie cartacee vendute e un mercato dei quotidiani sotto pressione. Il canale fisico si assottiglia mentre l’ecosistema digitale cresce, ma non sempre ricostruisce la stessa qualità di relazione: l’acquisto online evita la fila e risparmia tempo, però taglia il micro-incontro che, per molte persone, era una delle poche conversazioni “neutre” della giornata.
Dove si rifugia la cultura?
In questa cornice si capisce perché la chiusura delle edicole somigli a un dramma civile. La discussione milanese di questi giorni, nata attorno al destino della Hoepli e più in generale alla fragilità di librerie e cinema, mette a fuoco la domanda: “dove si rifugia la cultura?” e quali spazi lasciano posto a quelli che chiudono. La stessa domanda vale per l’informazione di prossimità: quando si abbassa una serranda, che cosa prende quel posto? Un servizio? Un negozio qualunque? Un vuoto?
Che cosa possiamo fare?
La discussione è ampia e chiama in causa anche le istituzioni, ma nel nostro piccolo possiamo smettere di trattare l’edicola come un pezzo d’arredo urbano. Un po’ come accade con le cabine telefoniche: ci passiamo accanto, le registriamo come dettaglio “vintage”, poi tiriamo dritto. Così l’edicola diventa paesaggio, non più relazione. Il gesto concreto è semplice: entrarci, sfogliare, comprare, scambiare due parole. Non è nostalgia. È manutenzione della vita pubblica. La democrazia si regge anche su questi atti minimi e ripetuti, su una normalità che crea abitudine al confronto e al riconoscimento reciproco.
Quando muore un edicolante, muore una persona. Quando chiude un’edicola, la comunità perde un pezzo della propria grammatica quotidiana: quella che tiene insieme informazione, relazione e presenza. E quel vuoto, una volta aperto, raramente resta circoscritto: si allarga in silenzio, un giorno alla volta.
L.C.
Silere non possum