Siracusa – Più volte, nella storia recente della Chiesa, sono emerse vicende dolorose nelle quali, purtroppo, sono rimasti coinvolti anche sacerdoti. Vicende costruite a tavolino con l’obiettivo di arrecare danno ad altri preti. È il noto giro di «ragazzetti» del quale Silere non possum ha parlato in più occasioni, denunciandone con forza le dinamiche malate.

Un sistema che a qualcuno fa comodo alimentare e che è diabolico, oltre che illegale. Si tratta di circuiti fondati sul ricatto, sul non detto, sull’allusione, sull’accusa pretestuosa e sulla ripicca di chi, ad esempio, non è stato ordinato. Meccanismi nei quali si accumulano rancori, informazioni private e mezze verità, pronti a essere utilizzati contro qualcuno.

Negli scorsi anni Silere non possum ha raccontato la vicenda, triste ma al tempo stesso grave, che ha riguardato un giovane siciliano, Giovanni Castiglia. Si tratta di un ragazzo che ha cercato di circuire numerose persone, sacerdoti e laici, arrecando loro non pochi problemi. E questo gli è stato consentito anche, purtroppo, da alcuni sacerdoti e da qualche vescovo che non ha avuto il coraggio di intervenire.

Nel corso degli anni Castiglia ha girovagato per l’Italia, fino ad approdare prima a Santa Maria Maggiore, dalla quale è stato poi costretto ad andarsene dopo che il Vaticano lo ha allontanato con provvedimento ufficiale. In seguito è arrivato persino a Brescia, dove ha messo nei guai l’allora Vicario Generale e, con lui, rischiava di coinvolgere un’intera serie di sacerdoti. Per fortuna, grazie a chi ha portato alla luce tutto questo, il danno è stato contenuto. Ma sarebbe ingenuo aspettarsi, nella Chiesa cattolica, un biglietto di ringraziamento per chi interviene prima che la situazione degeneri. Anzi, il problema nasce proprio quando se ne parla: finché tutto resta nascosto tra chat e viaggetti a Pantelleria, evidentemente, va bene.

La verità non ha paura di nulla

C'è un momento, nella vita di ogni vicenda giudiziaria, in cui le narrazioni costruite a tavolino si scontrano con la verifica fredda dei fatti. Per Giovanni Castiglia quel momento è arrivato il 2 dicembre 2025, nell'aula del Tribunale di Siracusa, quando il Giudice dell'udienza preliminare, dott. Andrea Migneco, ha assolto don Salvatore Cunsolo dall'accusa di atti sessuali aggravati su minore, ai sensi dell'art. 530 comma 2 c.p.p., «perché è insufficiente e contraddittoria la prova che il fatto sussista». Le motivazioni, depositate in cancelleria il 3 giugno 2026 (sent. n. 264/25), sono ora leggibili per intero. E ciò che vi si legge è, per noi, solo una conferma di ciò che avevamo provato con gli audio e le carte pubblicate su questo giornale.

Un dato va sottolineato prima di ogni altro: a chiedere l'assoluzione del sacerdote non è stata soltanto la difesa. È stato lo stesso Pubblico Ministero, all'udienza del 25 novembre 2025, a concludere per l'assoluzione. Quando è l'accusa a gettare la spugna, significa che il castello accusatorio si è sgretolato sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.

Un racconto che cambia a ogni versione

Il cuore della sentenza è l'analisi diacronica delle dichiarazioni rese da Castiglia nelle diverse sedi: la memoria scritta del 21 marzo 2021, le dichiarazioni al vescovo di Siracusa del giorno successivo, la denuncia-querela in Questura del 23 marzo 2021, l'indagine previa canonica dinanzi al Tribunale ecclesiastico diocesano e infine l'incidente probatorio del 12 marzo 2024.

Il Giudice non usa mezzi termini: le dichiarazioni di Castiglia «presentano indubbiamente delle contraddizioni interne e delle incoerenze logiche tali da comprometterne una piena valenza probatoria in senso accusatorio».

