Nel messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Leone XIV colloca il tema dell’intelligenza artificiale dentro un discernimento sull’umano: la comunicazione, prima ancora che un flusso di contenuti, è incontro tra persone. E l’incontro passa da due segni concreti e irripetibili, la voce e il volto, che il Papa richiama come tratti costitutivi dell’identità e della relazione.

Da qui il suo discernimento: quando la tecnologia digitale arriva a simulare voci e volti, quando modelli linguistici e sistemi generativi riproducono empatia e amicizia, quando gli algoritmi alimentano reazioni rapide e polarizzazione, la questione non si esaurisce nella sicurezza o nella regolazione del mercato. È in gioco un lento spostamento interiore: cambia il modo in cui le persone pensano, scelgono, si affidano, si legano, e persino il modo in cui riconoscono ciò che è reale. Leone XIV insiste: la sfida è antropologica e tocca la libertà di “non rinunciare al proprio pensiero”, senza scivolare nell’affidamento acritico all’IA come “oracolo” e “amica” onnisciente.

In questa cornice può aiutare un richiamo alla tradizione: per san Tommaso d’Aquino l’intelligenza umana non si comprende senza il legame con la vita sensibile e, quindi, con il corpo. L’Aquinate osserva che è lo stesso uomo a percepire di intendere e di sentire; e poiché non si può sentire senza un corpo, il corpo non è un elemento aggiunto dall’esterno, ma appartiene alla realtà del soggetto umano. Leone XIV mette in guardia da una cultura che consegna alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione, fino a trasformare le persone in consumatori passivi di “pensieri non pensati”, prodotti anonimi “senza paternità”. È una descrizione contemporanea della stessa frattura che Tommaso, da un’altra angolatura, considera impossibile: separare il pensare umano dalla trama sensibile e relazionale in cui nasce.

Tommaso, infatti, distingue con cura tra intelletto e sensi. L’intelletto non è un organo corporeo: può conoscere le nature di tutti i corpi, e per questo non può essere “colorato” da una determinazione materiale, come un occhio che vedrebbe tutto dello stesso colore se il vetro fosse tinto. Ma l’incorporeità dell’intelletto non significa autonomia assoluta. L’operazione intellettiva nell’uomo ha bisogno di ciò che Tommaso chiama fantasma (l’immagine, l’immaginazione), e senza questa mediazione sensibile l’intelletto umano non acquisisce conoscenza né usa quella già acquisita. Il corpo non è l’organo dell’intendere, ma è necessario “rispetto all’oggetto”, perché l’immagine sta all’intelletto come il colore sta alla vista.

Questa architettura aiuta a leggere un’altra formula del messaggio di Leone XIV, quando invita a distinguere tra sintassi e semantica. Il Papa denuncia la tentazione di scambiare una compilazione statistica per conoscenza, e avverte che ciò erode capacità cognitive, emotive e comunicative. Tommaso direbbe: l’intelletto non si limita a combinare segni; cerca la verità delle cose, e la cerca passando attraverso l’esperienza sensibile che gli fornisce il materiale da cui astrarre il significato. La mente umana non è fatta per una conoscenza “senza coinvolgimento”, perché la sua via ordinaria è una via incarnata: ascolta, guarda, confronta, ritorna alle immagini, fatica, verifica.

Da questa prospettiva, l’allarme del Papa su chatbot affettuosi”, bot mimetici, persuasione occulta e deepfake non riguarda solo la frode o la manipolazione. Tocca la formazione dell’interiorità. Se la relazioneviene simulata e l’alterità viene sostituita da un “mondo di specchi” costruito attorno ai nostri dati, l’uomo perde un elemento decisivo anche per il pensiero: il confronto con ciò che resiste, che non è già a nostra misura, che obbliga a riformulare categorie e giudizi. Tommaso, nel suo linguaggio, lo direbbe così: l’intelletto umano è discorsivo, cresce per gradi, e questa mobilità - radicata nel legame con la materia e con i sensi - è parte della sua forma di vita. L’idea di un’intelligenza immediata e senza attrito è, per l’uomo, una tentazione che produce impoverimento, non elevazione.

C’è poi un punto che interessa direttamente chi fa informazione. Leone XIV afferma che l’accuratezza, latrasparenza e la verifica delle fonti sono decisive per non consegnare l’ecosistema pubblico a disinformazione e “allucinazioni”. È un richiamo professionale, ma anche filosofico: se la conoscenza umana è legata ai sensi, allora la verifica non è un vezzo morale; è parte del modo umano di arrivare al vero. Il “giornalismo sul campo” non è solo una pratica, è una grammatica dell’umano: presenza, ascolto, riscontro, testimonianza, relazione.

Il punto non è demonizzare lo strumento. Leone XIV parla esplicitamente di una possibile alleanza, fondata su responsabilità, cooperazione ed educazione. San Tommaso ci offre una cornice sobria per pensare questa alleanza: l’intelletto umano dipende dai sensi e dall’esperienza, e proprio per questo può servirsi di strumenti come supporto, senza consegnare loro il posto del giudizio personale.

L’IA può assistere compiti, ordinare materiali, accelerare processi. Ma quando diventa scorciatoia per evitare il lavoro del giudizio, quando prende il posto dell’atto personale del comprendere, allora non potenzia l’uomo: lo disabitua a essere sé stesso, perché lo priva della sua via ordinaria alla verità, che passa dal corpo, dall’immaginazione, dalla relazione e dalla responsabilità. Il Papa, quindi, richiama con forza educazione e cooperazione: non basta mettere a disposizione strumenti, occorre formare persone. È un monito concreto: una mente che smette di esercitare attenzione, memoria, immaginazione e confronto con la realtà diventa più esposta, non più efficiente. La sfida, quindi, è pedagogica prima ancora che tecnologica: ricostruire l’abitudine al pensare.

d.L.V.
Silere non possum