Diocesi di Cremona

Caravaggio - Giovedì 19 marzo 2026, al Centro di spiritualità del Santuario Regionale di Caravaggio, si sono riuniti tutti i Consigli presbiterali delle diocesi lombarde in occasione del convegno Discepoli, fratelli al servizio della missione, promosso dalla Conferenza episcopale lombarda.

Oltre duecento sacerdoti hanno preso parte alla mattinata insieme ai rispettivi vescovi, in un appuntamento che ha segnato un passaggio nuovo: è infatti la prima volta che tutti i consigli presbiterali della Lombardia si ritrovano insieme nello stesso luogo per una riflessione comune sul ministero ordinato e sulle sfide della missione ecclesiale. Ad aprire l’incontro, dopo la preghiera iniziale nell’auditorium del Centro di spiritualità, è stato l’arcivescovo di Milano e presidente della Conferenza episcopale lombarda, mons. Mario Enrico Delpini. Il suo intervento ha offerto le coordinate che hanno poi orientato i lavori di gruppo della seconda parte della mattinata e, soprattutto, ha delineato una prospettiva che nelle intenzioni dei promotori non si esaurisce nell’incontro di Caravaggio, ma chiede di essere ripresa a livello regionale e nelle singole diocesi.

Leggere la realtà come vicenda spirituale

Delpini ha impostato la sua riflessione a partire da una domanda decisiva: la Chiesa, di fronte alle situazioni del presente, deve fermarsi all’analisi dei fenomeni oppure lasciarsi guidare da un ascolto spirituale capace di interpretarli? Nel suo intervento l’arcivescovo ha osservato che nelle riflessioni ecclesiali ricorrono spesso “analisi della situazione, raccolte di dati, descrizioni di vicende e di problematiche”, ma ha avvertito che i discepoli di Gesù non possono limitarsi a “recensire” la realtà. Per questo ha spiegato che i dati vanno letti come segni di una vicenda spirituale, nella disponibilità a lasciarsi condurre dallo Spirito “sulla Via che è Gesù”.

© Arcidiocesi di Milano

La missione come principio di conversione

Il primo nodo affrontato da Delpini riguarda proprio questo: la conversione del ministero ordinato non può essere il frutto di un riassetto funzionale, ma deve nascere dalla missione. L’Arcivescovo ha richiamato il comportamento dei discepoli nel Vangelo, segnati fino all’ultimo da criteri mondani e da discussioni sul potere. Il punto di svolta, ha detto, è la Pentecoste: “L’evento che li ha convertiti è stata Pentecoste. Cioè la missione”. In questa chiave, il tempo presente non va letto come stagione di ripiegamento interno, ma come passaggio nel quale la Chiesa è chiamata a farsi carico “dell’infelicità del mondo” e ad annunciare “il principio della speranza, la risurrezione di Gesù”.

Discernimento e metodo sinodale

Il presidente della Conferenza episcopale lombarda ha poi legato direttamente la missione al modo con cui la Chiesa assume le proprie decisioni. Secondo Delpini, la domanda decisiva riguarda sempre l’annuncio: “quale parola deve essere annunciata?”, “quali interlocutori devono essere raggiunti?”, “quali segni devono essere riconoscibili?”, “quali risorse sono necessarie?”. A questo livello, ha precisato, la tradizione cristiana non consegna né un modello semplicemente democratico né una dinamica fondata sull’iniziativa isolata dell’autorità. Spiega infatti: “Fin dai primi passi il metodo del discernimento è stato originale. Cioè non esito di un processo democratico, non esito della decisione di una autorità, ma esito di un Concilio. Un metodo sinodale”.

L’autorità come servizio

Dentro questa prospettiva ha collocato anche la sua riflessione sull’autorità nella Chiesa. Delpini ha insistito sul fatto che il vescovo presiede “come colui che serve”, promuovendo i percorsi decisionali di tutti coloro che, in forza del battesimo, sono pietre vive nella comunità ecclesiale. Ai presbiteri ha riconosciuto il compito di essere “collaboratori del Vescovo” e di condividerne la responsabilità. Delpini ha richiamato in modo esplicito le parole del Vangelo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve”. Una chiave concreta per comprendere il ministero ordinato nel tempo presente.

© Arcidiocesi di Milano

Dal presbitero al presbiterio

Uno dei passaggi più significativi del suo intervento ha riguardato la fraternità sacerdotale. Delpini ha riconosciuto che una lunga prassi ecclesiale ha finito per accentuare nel prete, soprattutto nel parroco, una responsabilità personale “solitaria”. Per questo ha osservato che oggi è richiesta “una conversione dal presbitero al presbiterio, dalla delega delle responsabilità alla condivisione delle decisioni per la missione”. Non si tratta soltanto di promuovere rapporti più cordiali tra sacerdoti, ma di riconoscere che l’appartenenza al presbiterio non può restare un fatto sacramentale astratto. “L’appartenenza al presbiterio non può essere solo un dato ‘dogmatico’, sacramentale”, afferma l’arcivescovo, perché essa deve diventare “evidenza nelle relazioni, nella frequentazione, nella condivisione delle responsabilità”.

La corresponsabilità nella vita ecclesiale

La stessa logica viene estesa alla vita delle comunità cristiane. Delpini ha collocato la corresponsabilità non sul piano di una concessione organizzativa, ma sul terreno della vocazione ecclesiale. Tutti sono figli di Dio, tutti sono fratelli, tutti sono chiamati a portare i pesi gli uni degli altri. In questo quadro il ministero ordinato viene descritto come “servo dell’unità, garante della fedeltà, promotore della vocazione di ciascuno”, mentre ogni membro del popolo di Dio riceve un dono spirituale “per l’utilità comune”. È in questo passaggio che Delpini ha definito la sinodalità come “il metodo e la spiritualità” di questo mettersi a disposizione reciproco.

Le difficoltà del ministero

L’arcivescovo, tuttavia, non indulge in formulazioni astratte e riconosce le difficoltà reali. Osserva che “la delega è meno impegnativa della condivisione” e ammette che vi sono anche sacerdoti che “stentano ad apprezzare la condivisione delle responsabilità, per paura o per inerzia o per scarsa stima verso gli altri fratelli e sorelle, laici o consacrati”. Da qui le domande finali, formulate in modo volutamente aperto e provocante al fine di favorire il confronto nei gruppi: “Dovremo rinunciare allo stile e alla pratica sinodale?”; “Dovremo ricondurre al prete tutto quello che gli altri non vogliono assumere?”; “Abbiamo proposte formative per abilitare a questo tipo di presenza?”.

Un cammino da proseguire nelle diocesi

Questi interrogativi hanno fatto da sfondo al lavoro dei gruppi nella seconda parte della mattinata, quando i presbiteri si sono confrontati tra loro, riflettendo insieme e condividendo esperienze, fatiche e prospettive. Nel suo intervento, l’arcivescovo Delpini ha delineato una direzione ecclesiale molto chiara e necessaria: leggere il presente come tempo di missione, ripensare il ministero ordinato nella forma del servizio, uscire dalla solitudine del presbitero, rafforzare la fraternità del presbiterio e assumere con maggiore consapevolezza la corresponsabilità e il metodo sinodale. Da qui prende avvio un cammino che i consigli presbiterali delle diocesi lombarde sono ora chiamati a proseguire nelle rispettive Chiese locali.

d.M.V.
Silere non possum







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