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La guerra a punti: quando uccidere diventa un videogioco
Attualità09 luglio 2026

La guerra a punti: quando uccidere diventa un videogioco

Kyiv premia con punti elettronici ogni russo ucciso, Mosca paga in contanti ogni mezzo ucraino distrutto. Due sistemi speculari che rivelano la stessa deriva: la riduzione dell'uomo a bersaglio quantificabile. E dietro la retorica dell'efficienza si nasconde anche altro: un formidabile strumento di controllo governativo su chi combatte.

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Київ - Qualche giorno fa ero con una collega nei pressi di Kyiv. Siamo arrivati fin qui perché lei deve realizzare alcuni servizi per la televisione per cui lavora. Mentre ci avviciniamo alla capitale ucraina, ci raggiunge un collega del posto. È lui a raccontarci un dettaglio che, più di molti discorsi, restituisce la natura di questa guerra: oggi, in Ucraina, un soldato russo ucciso “vale” 12 punti. Un carro armato distrutto ne vale 40. Un lanciarazzi neutralizzato, 50.

Il programma si chiama Army of Drones Bonus, ribattezzato dai soldati "eBaly", i punti elettronici. Il meccanismo è di una semplicità agghiacciante: le unità di droni ucraine filmano i propri attacchi, caricano i video nel sistema di gestione del campo di battaglia chiamato Delta, un centro di valutazione a Kyiv verifica le immagini e assegna il punteggio. I punti si spendono poi sul Brave1 Market, una piattaforma governativa che la stampa internazionale ha definito senza imbarazzo "l'Amazon della guerra": un catalogo di oltre ottocento prodotti - droni, robot terrestri, sistemi di guerra elettronica - che le unità ordinano come si ordina un elettrodomestico, con consegna al fronte in una decina di giorni.

I numeri, forniti dallo stesso governo ucraino, danno la misura del fenomeno: oltre quattrocento unità combattenti aderiscono al programma, circa il 95 per cento dei reparti droni. Solo nel 2026 sono stati consegnati al fronte più di 181.000 pezzi di equipaggiamento acquistati con i punti. Esiste una classifica mensile, pubblica, in cui le unità competono tra loro. I reparti con nomi come "Achilles", "Phoenix" o i "Birds of Magyar" si contendono il vertice come squadre di un campionato. Il ministro Mykhailo Fedorov, architetto del sistema, ha rivendicato che quando la ricompensa per un fante russo ucciso è stata triplicata, il numero delle uccisioni è raddoppiato. Lo ha detto con nonchalance, come fosse normale. Senza esitazione. Senza vergogna.

Mosca non è diversa: paga in contanti

Chi pensasse di trovare in questa vicenda un cattivo e un buono resterà deluso. La Russia ha adottato un sistema speculare, forse più rozzo nella forma: premi in denaro per la distruzione degli equipaggiamenti nemici. Le cifre riportate dalla stampa parlano di bonus fino a 2.400 dollari per l’abbattimento di un elicottero e fino a 12.000 dollari per la cattura di un carro armato Leopard di fabbricazione occidentale. Taglie, in sostanza.

Secondo l’intelligence ucraina, Mosca starebbe inoltre studiando un proprio sistema gamificato per competere con quello di Kyiv, come se anche la guerra dovesse rispondere alla logica del mercato e della concorrenza. Le due impostazioni sono diverse nell’estetica, ma molto simili nella sostanza: si attribuisce un valore - in punti o in rubli - alla distruzione, e si lascia che l’incentivo faccia il resto. Kyiv lo fa con il linguaggio pulito della start-up, Mosca con quello brutale della taglia. Ma il principio resta il medesimo.

Qualche tempo fa un amico mi parlava di una proposta di lavoro. Mi spiegava che, in quel nuovo ufficio, lo stipendio cresceva in base alle vendite: più vendi, più guadagni. Un premio di produzione, insomma. Il cortocircuito è tutto qui. Nella guerra contemporanea, il meccanismo mentale sembra essere lo stesso: solo che al posto delle vendite ci sono i morti, i mezzi distrutti, gli obiettivi colpiti. E così il “premio morte” finisce per apparire normale quanto un premio vendite.

La cultura della morte, con l'interfaccia di un'app

San Giovanni Paolo II, nell'Evangelium vitae, chiamava "cultura della morte" quella mentalità che misura la vita umana secondo criteri di efficienza e utilità. È difficile trovare un'illustrazione più letterale di questi sistemi. Qui la morte di un uomo non è più nemmeno una tragedia necessaria della guerra: è una transazione. Otto fanti russi uccisi equivalgono, nel listino, a un drone pesante "Baba Yaga". La stampa internazionale ha sintetizzato il circolo vizioso con una formula che i suoi stessi ideatori non hanno smentito: più fanteria uccidi, più droni ottieni per uccidere altra fanteria.

C'è poi un dettaglio che qualcuno presenta come attenuante e che invece, a ben guardare, è la conferma più inquietante di tutte: anche tenere in vita una persona vale punti. Catturare vivo un soldato russo frutta 120 punti - dieci volte più che ucciderlo - perché Kyiv ha bisogno di prigionieri da scambiare. Evacuare un commilitone ferito con un veicolo autonomo è premiato più generosamente che colpire una posizione di fanteria. Si è arrivati persino a discutere, per bocca dello stesso Fedorov, se assegnare 12 punti all'unità nella cui zona un soldato russo si suicida sotto la pressione dei droni, purché ci sia la conferma video.

