Roma - “Vado per parlare della Costituzione”. Così monsignor Francesco Savino, vicepresidente della CEI per l'Italia Meridionale e vescovo di Cassano all’Jonio, motiva al Corriere della Sera la sua presenza - il 13 marzo prossimo - al congresso di Magistratura democratica, indicata come capofila del fronte del No al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo. Il punto, dice, sarebbe “uno spazio di confronto” su istituzioni, garanzie e fiducia democratica, perché la giustizia incide sulla coesione sociale e sul capitale di fiducia tra cittadini e Stato. Savino rivendica la linea della CEI: partecipazione alle urne, criteri e valori, nessuna indicazione di voto. Richiama la distinzione tra “principi” e “opzioni”, che spettano alla coscienza dei cittadini; aggiunge che nessuno gli ha chiesto di rinunciare e cita Newman e il “primato della coscienza”.
In modo piuttosto singolare al vicepresidente CEI è stato chiesto se la sua presenza fosse un gesto “contro Zuppi”. In realtà, semmai, è un gesto in continuità con quanto il presidente della CEI ha già lasciato intendere pubblicamente. Anche nella prolusione al Consiglio permanente, Zuppi non si è limitato a un generico invito ad andare a votare: ha richiamato esplicitamente alcuni argomenti che, in questi mesi, il Partito Democratico sta usando per delegittimare il referendum. Argomenti che reggono poco, peraltro. Basterebbe leggere il testo della riforma per accorgersi che l’indipendenza della magistratura non viene intaccata affatto.
Le critiche che gli sono giunte, sia da alcuni vescovi che dalla stampa, hanno fatto si che Zuppi nel comunicato finale utilizzasse parole e toni diversi. Ma la battaglia non si esaurisce lì, perché forse questi presuli immaginano che, schierandosi accanto alla magistratura, potranno ottenere qualche trattamento di favore da parte dei pubblici ministeri quando partiranno indagini fuffa sui nostri presbiteri o sulle nostre diocesi. Non hanno compreso che la dinamica è opposta: senza questa riforma necessaria, ci ritroveremo sempre più pubblici ministeri convinti di poter fare ciò che vogliono, fino a spingersi a ingerire perfino nelle questioni della Chiesa cattolica.
Il passaggio più rivelatore dell'intervista arriva quando Savino spiega la pretesa di neutralità: la Chiesa, quando entra nello spazio pubblico, dovrebbe farlo “per ricucire”, salvare un linguaggio comune, evitare che il dissenso diventi una ferita che umilia. E, coerentemente con questa impostazione, dichiara che non renderà pubblico il proprio voto: un vescovo, sostiene, deve custodire l’unità della comunità e non alimentare polarizzazioni.
Fin qui la teoria, nella quale Savino è un maestro che fa scuola. Poi arriva la pratica e, con essa, la scelta del palco. Perché, se l’obiettivo fosse davvero “parlare della Costituzione” con sobrietà e in forma istituzionale, la via più lineare sarebbe un contesto non schierato oppure una presenza davvero bilanciata, con interventi in sedi diverse, dinanzi a pubblici diversi. Savino fa l’opposto: accetta l’invito di una corrente, di quelle realtà che non dovrebbero neppure esistere, perché il magistrato non è chiamato a schierarsi politicamente ma ad applicare la legge; eppure, in Italia, lo sappiamo bene da anni, i magistrati non vogliono applicare la legge ma riscriverla. È, per di più, una corrente di sinistra apertamente schierata per il No al referendum, e Savino pretende che quella decisione venga letta come un’operazione neutra, quasi notarile. In politica - e nei referendum ancora di più - il contesto non è un dettaglio. È già un messaggio. Insomma, per dirla con il linguaggio ecclesiale che Savino dovrebbe ben padroneggiare: si presenterebbe mai a presiedere un pellegrinaggio che promuove la Messa Vetus Ordo? La risposta è fin troppo scontata, e proprio questo aiuta a mettere a fuoco la questione anche per chi non è avvezzo alla politica, ma conosce meglio le sagrestie.
Anche perché Savino non potrà seriamente pensare che la comunità ecclesiale che lo osserva, anche in ragione del ruolo che ricopre, non si ponga delle domande. E il punto, in realtà, va ben oltre Savino. Da anni vediamo vescovi - fra cui lo stesso vicepresidente CEI - selezionare con cura quasi maniacale i giornali “amici” ed evitare quelli ritenuti scomodi; preoccupati dell’immagine pubblica, pronti a sostenere la causa lgbtq+ per apparire “al passo coi tempi”, mentre in ambienti riservati - come le sagrestie delle basiliche dove va a celebrare con i suoi preti in pellegrinaggio - si lasciano andare a frasi e battute su preti e seminaristi che rivelano una cultura omofoba di cui sono intrisi, spesso aggressiva, spesso ipocrita. Insomma, è gente che pesa ogni parola, giocando a fare i democristiani: davanti ai microfoni soppesa tutto al millimetro, e sa declinare con prontezza qualunque invito possa anche solo metterla in correlazione con realtà ritenute non affini al proprio schieramento. E adesso vorrebbero farci credere che partecipano a questo appuntamento “solo per la Costituzione”. E Savino, di grazia, che cos’è: un costituzionalista?
d.I.R.
Silere non possum