La prima discrasia riguarda quello che Castiglia definisce il «primo abuso», ossia il nucleo stesso dell'accusa. Nelle varie sedi Castiglia ne ha fornito versioni radicalmente diverse tra loro: dalle «semplici coccole, carezze e baci» riferite in incidente probatorio, a condotte via via più gravi e diverse descritte in Questura, fino ad atti sessuali espliciti narrati nella sola memoria scritta - memoria materialmente redatta, come vedremo, dal giornalista Dino Boffo. Il Giudice parla di «una oscillante rievocazione del primo abuso» e osserva che «l'incoerenza appare inspiegabile già sotto un profilo strettamente logico»: se un evento traumatico può fissare un ricordo indelebile nella mente di un bambino, tanto più la vittima avrebbe dovuto sedimentare con chiarezza la tipologia del primo contatto. Curiosamente, invece, Castiglia ricorda con «anomala ricchezza di particolari» i dettagli di contorno - perfino il gusto della pizza ordinata quella sera - ma fa confusione «proprio sul nucleo dell'evento».

La cronologia impossibile

Ancora più grave è il naufragio della cronologia. Castiglia colloca il primo incontro al cimitero di Francofonte nel dicembre 2010 e il primo rapporto completo nella piscina della villetta del sacerdote «la domenica successiva» - in pieno gennaio. Il Giudice annota, con evidente ironia, che si assiste «al tentativo del teste di "aggiustare" la tenuta logica del racconto in itinere», rendendosi conto che nessuno fa il bagno in piscina in pieno inverno siciliano: ed ecco che in incidente probatorio l'episodio slitta improvvisamente al giugno 2011.

Non regge nemmeno il contesto familiare. Castiglia ha dichiarato in Questura di essere andato a vivere dalla nonna materna subito dopo la morte del padre (giugno 2010); in incidente probatorio ha invece affermato di aver abitato con la nonna paterna fino al 2011, trasferendosi da quella materna solo nel giugno 2012. Una discrasia «niente affatto marginale», scrive il Giudice, perché se così fosse i fatti «non possono collocarsi prima del giugno del 2012, dunque ben due anni dopo rispetto a quanto sostenuto con convinzione dal Castiglia».

E poi c'è il comportamento della nonna, che secondo il racconto avrebbe lasciato un bambino di nove anni dormire fuori casa, presso un sacerdote che non era «neppure un amico di famiglia o un quasi parente», senza essere nemmeno avvertita - condotta che il Giudice definisce «inspiegabile quasi al limite del reato di abbandono». In definitiva, conclude la sentenza, «ne risulta un comportamento tanto anomalo da essere inverosimile».

L'alibi documentale: il cappellano era a Catania

A demolire definitivamente la tesi dei pernottamenti «quasi quotidiani» («una sera sì ed una sera no», aveva dichiarato Castiglia) provvedono i dati oggettivi. Fino al 2014 don Cunsolo era cappellano militare presso la Caserma dei Carabinieri di Catania, con alloggio di servizio documentato agli atti, obblighi di reperibilità e turni di servizio. Rientrava a Francofonte solo il sabato o la domenica. In casa sua, fino al novembre 2011, viveva inoltre l'anziano padre, assistito quotidianamente da una badante, come confermato dalla teste ascoltata in aula. La tesi di Castiglia, scrive il Giudice, «non è dunque realistica».

Convergono nella stessa direzione tutte le testimonianze raccolte: don Salvatore Musso, già parroco della Chiesa Madre, e i fratelli Greco collocano la frequentazione stretta tra Cunsolo e Castiglia intorno al 2015-2016 - quando Castiglia aveva già quattordici o quindici anni - e non nel 2010-2012 indicato dalla presunta persona offesa. Nessuno, in cinque anni di indagini, intercettazioni telefoniche e ambientali comprese, ha riferito di essere stato testimone diretto di alcuna condotta abusiva.