Fermiamoci un momento. Fermiamoci noi, che ogni giorno guardiamo questa guerra attraverso gli occhi delle propagande. Fermiamoci noi, che discutiamo di demografia, di natalità, di futuro dell’umanità, mentre intanto accettiamo che la morte venga trasformata in un sistema di punteggi. Fermiamoci noi, che continuiamo a dirci umani. E si fermino anche coloro che, davanti all’orrore della guerra, gridano: «Dov’è il vostro Dio?». La domanda, ormai, dovrebbe essere un’altra: dov’è l’uomo?

Perché qui non siamo più soltanto davanti alla brutalità della guerra. Siamo davanti alla sua amministrazione contabile. Un uomo che si arrende vale 120 punti. Un uomo che muore ne vale 12. Un ferito trasportato in salvo “rende” più di un nemico colpito.

Qualcuno potrà leggerci un incentivo umanitario. Noi ci leggiamo l’abisso. La vita e la morte di una persona sono state ricondotte alla stessa unità di misura: il punto. Si salva un uomo non perché resta un uomo anche quando indossa la divisa del nemico, ma perché salvarlo conviene. La misericordia non viene più riconosciuta come un dovere morale, ma convertita in rendimento. Quando anche la pietà entra in un listino, tutto può essere prezzato. Anche ciò che, per definizione, non dovrebbe avere prezzo.

L'altro volto del sistema: il controllo

Ma c'è un secondo livello, meno commentato e non meno rilevante: questi sistemi non servono solo a motivare. Servono a controllare.

Ogni punto assegnato presuppone un video caricato, verificato, archiviato. Il risultato è che il comando dispone di dati sempre più precisi su tutto ciò che accade al fronte, perché le unità si sforzano di documentare e riferire ogni singolo colpo. Nessun esercito nella storia ha mai avuto una sorveglianza così capillare sui propri soldati: non per ordine, ma per incentivo. Il soldato si autocontrolla, si autodocumenta, si autodenuncia al proprio comando, perché è così che guadagna.

E il governo non si limita a osservare: orienta. I punteggi vengono aggiornati in tempo reale dai vertici militari: quando le infiltrazioni russe di piccole unità hanno cambiato il quadro tattico, Kyiv ha raddoppiato i punti per la fanteria, e il comportamento dei reparti si è adeguato di conseguenza. Il ministero decide che cosa vale la pena colpire semplicemente ritoccando un listino, come una piattaforma commerciale ritocca le offerte per pilotare i consumatori. Il soldato crede di scegliere; in realtà esegue una priorità decisa altrove, veicolata non da un ordine - che si può discutere, che ha un responsabile - ma da un prezzo, che non si discute mai.

Il perimetro, peraltro, non si ferma ai militari. L'app statale Diia, nata come portale di servizi pubblici, autentica oggi i cittadini che attraverso il bot eVorog segnalano i movimenti delle truppe russe; le segnalazioni, validate, confluiscono nello stesso sistema Delta. Il cittadino con lo smartphone diventa un sensore di un apparato di puntamento distribuito, senza vedere mai le conseguenze del proprio clic. E l'intero flusso di video verificati sta generando un gigantesco dataset di combattimento che Kyiv dichiara di voler usare per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Le morti di oggi diventano i dati di addestramento delle macchine che uccideranno domani.

Un lavoro tecnico, non un gioco?

I difensori del sistema - e ne ha di “autorevoli” - rispondono che la guerra imposta dall'invasore non lascia spazio a scrupoli estetici. Qualcuno non ha paura a definirlo un lavoro tecnico. Eppure, se è "un lavoro tecnico e non un gioco", perché costruirlo esattamente come un gioco - con punti, classifiche, premi e livelli? L'associazione con i videogiochi, hanno ammesso gli stessi promotori, è intenzionale. La forma non è mai innocente. Le classifiche e i punteggi non si limitano a misurare un comportamento: lo plasmano. E ciò che plasmano, qui, è il rapporto di una generazione di giovani - ucraini e russi - con l'atto di togliere la vita.

La guerra è sempre stata un male. Ma le civiltà si sono sempre distinte per gli argini che hanno saputo costruire attorno a quel male: il diritto, la cavalleria, la pietà per il nemico caduto, il tabù. La gamification lavora nella direzione opposta: abbassa gli argini, anestetizza, trasforma il volto dell'altro in un'icona su uno schermo e la sua morte in una notifica di accredito. Quando questa guerra finirà - e prima o poi finirà - i punti spariranno dai server. Le classifiche verranno archiviate, gli algoritmi aggiornati, le piattaforme forse dimenticate. Ma gli uomini che hanno imparato a uccidere accumulando punti torneranno a casa. Torneranno da entrambe le parti del fronte.

E nessuno, oggi, sembra chiedersi che cosa porteranno con sé. Nessuno sembra domandarsi quale idea della vita, della morte e del nemico resterà impressa in chi è stato educato a misurare la distruzione come una prestazione. Nessuno sembra interrogarsi davvero sul mondo che troveranno, né su quello che contribuiranno a costruire una volta deposte le armi.

L.T.
Silere non possum

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