Città del Vaticano - La lettera che Papa Leone XIV ha indirizzato al presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid, in occasione dell’Assemblea presbiterale “Convivium” (9 febbraio 2026), resa nota soltanto ieri, riporta con sobria autorevolezza al centro i nodi essenziali della vita sacerdotale. Il Papa adotta un registro insieme spirituale, quasi poetico ma sorprendentemente concreto: parole limpide, capaci di respirare in alto senza perdere presa sul reale, e di toccare - senza concessioni - ciò che oggi molti presbiteri avvertono come più urgente e più vero.
Il clero, non soltanto quello di Madrid, l’ha accolta con entusiasmo: in queste ore la lettera circola nei messaggi WhatsApp, viene inoltrata, commentata, persino stampata. Questa mattina è stata anche materia di confronto durante un ritiro del clero. Proprio per questo risulta sconcertante quanto è accaduto questa mattina su X (ex Twitter): l’Arcivescovo Giovanni Checchinato, metropolita di Cosenza-Bisignano, ha ritwittato un post di un autore sconosciuto e non cattolico che attaccava frontalmente il Papa per l’uso dell’espressione “alter Christus”, derisa come un residuo da cancellare: «Speravo di non sentire più, in vita mia, l’espressione “essere alter Christus” e invece viene addirittura definito dal Papa “nucleo più autentico del sacerdozio”». Ciò che possa sperare un non cattolico che, con singolare presunzione, pretende di giudicare e colpire le scelte del Successore di Pietro a noi non interessa. Colpisce invece - e non poco - che un Arcivescovo cattolico, che negli anni scorsi non ha mai osato mettere in discussione il Papa, oggi scelga di rilanciare un attacco tanto insignificante quanto frontale al Pontefice: un gesto estraneo al senso cattolico e, proprio per questo, anche pericoloso.

Il fulcro della questione:
Il punto non riguarda un semplice dettaglio lessicale, come si vorrebbe far credere con frecciatine studiate più per screditare che per argomentare: è il consueto stile dei leoni da tastiera, che colpiscono di traverso proprio perché non hanno nulla da dimostrare sul piano delle ragioni. Qui si contesta un nucleo teologico preciso e, insieme, si prova a delegittimare una linea di magistero che oggi alcuni vorrebbero rendere impraticabile. Comincia a fare capolino un episcopato selezionato negli anni passati secondo criteri ideologici, che oggi prende misura di Leone XIV con la stessa postura con cui, in altri tempi, una parte del clero e dell’episcopato scelse di logorare Benedetto XVI. In questo quadro il retweet non è un gesto neutro: diventa la cassa di risonanza di un attacco che non colpisce soltanto il Papa, ma ferisce anche il sacerdozio.
La lettera del Papa
Nella lettera il Papa descrive un tempo di secolarizzazione, di parole che “non significano più la stessa cosa”, e chiede di “educare lo sguardo” al discernimento; quindi spiega: Madrid, e la Chiesa, hanno bisogno di “uomini configurati a Cristo”, capaci di sostenere il ministero da “una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé”. Dentro questa cornice si colloca la frase che ha fatto saltare i nervi a Checchinato: “Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre… il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus”. Leone XIV non sta lanciando uno slogan: sta riassumendo ciò che la Chiesa intende quando parla del prete ordinato.
“Alter Christus” non è un’invenzione di Leone XIV
L’espressione alter Christus appartiene da decenni al linguaggio cattolico per dire una cosa precisa: nel ministero ordinato, Cristo rende realmente operante la sua azione nella Chiesa attraverso un uomo segnato sacramentalmente. Basta guardare al Catechismo della Chiesa Cattolica. Parlando del ministero ordinato, spiega che “è Cristo stesso che è presente alla sua Chiesa” e che il sacerdote “agisce «in persona Christi Capitis»”. (CCC, 1548). Non è un modo poetico di dire “imitare Gesù”. Qui si afferma che, nel sacramento dell’Ordine, il prete riceve una configurazione reale che lo abilita a rappresentare Cristo Capo e Pastore nell’azione ecclesiale. Il Concilio Ecumenico Vaticano II usa lo stesso quadro concettuale: i presbiteri, “in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote” così da poter “agire in nome di Cristo, capo della Chiesa”. (Presbyterorum ordinis, 2). E, prima ancora, Papa Pio XI dedicava un’intera sezione dell’enciclica Ad Catholici Sacerdotii alla “sublime dignità” del sacerdote, riassumendola senza ambiguità: “il sacerdote… è davvero alter Christus”. (Pio XI, Ad Catholici Sacerdotii).
