Città del Vaticano - Questo pomeriggio, alle ore 16.30, all'Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, hanno avuto luogo le esequie del cardinale Camillo Ruini, del titolo di Sant'Agnese fuori le mura, Vicario generale emerito di Sua Santità per la Diocesi di Roma e arciprete emerito della Basilica Papale di San Giovanni in Laterano. La liturgia esequiale è stata celebrata dal Santo Padre Leone XIV e concelebrata da numerosi cardinali, arcivescovi e vescovi.

Ruini si è spento martedì 16 giugno, a 95 anni, dopo un progressivo decadimento fisico accentuatosi all'inizio di maggio. Originario di Sassuolo, è stato presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1991 al 2007 e Vicario per la Diocesi di Roma: quasi diciassette anni alla guida dell'episcopato italiano e altrettanti al governo pastorale dell'Urbe, una concentrazione di responsabilità che non ha eguali nella storia recente della Chiesa in Italia.

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L'omelia di Leone XIV

Nell'omelia, il Pontefice ha tratteggiato la figura di un pastore che ha servito la Chiesa «con la stessa dedizione sia gli incarichi più umili sia quelli più gravidi di responsabilità», ricordando il «Progetto culturale», l'impegno per la presenza dei cattolici nella vita religiosa, civile e politica italiana, e il grande lavoro del Sinodo diocesano di Roma e della sua applicazione.

Leone XIV non ha costruito la sua meditazione solo a partire dalla Parola di Dio proclamata - l'inno paolino sull'amore invincibile di Cristo e la preghiera sacerdotale di Gesù «voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me» - ma intrecciandola con le parole che lo stesso Ruini ha lasciato scritte nel proprio testamento.

Il Papa ha citato testualmente tre passaggi. Anzitutto la gratitudine del cardinale verso quanti gli erano stati vicini: «Da loro ho ricevuto non meno di quello che ho cercato di dare», parole che Leone XIV ha proposto come scuola di umiltà nell'esercizio delle responsabilità ecclesiali. Poi la dichiarazione di rettitudine d'intenzione: «Spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore». Infine la testimonianza sul rapporto con san Giovanni Paolo II, di cui Ruini fu collaboratore diretto per oltre vent'anni: in Wojtyła, scriveva il porporato, aveva «sperimentato la presenza del Signore», «l'inseparabilità di preghiera, vita e apostolato, il coraggio della fede che guida la storia».

Sul motto episcopale - Veritas liberabit nos, «La verità ci renderà liberi» - sul quale Silere non possum ha offerto un editoriale nelle scorse ore, il Papa ha costruito la conclusione, leggendolo come un «messaggio particolarmente significativo per il nostro tempo, in cui si può essere disorientati da derive relativistiche e da visioni totalmente fluide della realtà e dell'uomo». Una chiave di lettura che restituisce con precisione l'intera parabola pubblica di Ruini, costruita attorno alla convinzione che la fede «non è mai estranea alla storia».

Il testamento spirituale

Il testamento citato dal Papa porta la data del 3 giugno 2016, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. È un testo a due movimenti, come Ruini stesso lo definisce nell'incipit: «Rendimento di grazie e richiesta di pentimento a Dio e ai fratelli».

La prima parte è un'esondazione di gratitudine: per la famiglia di Sassuolo, per gli anni di formazione al Collegio Capranica e alla Gregoriana, per il ministero di prete e insegnante a Reggio Emilia, per i collaboratori della stagione romana - i segretari della CEI Tettamanzi, Antonelli e Betori, monsignor Re e monsignor Dziwisz, e poi le persone della vita quotidiana, dalla «fedelissima Pierina» al segretario don Mauro [Parmeggiani ndr], oggi vescovo di Tivoli. Ringrazia il Concilio Vaticano II per «averlo vissuto e fatto vivere con gioia», precisando però - con un'annotazione che lo dipinge per intero - di aver ricevuto anche «la lucidità e la forza di oppormi alle derive postconciliari».

La seconda parte è una confessione senza sconti. Ruini riconosce «di aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più - non sempre - gentili», e ne chiede perdono a tutte le persone, vive e defunte, alle quali ha procurato dolore. Confessa quella che chiama «la pochezza della mia fede»: pur avendola difesa e approfondita per tutta la vita, ammette di essere stato «sempre tentato» nel segreto del cuore, e descrive la propria fede come «sottodimensionata» rispetto a un'esistenza che avrebbe dovuto essere tutta dedicata a Dio.

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Ruini e Papa Francesco

Nell'omelia Leone XIV ha evitato di citare i passaggi più "politicamente scorretti" di questo testo denso. Dopo essersi detto «sempre papista» e aver ringraziato Benedetto XVI, Ruini confessa di essersi rallegrato per l'elezione di Francesco e di esserne stato subito sostenitore, ma annota anche di trovarsi «in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate».

Sono parole affidate al testamento che restituiscono l'immagine del Ruini autentico: un uomo di governo capace di tenere insieme, fino all'ultimo, l'obbedienza al Successore di Pietro e la libertà del giudizio. Non a caso chiede al Signore, in chiusura, «di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane».

A questo Principe della Chiesa Leone XIV ha riservato il congedo: lo ha affidato «alle braccia del Padre celeste» e ha invocato per lui «il premio della sua pace che non ha fine».

d.M.R.
Silere non possum



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