Roma - Da oltre un anno la RAI vive una paralisi istituzionale che non è solo un problema di poltrone: è un segnale di quanto la politica continui a considerare il servizio pubblico come terreno di conquista. La Commissione parlamentare di vigilanza non riesce a nominare la presidente del Cda, con sedute che si chiudono regolarmente senza esito per mancanza del numero legale, mentre i partiti litigano su un nome e, insieme, bloccano ogni prospettiva di riforma della governance. In un video apparso su TikTok ne parla anche Raffaele Giuliani con Barbara Floridia, attuale presidente. 






Il corto circuito della “provvisorietà” permanente

Il risultato è un corto circuito: l’azienda resta formalmente operativa, ma politicamente sospesa, con soluzioni “provvisorie” che diventano strutturali e con un quadro di comando che dipende dagli equilibri di maggioranza. Nel frattempo, la discussione sulle proposte di riforma (numerose, spesso concorrenti) si arena perché lo stallo nel Cda e in vigilanza rende impraticabile qualsiasi mediazione.

L’Europa chiede garanzie, l’Italia resta impantanata

Questa dinamica è grave per una ragione ulteriore: dall’8 agosto 2025 gli Stati membri sono chiamati ad applicare pienamente lo European Media Freedom Act (EMFA), che impone garanzie sull’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico, sulla capacità di offrire in modo imparziale una pluralità di informazioni e opinioni e su procedure di nomina più solide contro l’interferenza politica. In altre parole, mentre l’Europa chiede di ridurre la presa dei governi sui broadcaster pubblici, l’Italia resta impantanata in un modello che continua a produrre dipendenza e ricattabilità.

Un sistema di governance “politicizzato” incentiva la selezione e la carriera lungo linee di fedeltà, produce autocensura, spinge verso un conformismo prudenziale e rende più costoso, professionalmente, contraddire l’orientamento del potere di turno. E su questo, diverse analisi internazionali hanno segnalato negli ultimi anni un irrigidimento del controllo sulla radiotelevisione pubblica, con sostituzioni ai vertici e un contesto crescente di pressione politica sui contenuti.

Libertà di stampa: il dato che pesa

Nel World Press Freedom Index 2025 di Reporters Without Borders, l’Italia scivola al 49° posto su 180 Paesi, in arretramento rispetto al 2024. Il dato pesa per un grande Paese occidentale: segnala un ecosistema informativo fragile, esposto a dinamiche strutturali che condizionano la possibilità concreta di fare cronaca e inchiesta. Nel quadro italiano ricorrono elementi ormai costanti: minacce e violenze contro i cronisti, l’uso delle querele temerarie e delle SLAPP come strumenti di pressione, tentativi di restringere il diritto di cronaca - soprattutto quando riguarda la giustizia - e pressioni politiche più o meno esplicite, capaci di incidere su scelte editoriali e carriere.

Procure e giornalismo: il circuito opaco

A questi fattori si aggiunge un nodo raramente denunciato: in alcuni contesti si è consolidata una relazione opaca tra una parte del giornalismo e segmenti delle procure, con un circuito di favori, accessi privilegiati, anticipazioni selettive e protezioni reciproche. Un meccanismo che altera la concorrenza professionale e incide sull’equilibrio tra informazione e potere. Basta osservare un dato: alcuni giornalisti d’inchiesta, anche in RAI, concentrano il lavoro investigativo su molti centri di potere, ma evitano sistematicamente la magistratura. È una scelta che rivela un clima di timore e di prudenza quando l’indagine dovrebbe misurarsi anche con quel livello di potere. Sul piano degli organismi di categoria, la questione dell’Ordine dei Giornalisti resta centrale. Il suo ruolo istituzionale riguarda standard, deontologia e formazione; nella pratica, però, l’azione concreta appare spesso orientata alla tutela di equilibri interni e relazioni, con ricadute sulla capacità di vigilare davvero sulla preparazione dei giornalisti e sulla libertà di stampa.

La combinazione fra una RAI inchiodata alla logica della lottizzazione e un ecosistema mediatico esposto a intimidazioni e contenziosi crea un effetto a cascata: l’informazione si impoverisce, il pluralismo si restringe, e chi fa domande scomode diventa più isolato. In questo senso, la crisi della RAI non è una vicenda interna: è un indicatore di qualità democratica. Se il servizio pubblico è percepito come cinghia di trasmissione, la fiducia crolla; e quando crolla la fiducia, aumenta il peso di propaganda, disinformazione e polarizzazione. Senza dimenticare che il canone è obbligatorio per tutti gli italiani, nonostante la televisione non la guarda più nessuno. 

Uscire dalla palude: tre snodi operativi

Che cosa dovrebbe accadere adesso, concretamente, per uscire dalla palude? Primo: recepire lo spirito dell’EMFA, rendendo le nomine dei vertici meno dipendenti dal governo e più ancorate a criteri trasparenti e verificabili, con garanzie di indipendenza e stabilità anche sul piano del finanziamento. Secondo: un assetto interno che rafforzi un vero statuto editoriale, con tutele operative per le redazioni e meccanismi chiari contro interferenze e ritorsioni. Terzo: sul fronte Paese, un pacchetto serio anti-SLAPP, eliminare l’ordine dei Giornalisti come accade nella maggior parte dei Paesi seri e una protezione efficace per i cronisti minacciati, perché senza sicurezza reale la libertà di stampa resta uno slogan.

Denunciare “il controllo” è facile. Più utile è inchiodare il sistema alle sue responsabilità: quando la politica blocca la governance della RAI e la usa come campo di battaglia permanente, non sta litigando solo su una nomina. Sta dicendo che l’autonomia del servizio pubblico è negoziabile. E in un Paese già fragile sul terreno della libertà di informazione, questo è un lusso che non ci si può permettere.

M.C.
Silere non possum