Città del Vaticano – Nell’Aula Paolo VI, questa mattina, si è svolto l’incontro tradizionale tra il Vescovo di Roma e il clero, appuntamento che cade sempre nel giovedì successivo al Mercoledì delle Ceneri e apre, in forma comunitaria, il cammino della Quaresima. Ad introdurre l’incontro è stato il Cardinale Vicario, che ha ringraziato il Papa per la convocazione e ha rivendicato la continuità storica dell’appuntamento: «L’incontro tra il Vescovo di Roma e i suoi presbiteri appartiene alla storia e alla tradizione di questa Chiesa». Parole che oggi suonano impeccabili, ma che stonano se rilette alla luce degli anni passati: Reina allora non mostrava la stessa convinzione. È la liturgia curiale più antica e più noiosa e accomuna tutti, tradizionalisti e modernisti: per alcuni di questi porporati quando cambia il vento cambiano le croci pettorali, cambiano i rocchetti, cambiano le frasi pronte, ecc….
Il Vicario ha inserito questa mattinata al percorso dell’anno pastorale, ricordando l’appuntamento del 19 settembre in Laterano e il piano pastorale consegnato dal Papa: centralità di Cristo, revisione dell’iniziazione cristiana in rapporto stretto con l’evangelizzazione, attenzione alla pastorale familiare e giovanile. Ha descritto il lavoro in corso nelle prefetture e nei settori, con l’avvio di commissioni pensate per coinvolgere maggiormente laici e operatori pastorali anche oltre il livello parrocchiale. Reina ha riconosciuto un contesto segnato da difficoltà crescenti e da un clima culturale che “mette da parte Dio” ma ha rivendicato la vitalità delle parrocchie e, soprattutto, la fraternità presbiterale come “punto di forza” del clero romano. Nel suo saluto ha anche ringraziato Leone XIV per aver ripreso la visita pastorale alle parrocchie, indicata come segno concreto di cura per la diocesi. In chiusura, il Vicario ha citato una frase che il Papa ha rivolto ai sacerdoti di Madrid delineando l’identità presbiterale come radicata in una «relazione viva» con Cristo, nutrita dall’Eucaristia e resa visibile in una carità pastorale segnata dal dono di sé; quindi l’impegno reciproco alla preghiera: per il Papa e per i presbiteri della diocesi.

Leone XIV: «È urgente ritornare ad annunciare il Vangelo»
Nel suo intervento, Leone XIV ha ripreso il filo dell’anno pastorale partendo dalla scena evangelica della samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio». Il Papa ha insistito sul fatto che il dono chiede una risposta di responsabilità e di creatività: la Chiesa non procede per inerzia, perché i presbiteri, con i loro carismi, sono chiamati a “collaborare con l’opera di Dio”. Leone XIV ha ribadito l’esortazione di San Paolo a Timoteo all’intera comunità ecclesiale: quando cambiano i contesti e passa il tempo, possono emergere stanchezza, delusione, frustrazione, fino a un indebolimento della vita spirituale e morale. Il Papa ha usato l’immagine della brace sotto la cenere, richiamando anche una catechesi del predecessore sull’atto di “soffiare sul fuoco” per far tornare viva la fiamma.
Il Pontefice ha voluto spiegare alla diocesi di Roma che il fuoco è acceso, ma va alimentato di nuovo, perché la fiamma non conserva sempre la stessa intensità, soprattutto quando pesano la routine, la disaffezione verso la fede e la pratica religiosa, e i rapidi mutamenti culturali.
Entrando nei contenuti pastorali, il Papa ha indicato tre snodi.
