Frosinone - Con una lettera datata 15 aprile 2026 e protocollata come 82/VES/2026, monsignor Santo Marcianò, arcivescovo-vescovo delle diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri, si è rivolto ai «confratelli nel Sacerdozio» e ai «fedeli tutti».

Si tratta di un testo che dovrebbe occupare le prime pagine dei giornali ma, chissà perché, così non è. Si tratta della risposta - composta, misurata, evangelica - a una ferita profonda. Diversi luoghi sacri delle due diocesi sono stati violati ripetutamente, le immagini della devozione popolare sono state infrante, e il vescovo ha sentito il dovere di prendere carta e penna per dire quello che molti, in Italia, preferiscono ancora non vedere.

Il caso di Frosinone: la Madonna senza testa

I fatti, per chi non li conoscesse, sono di quelli che un tempo avrebbero scosso un Paese intero. Nella giornata di martedì, a Frosinone, è stata decapitata la statua della Madonna di Lourdes collocata in una nicchia votiva pubblica di via Madonna delle Rose. Pochi giorni prima, un atto vandalico analogo aveva colpito un'immagine di Padre Pio. Le forze dell'ordine indagano, e secondo le prime ricostruzioni non si esclude una matrice unica dietro ai due episodi.

Il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli ha espresso «profonda preoccupazione», ma è la voce del vescovo Marcianò ad aver dato al dolore una forma spirituale e, insieme, civile. La sua lettera non cede alla tentazione dell'allarmismo e nemmeno a quella - forse più insidiosa - del fatalismo. «Senza cedere a facili allarmismi o a giudizi affrettati su responsabilità che non spetta a noi accertare», scrive il presule, si rivolge ai suoi preti con tre richieste concrete: elevare la soglia di attenzione nella custodia quotidiana degli edifici sacri, curare con amorevole premura tabernacoli e arredi, collaborare attivamente segnalando ogni situazione insolita alle autorità competenti.

«Cura e tutela»: il vescovo chiede ai preti di fare argine

La lettera di Marcianò merita di essere letta per intero, perché sfugge a ogni retorica. L'arcivescovo ringrazia le Forze dell'Ordine «per l'impegno profuso», invita alla prudenza, chiede vigilanza. «La distruzione di una statua o il disordine in una Chiesa, per quanto dolorosi, ci ricordano che la nostra missione va oltre le mura di pietra. Siamo chiamati, oggi più che mai, alla custodia della nostra Fede. Se le mani possono scalfire il gesso o il legno, non devono poter intaccare la solidità della nostra speranza», scrive il presule. È la risposta cristiana per eccellenza: non la reazione, ma la riparazione. Il vescovo indica tre vie: rinsaldare la preghiera comune con l'Adorazione eucaristica, testimoniare la mitezza evitando sentimenti di rabbia, riscoprirsi «Pietre Vive» ricordando che «il tempio più prezioso da proteggere è quello del nostro cuore e della nostra comunione fraterna». Non c'è, in queste righe, un accento di rivalsa. C'è la consapevolezza, antica quanto il cristianesimo, che la risposta all'oltraggio non è l'indignazione muscolare ma la fedeltà. Resta però un problema che la lettera, pur nella sua sobrietà, solleva in controluce: perché un vescovo è costretto a chiedere ai propri parroci di fare da sentinelle?

Non è solo Frosinone: una mappa italiana dell'oltraggio

Chi segue la cronaca con un minimo di attenzione sa che la Ciociaria non è un'eccezione. È, semmai, l'ultimo capitolo di un libro che si allunga settimana dopo settimana. A Ostia, alla fine di novembre 2025, la chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari è stata profanata con escrementi umani collocati in diversi punti dell'edificio, incluso l'altare. Qualche giorno prima, a Casale Monferrato, nella chiesa parrocchiale dell'Assunzione di Maria Vergine, ignoti avevano bruciato un testo sacro e abbandonato immondizia al centro della navata. E alla fine di ottobre, nel monastero di Santa Margherita a Bevagna, erano state sottratte ostie consacrate e vasi sacri. La Sardegna ha vissuto una serie preoccupante di attacchi: la chiesa di Cristo Re a Valledoria è stata incendiata due volte in tre giorni nel gennaio 2025, una volta addirittura durante la celebrazione della messa. A Siniscola un sacerdote ha ricevuto una lettera minacciosa, a Orosei è stata data alle fiamme l'auto di un altro prete. Sono episodi diversi per dinamica e forse per movente. Ma messi in fila raccontano qualcosa che non si può più ridurre al bravata di qualche adolescente annoiato. L'Associazione Internazionale Esorcisti parla apertamente di «strategia precisa»: dalla sottrazione sacrilega di ostie e vasi sacri si passa alla profanazione del luogo di culto «realizzata anche in pieno giorno, secondo una pianificazione esplicita per suscitare il maggiore scandalo nei fedeli».

