Città del Vaticano - Il Rapporto finale del Gruppo di studio n. 4 sul ministero ordinato pubblicato questa mattina, nato per accompagnare l’attuazione della Ratio Fundamentalis (2016) in prospettiva di Chiesa sinodale missionaria, propone una rilettura della formazione presbiterale centrata su relazioni, corresponsabilità e processi decisionali partecipati. In questo testo, elaborato da un’élite ristretta di “prescelti” portatori di una visione del sacerdozio tutt’altro che largamente condivisa - né tra la maggioranza dei chierici né tra la maggioranza dei laici - affiorano frizioni evidenti con lo stesso impianto della Ratio del Dicastero per il Clero (2016) e, non meno, con quanto abbiamo ascoltato di recente da mons. Erik Varden, che ha ricondotto la questione al punto decisivo: la vita spirituale come asse portante, criterio di verità e di discernimento.
Il quadro del Gruppo 4: conversione sinodale e riforma dei processi formativi
Il testo muove da una premessa programmatica: il cammino sinodale, per essere fecondo, deve “ripercuotersi” sulle modalità della formazione al ministero ordinato e chiede «una conversione del cuore, della mente, delle relazioni e dei processi», con esiti anche “comunitari e strutturali”. In questa logica, il Gruppo consegna un Documento orientativo che mira ad “attuare” Ratio Fundamentalis e Ratio Nationalis in sintonia con l’istanza sinodale, chiedendo “un’ampia e reale partecipazione” del Popolo di Dio alla formazione, con attenzione all’apporto di donne e famiglie.
Identità del presbitero: “nel e dal” Popolo di Dio e la questione della posizione ministeriale
Nel Rapporto, la richiesta sinodale viene tradotta così: bisogna comprendere il ministero ordinato a partire dalla sua dimensione relazionale, cioè “nel e dal Popolo di Dio”. In altre parole, l’identità del sacerdote viene letta soprattutto dentro la trama della comunità, delle relazioni e della corresponsabilità ecclesiale.
La Ratio (2016) usa invece una formula che tiene insieme appartenenza e distinzione: il presbitero è parte della Chiesa, ma per l’ordinazione è anche posto «non soltanto nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa». “Di fronte” non significa superiorità personale o privilegio; significa una posizione sacramentale e pubblica: il sacerdote rappresenta Cristo Capo e Pastore nell’annuncio, nella guida e soprattutto nei sacramenti. Qui non si tratta di una disputa di parole. In questa questione vi è il problema del ministero oggi e ne abbiamo visto i risultati anche da esperienze pratiche che sono finite su tutti i giornali recentemente. La Chiesa non può fare propria la lettura “nel/dal Popolo di Dio” perché altrimenti l’autorità rischia di essere percepita come derivata dal processo e dal consenso della comunità, la rappresentanza come una delega “interna”, e quella “distanza” che in realtà distanza non è del ministero viene vista come privilegio ma in realtà è solo un rapporto del presbitero con Dio che è tutto peculiare.
La Ratio del 2016, pur mostrando limiti su vari fronti - in particolare su alcuni aspetti della vita affettiva e relazionale - su questo punto è molto chiara: la “distanza” del sacerdote non coincide con una separazione sociologica, ma con un segno sacramentale. In questa prospettiva il sacerdote resta, anzitutto, uomo di preghiera, configurato a Cristo e intermediario sacramentale. Gli effetti del “prete come noi”, del “prete in mezzo a noi”, li abbiamo visti a che risultati portano e non sono affatto edificanti.
Consultazione e decisione: partecipazione “non ignorabile” e responsabilità dell’autorità
Il Rapporto del Gruppo 4 insiste sulla “corretta articolazione” dei processi decisionali (consultazione, discernimento, decisione) ma introduce un passaggio che cambia il peso concreto della consultazione: se da un percorso consultivo emerge un orientamento come esito di un “corretto discernimento”, questo «non può essere ignorato». In termini pratici, pur riconoscendo che la competenza decisionale dell’autorità resta inalienabile, il testo attribuisce all’esito del discernimento comunitario un vincolo morale-ecclesiale: l’autorità non può semplicemente decidere altro come se nulla fosse, senza assumersi il costo di motivare e di misurarsi con quanto è emerso.
