Mosca – L’Arcivescovo Paul Richard Gallagher è rientrato in Vaticano nella notte tra venerdì e sabato, al termine di un volo da Mosca durato circa dodici ore, con scalo a Istanbul e un percorso che ha costeggiato i Balcani, i confini ucraini e lo spazio aereo bielorusso. Prima della sospensione dei collegamenti diretti tra Russia e Unione Europea, la stessa tratta si copriva in circa quattro ore. È un dettaglio che il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali ha scelto di richiamare lui stesso, parlando ai media vaticani al termine della missione: il tragitto più lungo, ha detto, «assume una dimensione simbolica» del dialogo che la Santa Sede intende mantenere con Mosca nonostante la guerra in Ucraina.
Nei giorni della missione, tra il 25 e il 28 agosto, Gallagher ha incontrato il ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il consigliere del presidente russo per la politica estera, Ushakov, ha visitato la Cattedrale di Cristo Salvatore, sede del Patriarcato di Mosca, ha parlato con clero e religiosi cattolici del Paese e ha celebrato la Santa Messa nella cattedrale dell'Immacolata Concezione, gremita di fedeli.
Lavrov, in una dichiarazione rilasciata al termine del colloquio bilaterale, ha osservato che l'arcivescovo si sarebbe limitato a un generico appello a porre fine al conflitto quanto prima. Gallagher non lo smentisce: conferma che si tratta della linea che la Santa Sede mantiene da tempo. Non entra nei dettagli tecnici di un negoziato, non propone soluzioni, perché quella competenza spetta alle parti belligeranti. Il ruolo che si riserva è un altro: richiamare Mosca, Kyiv e gli altri Paesi coinvolti alla responsabilità di cercare, con buona volontà, spazi di dialogo. «Abbiate coraggio, abbracciate il cammino della pace», ha detto ai suoi interlocutori russi, prima di aggiungere che la storia di ogni guerra finisce comunque in un negoziato.
Sul tavolo resta l’offerta dei buoni uffici della Santa Sede, già avanzata in passato senza che abbia mai trovato una concreta attuazione. Mosca, ha spiegato Gallagher, non sembra intenzionata a coinvolgere direttamente i canali diplomatici vaticani, pur avendo apprezzato il gesto e il fatto che la Santa Sede, per usare le sue parole, «non se ne lavi le mani».
Resta inoltre assai difficile immaginare che la Russia possa accettare il Vaticano come sede di un eventuale negoziato. Al conflitto politico e militare si sovrappone infatti una delicata questione ecclesiale: i rapporti tra Roma e il Patriarcato di Mosca, il ruolo della Chiesa ortodossa russa e le tensioni religiose legate alla guerra rendono la Santa Sede un interlocutore particolare, ma difficilmente un luogo percepito da Mosca come neutrale per una trattativa diretta. La disponibilità resta comunque valida, aggiunge il presule, a prescindere dalle risorse (modeste, ammette lui stesso) che il Vaticano può mettere in campo: basta che le parti la richiedano.
Il fronte su cui la Santa Sede insiste con più convinzione è quello umanitario, legato al prossimo viaggio a Mosca del cardinale Matteo Maria Zuppi, la cui missione accompagna da tempo gli sforzi della Santa Sede sul dossier ucraino. Prima della partenza per la Russia, riferisce Gallagher, lo stesso Pontefice gli aveva raccomandato di insistere su questo aspetto. La Santa Sede auspica che la missione di Zuppi prosegua e che il cardinale possa tornare presto a Mosca, anche per verificare di persona il lavoro della Chiesa locale sul campo.
Con Lavrov, Gallagher ha affrontato anche un tema meno legato alla cronaca della guerra: la condizione dei cristiani in diverse aree del mondo. Non parla di persecuzione in senso tecnico, ma di «insicurezza», «discriminazioni», «pregiudizi» e «marginalizzazione», una preoccupazione che dice condivisa anche da Mosca, legata alla tradizione ortodossa russa.
Un capitolo a parte riguarda l'incontro con il metropolita Antonij di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Gallagher tiene a precisare che non si è trattato di un colloquio di dialogo ecumenico in senso proprio, materia che compete al Dicastero per la promozione dell'unità dei cristiani, ma di un confronto su temi di attualità, condotto in un clima che definisce cordiale e fraterno, pur riconoscendo che restano visioni diverse su alcune questioni.
Della comunità cattolica locale, numericamente esigua rispetto alle dimensioni del Paese, Gallagher porta a casa l'immagine di una vitalità che non si aspettava fino in fondo: religiosi e religiose che, racconta, non si sono lamentati delle proprie condizioni ma hanno mostrato gioia per il servizio che svolgono. La messa nella cattedrale dell'Immacolata Concezione, gremita soprattutto di giovani che hanno anche fatto servizio all’altare, gli è parsa una dimostrazione di affetto verso il Papa e di un legame con Roma che definisce, testualmente, motivo di «immensa soddisfazione».
Tornato in Vaticano, Gallagher riferirà al Papa e al cardinale Parolin quanto raccolto sul campo. Nessun negoziato è stato avviato, nessuna soluzione tecnica è stata proposta: resta un'offerta di dialogo. È lo stesso arcivescovo, chiudendo l'intervista, a fissare il perimetro di quanto la Santa Sede intende offrire in questa fase: accompagnare con la preghiera i desideri di pace e di giustizia, perché la pace, dice, «è un dono di Dio. A noi spetta disporci per accoglierlo».



