Città del Vaticano – Nelle scorse ore la Basilica di San Lorenzo in Lucina, nel cuore dell’Urbe, è finita al centro di polemiche e insinuazioni. La chiesa è diventata meta di un insolito “pellegrinaggio” di curiosi e disturbatori, con un flusso che ha finito per compromettere la normalità e la serenità della sua funzione primaria: la preghiera.
Cosa è accaduto?
La vicenda nasce nella basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma, nella cappella del Crocifisso: un intervento di restauro su una decorazione pittorica recente (anno 2000) porta all’emersione di un dettaglio che diventa immediatamente “notizia” e calamita attenzione mediatica. Nel dipinto compaiono due figure alate; una, dopo i lavori, presenta tratti fisionomici che molti riconducono al presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, Giorgia Meloni. Da quel momento, la cappella diventa meta di curiosi, social e riprese, mentre sul caso si innesta una polemica che ovviamente viene strumentalizzata anche dalla politica.
L’inettitudine del parroco, mons. Daniele Micheletti, ha finito per offrire ulteriore materiale a chi ha scelto di trasformare l’episodio in un caso mediatico e in una bagarre politica. Davanti alle telecamere, tra toni di scherzo e risate, Micheletti ha affermato che sarebbe stato “desiderio del restauratore” inserire il volto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Una dichiarazione rilasciata in pubblico, in un contesto televisivo, che - proprio per la sua portata - richiedeva ben altra prudenza e consapevolezza delle possibili conseguenze.

C’è qualcosa che qualcuno non ha ancora capito
Ma nel vasto mondo degli pseudo-scrittori trovano spazio anche quei giornalai che amano autodefinirsi “cattolici”, pur essendo in realtà poco più che ragazzini irrisolti che orbitano attorno al potere. Si agitano fra Palazzo Chigi e il Vaticano, senza coglierne le differenze, se non quella, opportunistica, di appoggiarsi ora all’uno ora all’altro, inseguendo il prete giovane di turno in cerca di non meglio precisate “occasioni”. E così, invece di raccontare la verità, offrire analisi sensate o anche solo difendere la posizione del Vicariato - che in questa vicenda è palesemente vittima di una strumentalizzazione - scelgono deliberatamente di scrivere idiozie prive di senso che, guarda caso, finiscono per colpire la Chiesa e per coprire o legittimare la politica dell’estrema destra. Ancora una volta: che sorpresa. Senza dimenticare che parliamo sempre degli stessi personaggi, avvezzi al copia-incolla e incapaci perfino della correttezza minima di citare le fonti (citano se sei loro amico, sennò no, questo è ciò che prevede il loro codice deontologico fatto in casa). Insomma, sono gli autoproclamati “fiori all’occhiello” del giornalismo italiano che da anni si autocelebrano, mentre la loro credibilità è pari a zero. Non cercano la verità: preferiscono servire il padrone che li ricompensa con qualche spicciolo. Inutile ripetersi: i nostri lettori conoscono già il problema. È quel “giornalismo” che da anni viene deriso pubblicamente dalla stampa ben più seria di altri Paesi.
E viene da chiederselo, ancora e ancora, come sia possibile che persino qualche rana dalla bocca larga avvezza alle sagrestie, che da anni si diverte a fare confidenze a questi ragazzetti sempre incravattati e con l’aria dei sapienti, pur essendo semplicemente dei poveri laici senza motivo di vita - non capisca l’evidenza. Questa gente non ha alcun interesse a tutelare la Chiesa: al contrario, coglie ogni pretesto per attaccarla, e spesso utilizza le informazioni che qualche sprovveduto si lascia scappare con leggerezza. Lo fanno in parte riversando ciò che ascoltano negli articoli; e in parte nelle chat di WhatsApp o al bar con “amici e colleghi”, dove poi sono soliti sbeffeggiare preti, vescovi e anche il Papa.
Ma guardiamo alla genesi di questa vicenda