Sono considerazioni che arrivano da persone delle quali viene spontaneo chiedersi se vivano davvero le comunità ecclesiali o se ne parlino a distanza, per categorie astratte. Perché, nella realtà, strumenti di consultazione esistono già: consigli presbiterali, consigli pastorali, organismi previsti e praticati da decenni. Eppure, nel testo, questa esperienza concreta sembra non contare nulla, come se si ripartisse da zero. Il problema, semmai, è la capacità di far funzionare queste realtà non di crearne nuove. Basta guardare cosa accade ogni giorno: quanti sacerdoti dicono al proprio vescovo “sarebbe meglio fare così”, e poi si ritrovano decisioni prese altrove, spesso secondo l’agenda del laico factotum di turno, quello che in diocesi muove leve, gestisce rapporti, controlla pezzi di amministrazione e, non di rado, anche una parte rilevante del patrimonio. In quel contesto, parlare di processi e di esiti “non ignorabili” suona come retorica: il problema non è inventare nuovi meccanismi, ma avere il coraggio di guardare come funziona davvero il governo di molte diocesi. E poi c’è l’equivoco di fondo: una parte di questi ambienti sembra ragionare come se la Chiesa fosse una democrazia, dove la maggioranza decide e l’autorità ratifica. Non è così. La Chiesa non è un’assemblea parlamentare: la logica della decisione ecclesiale non coincide con la vittoria numerica, e ridurla a questo significa non aver capito la natura stessa della Chiesa.
La Ratio (2016), pur parlando di consultazione e corresponsabilità, mantiene invece più nettamente al centro la natura propria dell’atto di governo nella Chiesa: la decisione non è solo una funzione organizzativa, ma un esercizio del ministero ordinato legato alla sacra potestà e al triplice munus di insegnare, santificare (soprattutto nei sacramenti) e governare, dentro una dinamica gerarchica ordinata all’unità. Proprio qui sta la divergenza di accento: nel Rapporto la categoria della sacra potestà tende a sfumare dietro il lessico dei processi e degli esiti “non ignorabili”; nella Ratio, invece, resta il criterio decisivo che fonda e qualifica la responsabilità dell’autorità, anche quando ascolta e consulta.

Luoghi e stile della formazione: più immersione nel quotidiano, più soggetti coinvolti
Il Gruppo 4 chiede una formazione meno “separata” e più immersa nella vita ordinaria, costruita anche attraverso esperienze condivise tra laici, consacrati e ministri ordinati, e parla di «un’ampia e reale partecipazione» del Popolo di Dio nella formazione dei futuri pastori. In questa cornice inserisce indicazioni operative: “cambio di mentalità”, revisione di ambienti e processi formativi, e perfino la richiesta di «una presenza significativa di figure femminili». Il problema, però, è che la formula viene ripetuta come un mantra delle femministe senza spiegare davvero a che titolo e con quale competenza queste presenze dovrebbero incidere nel discernimento e nella formazione sacerdotale. E fa impressione che l’argomento sia trattato come se fosse scontato in una direzione, mentre non si pone mai la domanda simmetrica: perché non si parla, con la stessa enfasi, di figure maschili nei contesti formativi femminili? La sensazione è che qui pesi un riflesso ideologico, più che un ragionamento ecclesiale serio. Nei seminari è necessario inserire formatori preparati e, soprattutto, che conoscano e comprendano la vita presbiterale. Altre fisse o pallini non devono entrare nel dibattito.
Il Dicastero per il Clero, pur parlando di formazione “unica, integrale, comunitaria e missionaria”, ha mantenuto il Seminario come architettura ordinaria e la Ratio insiste sulla sintesi tra maturità umana e spirituale e tra «vita di preghiera e apprendimento teologico». Questo punto non è negoziabile: è vero che un candidato non può vivere anni “fuori dal mondo”, ma è altrettanto vero che non gli si può togliere il tempo dello “stare con Lui”, cioè con Cristo. Se la formazione si riduce a incastri di esperienze, presenze e moduli, senza un centro reale di preghiera e di vita sacramentale, il risultato è davanti ai nostri occhi ogni giorno, anche sui social: clero che si agita, che si espone, che “funziona” magari sul piano comunicativo, ma mostra fragilità evidenti nel governo di sé, nel rapporto con gli altri, nella predicazione, nella carità pastorale. La radice è quasi sempre la stessa: un rapporto con il Signore non custodito, una vita spirituale non strutturata, non nutrita, non vigilata. In controluce, dunque, la criticità è semplice: se la riforma concentra l’energia sulla meccanica dei luoghi e sulla moltiplicazione dei soggetti coinvolti, la formazione rischia di diventare un dispositivo di processi invece che la generazione di una vita sacerdotale centrata su preghiera, Eucaristia, dottrina e configurazione a Cristo.