Contestare quella formula significa ignorare che essa è già scritta nel magistero recente e contemporaneo, dal Catechismo al Concilio Vaticano II, fino ai testi pontifici del Novecento. Significa ignorare che cosa sia il sacerdozio, anche se qualcuno ama definirsi “prete felice” dentro una certa ottica - spesso solo apparente - di umiltà, che poi emerge ben poco quando c’è da confrontarsi davvero con i propri sacerdoti diocesani.
“In persona Christi Capitis”: che cosa dice davvero la Chiesa
L’attacco social nasce da una caricatura: “alter Christus” come esaltazione del prete sopra i fedeli. È una lettura che si scontra con i testi stessi. Il Vaticano II afferma che “il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale… differiscano essenzialmente e non solo di grado”, e aggiunge subito che sono “ordinati l’uno all’altro”. (Lumen gentium, 10). Il ministero ordinato ha una differenza reale, ma quella differenza ha una direzione: è per l’edificazione del Popolo di Dio, non per costruire caste. Il Catechismo è ancora più esplicito nel prevenire le deformazioni: la presenza di Cristo nel ministro “non deve essere intesa come se costui fosse premunito contro ogni debolezza umana… gli errori, persino il peccato”. (CCC, 1550). La Chiesa, quindi, taglia alla radice due illusioni: il clericalismo che si sente intoccabile e l’anti-clericalismo che pretende di demolire il sacramento perché alcuni ministri sono indegni. La garanzia riguarda l’azione sacramentale, non la santità automatica del ministro. Come al solito, peraltro, questi odiatori da tastiera tanto cari ad una certa tipologia di vescovi con la tessera del partito, non sanno neppure leggere il contesto, il discorso completo. Infatti, è questo il punto che Leone XIV smonta quando offre questa immagine piena di significato: prima dell’altare, “nel fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale esso viene continuamente rigenerato”; nei sacramenti “la grazia si manifesta come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale”. Poi utilizza una frase che demolisce ogni auto-divinizzazione del prete: “voi non siete la fonte, bensì il canale”. Alter Christus, proprio in questa prospettiva, significa essere resi strumenti di un’azione che viene da Cristo e conduce a Cristo.
“Configurati a Cristo” significa sacramenti, preghiera, fraternità, servizio
“Configurati a Cristo” non è un’etichetta spiritualista, ma una grammatica concreta di vita sacerdotale: sacramenti, preghiera, fraternità, servizio. Se il Papa, nella lettera a Madrid, torna a dire “alter Christus”, non sta alzando il tono “sacrale” del prete: sta richiamando il dato cattolico essenziale, cioè che il presbitero, nella Chiesa e per la Chiesa, è “una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore”, e per questo “ne ripete i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l’Eucaristia”, “in nome e in persona di Cristo Capo e Pastore”, come ricorda Pastores Dabo Vobis. Qui c’è il cuore: l’“alter Christus” vive sul terreno reale dell’azione di Cristo nei sacramenti, non su quello dell’autoreferenzialità. “Questa carità pastorale… scaturisce soprattutto dal sacrificio eucaristico”, che è “il centro e la radice di tutta la vita del presbitero”, fino a connotare “in senso ‘sacrificale’” l’esistenza sacerdotale: è il contrario della posa clericale, perché rimanda all’altare e al dono di sé.
E proprio qui entra la preghiera come identità: Benedetto XVI lo disse legando l’“alter Christus” a una vita “configurata a Cristo ontologicamente” e quindi “essenzialmente relazionale”, “in Cristo, per Cristo e con Cristo”; non per dominare, ma “al servizio degli uomini”, maturando questa conformazione “nella preghiera, nello ‘stare cuore a cuore’ con Lui” (Udienza Generale, 24 giugno 2009). Ne consegue anche la fraternità: la carità pastorale “esige” che i presbiteri lavorino “nel vincolo della comunione con i Vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio”, perché l’“alter Christus” non è una monade spirituale ma un uomo inserito in un corpo, responsabile di legami concreti. Infine, il servizio: la stessa Pastores dabo vobis ricorda che l’autorità di Cristo “Capo” coincide con il suo essere servo, con “il dono totale di sé”; e Benedetto XVI, sulla stessa linea, chiarì che il presbitero non è “padrone”, ma “servo”, “voce” della Parola, fino a un “perdersi” in Cristo che rende credibile l’annuncio. È questo che oggi viene contestato quando si ridicolizza “alter Christus”: non una parola, ma il contenuto cattolico che essa custodisce, cioè Cristo al centro, i sacramenti come asse del ministero, la preghiera come respiro, la comunione come disciplina ecclesiale, il servizio come forma dell’autorità. C’è da chiedersi come pensa di formare i suoi preti l’Arcivescovo Gianni e c’è da mettersi le mani nei capelli.
d.F.R.
Silere non possum