I numeri che nessuno vuole leggere

Per capire quanto la questione sia sottovalutata, basta guardare i dati. L'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell'OSCE ha segnalato 195 casi di profanazioni gravi e 60 attacchi contro luoghi di culto in Italia nel 2021, contro 158 e 47 casi rispettivamente nel 2020. Solo nel 2021 si sono contati 92 episodi di attacchi contro luoghi di culto cristiani. Numeri in crescita costante, che il XVII Rapporto «Libertà religiosa nel mondo» della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, presentato a Roma nell'ottobre 2025, inquadra in un fenomeno europeo e occidentale. Nel 2023 la Francia ha registrato quasi mille attacchi alle chiese; in Grecia si sono verificati oltre 600 atti di vandalismo; picchi simili sono stati osservati in Spagna, Italia e negli Stati Uniti, con profanazioni di luoghi di culto, aggressioni fisiche contro il clero e interruzioni delle celebrazioni religiose. Secondo ACS, questi atti riflettono un clima crescente di ostilità ideologica nei confronti della religione.

L'Osservatorio sull'intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (OIDAC), con sede in Austria e accreditato presso l'Agenzia per i diritti fondamentali dell'UE, documenta settimanalmente casi che quasi mai superano la cronaca locale. Incendi dolosi, decapitazioni di statue, profanazioni di presepi, minacce a sacerdoti: la direttrice esecutiva Anja Hoffmann lamenta che pochi di questi incidenti arrivino sui media al di là della stampa di prossimità.

Il silenzio di chi dovrebbe parlare

Ed è qui che il caso Frosinone assume un valore paradigmatico. Il Codice penale italiano, all'articolo 404, punisce con la reclusione fino a due anni chi offende una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose destinate al culto. La norma esiste. Eppure, a leggere i bollettini delle procure, le condanne effettive sono rare, le indagini spesso finiscono in archiviazione, le statistiche ufficiali del Ministero dell'Interno non dedicano al fenomeno nemmeno un capitolo autonomo. Il risultato è quello che il vescovo Marcianò, con pudore episcopale, non dice esplicitamente ma che emerge dalla sua richiesta di vigilanza ai presbiteri: la custodia dei luoghi sacri è lasciata sostanzialmente alle comunità parrocchiali. Ai preti, alle sacrestane, ai pochi volontari che ancora aprono le chiese al pomeriggio. Nel frattempo, molte diocesi hanno già iniziato a ridurre gli orari di apertura, soluzione di ripiego che di fatto consegna ai vandali una vittoria preventiva: la chiesa chiusa.

Polizia e magistratura non sono direttamente responsabili di questa deriva, ma la percezione di fondo - nei fedeli, tra i parroci - è che questi fatti siano considerati di serie B. Una statua decapitata non fa statistica come una rapina, e una croce rovesciata su un altare resta un «atto vandalico generico» nei verbali. Il messaggio implicito, per chi compie questi gesti, è chiaro: il rischio è basso, lo scandalo garantito.

La risposta cristiana e la responsabilità civile

Marcianò chiude la sua lettera con una certezza: «Restiamo uniti nella preghiera, certi che la luce del Signore brilla più forte di ogni oscurità». È la parola giusta, quella del pastore. Ma accanto alla risposta spirituale - Adorazione, mitezza, comunione - resta aperta la domanda civile. Una società che permette, senza reagire, la sistematica profanazione dei simboli di una delle sue tradizioni costitutive non sta semplicemente aggredendo i cattolici: sta erodendo il proprio capitale di civiltà condivisa. I cattolici italiani, il vescovo lo sa bene, non chiedono trattamenti di favore né scorte armate davanti ai tabernacoli. Chiedono che un reato venga trattato come tale. Che una statua della Madonna decapitata non finisca derubricata a «bravata notturna». Che, almeno, se ne parli. La lettera di Frosinone, in fondo, è un appello a due destinatari. Ai presbiteri, perché custodiscano. Ma anche - implicitamente - a un Paese che sembra aver smesso di accorgersi di quanto gli stanno togliendo, un colpo di martello alla volta.

d.L.V.
Silere non possum

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