Digitale e integrità personale: convergenze inattese e differenze di tono
Nel documento del Gruppo 4 la cultura digitale è presentata come un fattore ormai strutturale della formazione. Viene indicata tra le attenzioni da includere nei percorsi formativi, chiedendo «una sapiente considerazione dell’incidenza della cultura digitale nei processi formativi». In sostanza, il digitale è trattato come un ambiente che plasma discernimento, abitudini quotidiane, stili relazionali e percorsi educativi, perché incide in modo diretto su mentalità, linguaggi e comportamenti dei candidati.
La Ratio (2016) si muove nella stessa direzione, parlando del digitale come di una nuova “agorà” e integrandolo nell’itinerario formativo, con l’attenzione tipica di un testo disciplinare: il tema viene trattato soprattutto come campo da comprendere e da governare, con prudenza verso rischi e dipendenze e con l’idea di educare a un uso responsabile degli strumenti.
Ripensando a ciò che Mons. Erik Varden ci ha detto nei giorni scorsi, di fatto, trovo che le sue parole illuminino la questione in modo più convincente. Varden non parte dal digitale come problema di competenze o di regolazione, ma come cartina di tornasole dell’uomo spirituale: «L’integrità di un maestro spirituale… sarà evidenziata anche nelle sue abitudini online». Il punto non è soltanto “gestire” internet; è capire che ciò che un sacerdote fa online rivela il suo cuore, la sua disciplina interiore, la sua libertà dalla ricerca di consenso, la sua capacità di custodire silenzio, pudore, verità. In questa prospettiva, il digitale non è un settore da amministrare: è un luogo in cui si misura la qualità reale della vita spirituale e, quindi, la credibilità del ministero. È un cambio di approccio che, però, questo documento non offre.
Varden: la vita spirituale come principio, non come “modulo”
Insomma, se leggiamo questo documento alla luce delle profonde e valide considerazioni che il predicatore ha fatto nei giorni scorsi a Papa Leone XIV e ai suoi collaboratori possiamo notare che il monaco trappista formula un criterio che sorregge l’intero discorso: «La vita spirituale non è un’aggiunta al resto dell’esistenza. È la sua anima». La Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, quando chiede una «armoniosa interazione tra… vita di preghiera e apprendimento teologico», si muove proprio in questa direzione.
Questo documento, pur senza negare la dimensione spirituale, concentra la sua spinta principale sulla conversione delle relazioni, sugli assetti formativi e sui processi di partecipazione. Il rischio è evidente: la riforma della formazione sacerdotale può scivolare in una sorta di ingegneria ecclesiale se non resta rigidamente subordinata al primato della preghiera e della configurazione a Cristo. È lo stesso fraintendimento che si avverte in certi slogan di questi mesi, ripetuti da atei, da credenti e perfino da vescovi: “Digiuniamo in Quaresima come i musulmani nel Ramadan”. No, non è così. Il gesto esteriore può sembrare identico - l’astinenza dal cibo - ma fine, fondamento e significato sono radicalmente diversi. Questo dovrebbe bastare a chiarire il punto: non ci si può fermare a un’attività che appare “simile” a quella di altri. Se non si capisce che ciò che facciamo lo facciamo per Cristo e in Cristo, rimane solo una pratica, e andremo ben poco lontano.
Il limite di fondo di questo Rapporto è l’aver scambiato la formazione sacerdotale per un problema di assetti, processi e partecipazione, come se bastasse riorganizzare i meccanismi per generare preti solidi. Ma il sacerdozio non nasce da un set di procedure: nasce da una vita reale di preghiera, da una configurazione a Cristo custodita e verificabile. Se questo centro viene dimenticato avremo tanta ingegneria ecclesiale, poca sostanza spirituale, e una formazione che produce figure fragili proprio come stiamo osservando, attoniti, in questi giorni sulla “piazza dei social”.
d.F.P.
Silere non possum