Il nodo Boffo e la genesi della denuncia

Il passaggio forse più imbarazzante della sentenza riguarda la genesi stessa della denuncia, intrecciata alla figura di Dino Boffo, già direttore di Avvenire, contattato da Castiglia attraverso Facebook.

Ed è qui che emerge una realtà che, come Chiesa, troppo spesso si preferisce non vedere. Non va dimenticato che si parla di persone capaci di accedere con relativa facilità a cardinali, vescovi e figure di rilievo. Il problema è che il mondo ecclesiale è ormai popolato da soggetti che avviano contatti tramite Facebook e Instagram e, proprio su quei social, costruiscono rapporti che non hanno nulla di normale, per quanto all’interno della Chiesa si tenti di presentarli come tali. E spesso ciò avviene con un’insistenza spasmodica.

Silere non possum ha raccontato anche il caso di alcuni giornalisti che, attraverso i social, scrivevano a sacerdoti alle undici di sera o a mezzanotte domandando: «Che cosa fai?», inviando poi fotografie di sé nudi a letto. Un comportamento che è un chiaro tentativo di attirare il destinatario in una trappola, per poi poterlo denunciare all’autorità ecclesiastica e utilizzare aspetti della sua vita privata come strumento per danneggiarlo. Aspetti della vita privata, che non hanno nulla di penalmente rilevante, vengono utilizzati comunque per danneggiare il ministro sacro davanti all’Autorità ecclesiastica.

È un sistema preoccupante e profondamente dannoso. Lo è anche perché queste relazioni, molto spesso, sono relazioni malate: non nascono da finalità benevole, limpide o sane, ma dall’esigenza di intrecciare contatti per consumare rapidamente momenti di divertimento oppure per costruire alleanze contro qualcuno. Un vero e proprio dramma, oltre che uno dei modi peggiori di utilizzare i social network, che pure offrono moltissimi strumenti positivi e occasioni autentiche di incontro, informazione e dialogo.

Il giudice in sentenza ricostruisce la vicenda e scrive che fu Castiglia a suggerire a Boffo di chiamare don Cunsolo per farsi finanziare un corso da operatore socio-sanitario, per circa 1.200 euro. Solo dopo il rifiuto del sacerdote, Castiglia maturò la denuncia - redatta materialmente dallo stesso Boffo.

Va inoltre rammentato che, nel corso di quella telefonata, Cunsolo non soltanto si rifiutò di elargire a Castiglia la somma richiesta - senza che sia mai stato chiarito per quale ragione avrebbe dovuto consegnargli del denaro - ma spiegò a Dino Boffo che Castiglia aveva già creato non pochi problemi. Riferì che aveva tentato di accedere a diversi seminari e monasteri e che, a suo giudizio, non si trattava affatto di una persona buona.

Quella conversazione, però, veniva ascoltata da Castiglia, che era di fianco a Boffo. È in questo contesto che, subito dopo, si è inventato di essere stato abusato. Del resto, Castiglia aveva letto sui giornali che accuse di questo genere venivano rivolte quotidianamente contro sacerdoti ed era convinto che anche la stampa gli avrebbe dato credito, pur in assenza di prove. È quanto avvenne con l’articolo firmato da Federica Tourn su Domani e con la ripresa della vicenda da parte di altri, tra i quali Mario Giordano. Oggi, tuttavia, né Tourn né Giordano, né molti di coloro che avevano dato spazio alla vicenda, hanno detto o scritto nulla a proposito di questa sentenza. Questo è il giornalismo italiano.

Il giudice in sentenza scrive che Castiglia ha sostenuto, «in modo perentorio», di aver raccontato a Boffo tutta la storia degli abusi prima della telefonata. Boffo lo esclude categoricamente. Il Giudice imposta un'alternativa dalla quale non si sfugge: se Boffo avesse chiesto denaro a un prete sapendolo abusatore di un bambino, avrebbe tenuto un comportamento «oggettivamente inqualificabile» e si sarebbe esposto all'accusa di ricatto estorsivo; se invece - «come appare molto più ragionevole ritenere» - Boffo non sapeva nulla, allora «Castiglia Giovanni ha affermato una circostanza non vera», e su «un aspetto fondamentale della deposizione testimoniale», che «incide sulla trasparenza delle ragioni e sul possibile movente della denuncia».

