La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha pubblicato oggi, con un comunicato della Casa Generalizia, un documento intitolato Professione di fede cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X, per illuminare le anime di fronte agli errori moderni. Si tratta di un testo sistematico di centocinquantaquattro paragrafi, articolato in diciassette sezioni, che ripercorre il deposito della fede - dalla Rivelazione alla Trinità, dalla cristologia alla mariologia, fino ai sacramenti e ai novissimi - e che si chiude, non a caso, con la data simbolica della Natività di San Giovanni Battista, il Precursore che predica nel deserto.

Letto in sé, il documento è un compendio di teologia romana pre-conciliare, costruito su un apparato fittissimo di rimandi a Trento, al Vaticano I, al Sillabo, alla Pascendi. Ai paragrafi 73-75 la Fraternità riconosce nel Romano Pontefice «il Vicario di Gesù Cristo», titolare di un potere «di vera e propria giurisdizione suprema, plenaria, immediata e universale», e dichiara che a lui pastori e fedeli «devono rispetto e obbedienza filiale in tutto ciò che rientra nel legittimo esercizio del suo ufficio». Ai paragrafi 78-79 condanna le concezioni «collegialiste» e «sinodali» che trasformerebbero la Chiesa gerarchica in struttura «consultiva, parlamentare o democratica».

Ciò che colpisce, in questa sequenza di atti del tutto insensati iniziata con l’annuncio delle ordinazioni episcopali, è la contraddizione costante: si afferma una cosa, si proclama un principio e poi lo si smentisce nei fatti. Ricorda molto altri ambiti sui quali queste realtà si mostrano inflessibili a parole e assai più libertine nella pratica. Insomma, lo stesso soggetto che firma una professione di obbedienza al Vicario di Cristo è quello che, tra sette giorni, il 1° luglio, ha annunciato che procederà a Ecône alla consacrazione di nuovi vescovi senza il mandato pontificio.

La FSSPX ha annunciato il 2 febbraio scorso che il 1° luglio avrebbe consacrato nuovi vescovi senza l'autorizzazione del Vaticano, decisione che porterà con ogni probabilità alla scomunica automatica dei vescovi coinvolti. Non si tratta di un'opinione polemica: è la qualificazione che ne dà il diritto della Chiesa. A norma del canone 1387 del Codice, il vescovo che senza mandato pontificio consacra qualcuno vescovo, e chi da lui riceve la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. Lo stesso atto che nel 1988, con Lefebvre, San Giovanni Paolo II definì nel motu proprio Ecclesia Dei «un atto di natura scismatica».

Non manca chi ricorda che la sede del problema è proprio dottrinale. Il 12 febbraio don Davide Pagliarani era stato ricevuto dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, con il beneplacito di Leone XIV: il prefetto aveva proposto un percorso di dialogo specificamente teologico, subordinandolo però alla sospensione delle consacrazioni episcopali annunciate. La Fraternità ha rifiutato. In una lettera al cardinale Fernández pubblicata il 19 febbraio, Pagliarani ha ribadito che si procederà il 1° luglio senza rinvii e senza mandato pontificio. A corredo, Menzingen ha diffuso una tesi a propria difesa, costruita per disinnescare l'accusa di scisma: una consacrazione episcopale non autorizzata, quando non è accompagnata da intenzione scismatica né dalla collazione della giurisdizione, non costituirebbe una rottura della comunione, perché - sostiene la Fraternità - non sarebbe vero il postulato del Vaticano II (Lumen gentium 21) secondo cui la consacrazione conferisce sia il potere d'ordine sia quello di giurisdizione.

È un sofisma già smontato dai tradizionalisti autentici: quelli pienamente in comunione con Roma e non legati a psicoblog che alimentano divisioni. L’11 aprile, un gruppo di teologi della Fraternità Sacerdotale San Pietro ha pubblicato un’analisi che chiarisce l’illiceità di queste ordinazioni. Il testo è stato poi salutato con parole di apprezzamento anche dal cardinale Robert Sarah. Chi conosce il diritto sa che la pena non dipende dalle dichiarazioni d'intenzione: la scomunica latae sententiae si incorre per il fatto stesso d'aver compiuto il delitto. E che Roma non intenda chiudere un occhio lo ha confermato anche lui stesso a Castel Gandolfo.

In sostanza, Leone XIV avrebbe scelto di attenersi alla «giurisprudenza del 1988». Ai suoi collaboratori ha parlato di un decreto destinato a dichiarare la scomunica latae sententiae, incorsa ipso facto, dai vescovi consacranti e dai nuovi consacrati, qualificando le ordinazioni come un «atto scismatico».

Resta dunque la contraddizione che costituisce il marchio di fabbrica di questo mondo chiuso in sé stesso, seguito con fascinazione anche da alcuni sedicenti cattolici tradizionalisti: gli stessi che popolano psicoblog e si aggirano nelle parrocchie fomentando divisioni. Con la mano destra sottoscrivono una Professione di fede cattolica che proclama l’obbedienza filiale a Pietro, la costituzione monarchica della Chiesa e l’indefettibilità del primato; con la sinistra preparano, contro la volontà esplicita di quello stesso Pietro, un atto che la Chiesa qualifica come scismatico e al quale consegue la scomunica. Lo ha ricordato senza ambiguità il comunicato del cardinale Fernández, spesso bersaglio degli insulti di questi odiatori da tastiera, che sembrano dimenticare come il cardinale Ratzinger non solo avrebbe assunto la medesima posizione, ma con ogni probabilità sarebbe intervenuto con maggiore durezza.

Fernández ha richiamato un punto essenziale: l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica prevista dal diritto della Chiesa. Una professione di fede non si valuta dall’eleganza delle citazioni patristiche, ma dalla coerenza tra ciò che si confessa con la bocca e ciò che si compie con le mani. Ed è precisamente su questo terreno che la Fraternità si smentisce: mentre professa obbedienza a Roma, si dispone a spezzarne la comunione.

d.L.V.
Silere non possum



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