Il primo riguarda la pastorale ordinaria delle parrocchie. Il Santo Padre ha espresso gratitudine per il servizio spesso nascosto dei presbiteri, parlando della fatica quotidiana e dei pochi riconoscimenti. Ma proprio le fatiche, ha aggiunto, aiutano a leggere le sfide: in particolare il rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione. Il Papa ha parlato di una necessaria inversione di marcia, perché un modello centrato soprattutto sull’amministrazione dei Sacramenti presupponeva un contesto sociale e familiare in grado di trasmettere la fede; oggi, invece, si vede un’erosione crescente della pratica religiosa. Per questo Leone XIV ha definito “urgente” tornare all’annuncio del Vangelo come priorità, citando l’allarme su una “sacramentalizzazione” non accompagnata da altre forme di evangelizzazione e ricordando l’interrogativo di Paolo: «Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» Nel quadro della città di Roma, segnata da mobilità e legami più fragili, l’invito è a rimettere al centro l’annuncio e a sperimentare modalità nuove di trasmissione della fede, anche oltre i percorsi classici, coinvolgendo in modo diverso ragazzi, giovani e famiglie.
Il secondo snodo è l’arte di “lavorare insieme”, nella comunione. Leone XIV ha osservato che l’evangelizzazione, nelle sue forme molteplici, richiede di superare l’isolamento operativo: la trasformazione degli stili di vita, dalla stabilità alla mobilità, rende spesso insufficiente la sola parrocchia per intercettare chi fatica a partecipare. Il Papa ha chiesto di vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che produce sovraffaticamento e dispersione, e di intensificare la collaborazione soprattutto tra parrocchie vicine: mettere in comune carismi e risorse, programmare insieme, evitare sovrapposizioni. Anche un maggiore coordinamento, ha spiegato, non è un espediente organizzativo: dovrebbe rendere visibile la comunione presbiterale.
Infine, la vicinanza ai giovani. Leone XIV ha riconosciuto una realtà che molti presbiteri incontrano ogni giorno: tanti ragazzi «vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa». Ha invitato a leggere il loro disagio esistenziale, lo smarrimento, le difficoltà amplificate dal mondo virtuale, fino ai segnali di aggressività che talvolta sfociano nella violenza. Il Papa ha escluso scorciatoie e risultati immediati, chiedendo però di restare in ascolto, rendersi presenti, accogliere, condividere un tratto della loro vita. E, poiché i problemi hanno più dimensioni, ha indicato anche una collaborazione più strutturata con le istituzioni del territorio, la scuola, gli esperti del campo educativo e delle scienze umane, e chiunque abbia a cuore il futuro dei ragazzi.

Leone XIV ai preti giovani: «Fuggite il rischio di esaurire in fretta le energie, di accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine»
Il Papa ha riservato un passaggio specifico anche ai preti più giovani, descrivendo un rischio concreto: consumare rapidamente le energie, accumulare frustrazione e finire nella solitudine. La risposta proposta dal Papa passa per la fedeltà quotidiana nella relazione con il Signore, il lavoro perseverante anche quando non si vedono i frutti, e una fraternità vissuta senza paura del confronto: parlare anche delle stanchezze e delle crisi, cercando confratelli capaci di aiutare, e costruendo un clima di ascolto e attenzione reciproca.
In chiusura, il Papa ha ricondotto tutto al primo impegno del presbitero: custodire e far crescere la vocazione in un cammino continuo di conversione e rinnovata fedeltà, con una responsabilità che coinvolge la cura gli uni degli altri.
Leone XIV, anche in questa occasione, ha messo sul tavolo spunti concreti, utili per la vita quotidiana del prete e per la tenuta dell’intero presbiterio. E soprattutto sta riportando, passo dopo passo, la diocesi di Roma a respirare dopo anni segnati da un clima pesante: il vescovo veniva percepito come un castigatore, spesso più attento a colpire che a governare, con un paradosso evidente. Chi doveva essere corretto lo si teneva accanto, protetto e influente. Il caso più emblematico resta Renato Tarantelli, figura che ha devastato il Vicariato di Roma, trasformandolo in un apparato ripiegato su sé stesso. Ora nel clero romano cresce un auspicio: che Leone XIV assegni a Tarantelli una diocesi lontana dall’Urbe, liberando finalmente il Vicariato da un sistema logoro. Solo così il Palazzo Lateranense potrà tornare ad essere un luogo realmente utile alle parrocchie, e smettere di funzionare come un terreno di gestione personale, dove ognuno coltiva il proprio spazio e i propri interessi.
d.S.V.
Silere non possum