Assisi - «Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del corpo del Signore». Tommaso da Celano, nel Memoriale nel desiderio dell’anima, consegna una scena interiore più che una definizione: Francesco è preso da “stupore oltre ogni misura” davanti alla benevolenza di Cristo che si dona come “prezzo della redenzione”. Da quel fuoco scaturiscono gesti ripetuti e carichi d’amore: la partecipazione alla Messa “ogni giorno, anche se unica, se il tempo lo permetteva”, una Comunione frequente “con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri”, fino all’immagine dell’offerta totale di sé, “il sacrificio di tutte le sue membra”.
Questa trama quotidiana non si interrompe con la malattia o con i limiti della vita itinerante. Nel breviario del Santo, frate Leone annota che Francesco, quando non poteva recitare l’ufficio, lo voleva ascoltare; e quando non poteva “ascoltare la Messa” per impedimento, si faceva leggere il Vangelo del giorno. Francesco diceva: «Quando non ascolto la messa, adoro il corpo di Cristo con gli occhi della mente nella preghiera, come lo adoro quando lo vedo nella messa». È la stessa fede, esercitata nella liturgia o nella memoria orante, con la stessa riverenza.
Per Francesco l’Eucaristia chiede una risposta che riguarda il tempo, l’anima e le mani. Nella Lettera a tutto l’Ordine, Francesco arriva a una visione cosmica della liturgia: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo». Il santo utilizza un linguaggio di responsabilità. Se Cristo è presente “sull’altare”, allora la vita non può trattare quel momento come marginale. Da quella convinzione nasce anche un’attenzione concreta. Celano racconta che un giorno Francesco volle mandare i frati “per il mondo con pissidi preziose”, perché il Corpo del Signore fosse riposto “nel luogo più degno possibile”, ovunque fosse conservato con poco decoro. Si tratta di uno dei tanti eventi che raccontano quanto Francesco amasse il Signore e ripudiasse la povertà come slogan. Il poverello d’Assisi voleva vivere in povertà ma a Dio riservava tutto quanto Egli meritava. Quel gesto era un vero e proprio “apostolato liturgico”, capace di educare clero e popolo in un contesto dove la sensibilità verso i segni eucaristici era fragile o trascurata.
L’Anonimo Perugino ricorda Francesco che predica nei villaggi attorno ad Assisi portando con sé “una scopa per pulire le chiese”: soffriva entrando in una chiesa e vedendola sporca; per questo, dopo la predicazione al popolo, radunava i sacerdoti in un luogo appartato e li esortava ad avere “la massima cura” di chiese, altari e suppellettili per la celebrazione dei “divini misteri”. Francesco, poi, aveva una vera e propria venerazione per i sacerdoti. Celano consegna una frase che spiazza per radicalità: se Francesco avesse incontrato “insieme un santo che viene dal cielo e un sacerdote poverello”, avrebbe salutato prima il prete e ne avrebbe baciato le mani, perché quelle mani “toccano il Verbo di vita” e “possiedono un potere sovrumano”. L’immagine non idealizza la persona; indica il ministero e la sua funzione eucaristica.
Il Testamento chiarisce il fondamento di questa postura senza alcun sentimentalismo. Francesco scrive di avere ricevuto “una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana” e aggiunge: non vuole “considerare in loro il peccato” perché “in essi discerno il Figlio di Dio”. Subito dopo lega questo sguardo alla realtà eucaristica: “dello stesso altissimo Figlio di Dio” egli dice di non vedere corporalmente “in questo mondo” altro se non “il santissimo corpo e il santissimo sangue suo”, che i sacerdoti ricevono e “essi soli amministrano agli altri”; per questo quei “santissimi misteri” devono essere “onorati” e collocati “in luoghi preziosi”. Francesco non separa l’atto di fede dai segni visibili. Nella prima Ammonizione, intitolata De Corpore Domini, emerge un binomio molto chiaro: “vedere” e “credere”. Gli occhi del corpo vedono pane e vino; la fede riconosce che, santificati “con le parole del Signore” sull’altare “per mezzo del sacerdote”, sono il Corpo e il Sangue del Signore. Vi è poi un legame stretto tra Incarnazione ed Eucaristia: la concretezza del sacramento difende la concretezza del Verbo fatto carne.
Non a caso, la vita eucaristica in Francesco resta intrecciata alla conversione. La Regola non bollata del 1221 parla della confessione e della comunione con una logica di coerenza: “contriti e confessati” i frati ricevano “con grande umiltà e venerazione” il Corpo e il Sangue del Signore. La stessa prospettiva entra anche nella Lettera ai reggitori dei popoli, dove Francesco consiglia alle autorità cristiane di mettere da parte “ogni cura e preoccupazione” per ricevere devotamente l’Eucaristia e offrire al Signore un segno pubblico di lode che coinvolga il popolo: la comunione personale si misura anche sull’esempio che costruisce comunità. Dentro questa cornice si comprende persino una scelta che ha inciso sull’immagine del Santo: Francesco non era sacerdote; e tuttavia parla ai sacerdoti e ai frati chierici con franchezza, chiedendo purezza, attenzione alle norme liturgiche, e denunciando la trascuratezza quando offende il mistero celebrato. La sua non è una spiritualità “privata”: è un modo di stare nella Chiesa, con un’idea alta del sacramento e con una disciplina concreta dei segni che lo custodiscono. In fondo, il ritratto che emerge dalle fonti non si lascia addomesticare. Francesco vive l’Eucaristia come presenza reale che chiede adorazione, come azione liturgica che ordina la fraternità, come sacramento che educa lo sguardo e modifica le abitudini: dalla Santa Messa cercata ogni giorno alla custodia dei vasi sacri; dalla comunione frequente alla custodia del Vangelo; dalla venerazione per le mani del sacerdote alla pulizia concreta delle chiese. E la sua esortazione finale, consegnata senza alcuna retorica, riassume la direzione: “Nulla di voi trattenete per voi; affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si offre”.
p.G.V.
Silere non possum