Insomma, il giudice in sentenza scrive nero su bianco che Castiglia è un bugiardo.

La conclusione del Tribunale e una lezione per tutti

La valutazione finale è senza appello: la credibilità soggettiva di Castiglia e l'attendibilità oggettiva delle sue dichiarazioni «approdano ad un esito insufficiente, tale da condizionare negativamente la tenuta logica della tesi accusatoria». La versione degli abusi patiti dal 2010 «non trova adeguato sostegno probatorio, essendovi molti e ragionevoli dubbi sulla veridicità della ricostruzione».

C’è un aspetto particolarmente significativo in questa vicenda, che riguarda un soggetto solito aggirarsi per l’Italia accusando sacerdoti di essere immorali e di tenere comportamenti moralmente riprovevoli. Come se lui, invece, fosse un modello di condotta morale.

Il giudice di Siracusa, nella sentenza, chiarisce senza equivoci che il compito del giudice penale non è accertare «condotte moralmente riprovevoli» né «l’eventuale violazione dei doveri di stato connessi al ministero sacerdotale», bensì verificare la commissione di reati. E il reato, in questo caso, non è provato: al contrario, la prova viene definita «insufficiente e contraddittoria».

Noi ci spingiamo oltre. Se Castiglia mente su questioni di questa gravità, quali la commissione di reati, è ancora più probabile che menta anche su questioni penalmente irrilevanti. In altre parole, Castiglia appare come uno dei tanti personaggi - e alcuni, purtroppo, sono stati persino ordinati, ed è proprio questo il problema - che accusano tutti di essere moralmente riprovevoli, salvo poi scoprire che gli unici ad avere realmente commesso determinate cose sono loro.

Qui riemerge un tratto comune a molti soggetti, compresi alcuni personaggi che determinati vescovi continuano a proteggere. La maggior parte di questi accusatori, che sparano con i fucili a pallettoni contro tutti e contro tutto e vedono sesso e immoralità ovunque, sono persone irrisolte. Persone che proiettano sugli altri ciò che vivono loro stessi oppure ciò che vorrebbero vivere. Perché il dramma è anche questo: c’è chi inventa accuse attorno a comportamenti che, in realtà, vorrebbe porre in essere lui stesso e che non riesce neppure a realizzare.

Resta una domanda, alla luce di una sentenza tanto chiara: che cosa sta aspettando il Tribunale ecclesiastico per pronunciare una sentenza di assoluzione nei confronti di questo povero sacerdote, che a settant’anni si ritrova sfinito da processi e accuse infamanti?

Il Tribunale ecclesiastico è più interessato a coprire i rapporti che alcuni suoi membri intrattengono con Castiglia oppure a proteggere un proprio sacerdote da accuse infamanti? È una domanda che non può più essere elusa. La sentenza n. 264/25 del Tribunale di Siracusa è ora lì, nero su bianco, a ricordare una verità elementare: se nella Chiesa vi sono stati e vi sono ancora sacerdoti che, purtroppo, si macchiano di crimini gravissimi come gli abusi, esistono anche persone che formulano accuse per interessi del tutto diversi, talvolta persino vendicativi.

La Chiesa, che afferma di cercare la verità e di amministrare la giustizia, ha il grave dovere morale di colpire gli uni e gli altri. Non può mostrare fermezza soltanto contro chi è colpevole e indifferenza verso chi calunnia e ricatta. Senza dimenticare la completa incapacità di prendersi cura di chi viene calunniato, distrutto e lasciato solo. Alla faccia della “madre attenta ai propri figli”.

Marco Felipe Perfetti
Silere non possum

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