La Chiesa strumentalizzata dalla politica
Perché, nel frastuono delle letture contrapposte - con i giornali di sinistra intenti ad attaccare Meloni e il Vicariato, e quelli di destra pronti a difendere Meloni colpendo il Vicariato nel momento in cui ha deciso di intervenire - si è finiti per coprire l’unica domanda che conta davvero: che cosa era stato concretamente chiesto al restauratore e chi aveva titolo per autorizzare eventuali modifiche o variazioni? Il 31 gennaio 2026, dopo che la vicenda aveva già occupato le pagine di giornali nazionali e internazionali, l’Ufficio per le Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma interviene con una nota per fissare i fatti. La Soprintendenza, l’ente proprietario (Fondo Edifici di Culto – FEC) e l’Ufficio per l’edilizia di culto del Vicariato, si legge, erano informati fin dal 2023 di un intervento di restauro impostato “senza nulla modificare o aggiungere”, sulla base di una comunicazione mail condivisa. Nello stesso testo si chiarisce inoltre che la “modifica del volto del cherubino” è stata un’iniziativa del decoratore, non comunicata agli organismi competenti, e che la questione sarebbe stata approfondita con il parroco, mons. Daniele Micheletti, valutando le eventuali iniziative conseguenti.
Sempre il 31 gennaio, dopo che lo sprovveduto Micheletti aveva consegnato alla televisione italiana dichiarazioni assurde, il Cardinale Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma, S.E.R. il Signor Cardinale Baldassare Reina, è stato costretto a intervenire senza indugio con un’ulteriore nota stampa. In prima persona, Reina ha preso nettamente le distanze dalle parole del parroco, ha espresso amarezza, ha assicurato l’avvio di approfondimenti per accertare eventuali responsabilità e ha ribadito un criterio corretto e sacrosanto sull’uso delle immagini sacre: esse sono poste a servizio della vita liturgica e della preghiera, non certo per prestarsi a “utilizzi impropri o strumentalizzazioni”.
Nel frattempo la strumentalizzazione politica non si arresta: le forze avverse a Meloni iniziano a produrre considerazioni gravi e del tutto prive di senso, alimentando un clima che nulla ha a che fare con la tutela di un luogo sacro. La Basilica diventa così meta di un vero e proprio “pellegrinaggio” di curiosi, giornalisti e polemisti. Risultato: in chiesa diventa di fatto impossibile pregare. E, come di consueto, né il Comune di Roma né lo stesso Governo si sono mossi per arginare questo circo, tutelare i cattolici e garantire sicurezza e libertà di culto, finendo di fatto per lasciare che ai fedeli venisse impedito di celebrare serenamente i sacramenti.
È così che il 4 febbraio il Vicariato decide di intervenire sul punto che aveva innescato la deriva: viene coperto il volto dell’angelo con le somiglianze di Meloni e dal Palazzo del Laterano parte una nuova nota. Preso atto della presenza di “fisionomie non conformi all’iconografia originale e al contesto sacro”, si chiede il ripristino dei tratti originari del volto, prevedendo il necessario coordinamento e le autorizzazioni della proprietà (FEC) e della Soprintendenza, nell’interesse della tutela del luogo di culto e della sua funzione spirituale. In attesa che venga incaricato un altro restauratore e che l’intervento sia completato secondo le procedure dovute, il volto dell’angelo è stato temporaneamente coperto con una mano di pittura per spezzare il continuo trambusto dei curiosi e restituire alla basilica un minimo di normalità.
Il punto che qualcuno ha dimenticato
Da un lato, il restauratore Bruno Valentinetti sostiene di avere agito “da volontario” su richiesta del parroco e, almeno inizialmente, nega qualsiasi intenzione ritrattistica, parlando di un semplice ricalco di un dipinto precedente. Una ricostruzione che appare evidentemente falsa: basta confrontare il precedente per accorgersi che è ben diverso e, soprattutto, è emerso anche il bozzetto, la foto, alla quale il restauratore si sarebbe ispirato per dipingere Giorgia Meloni. Dall’altro lato, lo stesso parroco ribadisce che la richiesta era di riprodurre i dipinti “esattamente com’erano prima”. Per questo non siamo davanti a una fantomatica “censura politica”. Chi insiste su questa formula lo fa per convenienza, non per buon senso: qui la questione è banale nella sua essenzialità ed è tutta nel mandato e nelle autorizzazioni. Che cosa ti ho chiesto di fare? Che cosa ti ho autorizzato a fare? Un restauro affidato con consegna “senza nulla modificare o aggiungere” non lascia spazio a una personalizzazione fisionomica non concordata. Il punto è la difformità dall’incarico e la mancata comunicazione agli organismi competenti; non c’entrano la simpatia o l’antipatia verso Giorgia Meloni.

Le letture giornalistiche farlocche
Come ripetiamo spesso, esistono personaggi che più che giornalisti sono giornalai: concentrati sulla vendita, sui click, sul rumore, molto meno sulla verità dei fatti. E questo dovrebbe essere un criterio di discernimento per il lettore: quel singolo autore, quel determinato giornale non meritano fiducia. Non sono attendibili, non offrono analisi e non aggiungono alcun valore al dibattito pubblico. In queste ore qualcuno è arrivato perfino a parlare di “persecuzione ideologica”. Un non senso. È un salto arbitrario: da un atto amministrativo e tecnico si pretende di ricavare una trama politica. La sequenza degli eventi, chiarissima anche nei comunicati del Vicariato, restituisce invece la misura reale della vicenda: perimetro, competenze, responsabilità, funzione liturgica. Il frame politico nasce altrove: si attribuisce un movente (“colpiscono Meloni”) senza alcuna prova interna agli atti e senza confrontarsi con la motivazione esplicitata, che riguarda l’iconografia e l’uso corretto di un luogo di culto.
Da qui, puntualmente, si passa all’attacco contro la Chiesa: questi personaggi, come abbiamo già detto, non perdono occasione per farlo. E per alimentare la polemica gettano nel calderone elementi che con la Diocesi di Roma non c’entrano nulla: l’affresco nella Cattedrale di Terni e i mosaici di Marko Ivan Rupnik. Ma che cosa c’entra il Vicariato con la diocesi di Terni-Narni-Amelia? Ogni diocesi risponde delle proprie scelte, dei propri percorsi, delle proprie autorizzazioni e delle proprie responsabilità. Senza dimenticare che anche intorno all’affresco di Terni, a suo tempo, si erano scatenate letture ideologiche e considerazioni perfino diffamatorie, non solo contro chi aveva responsabilità pastorali, ma anche contro l’artista. E, caso strano, provenivano dalle medesime testate pietose. Viene spontaneo pensare a cosa avrebbero scritto questi scrivani davanti a opere che oggi vengono osannate come intoccabili: non osiamo immaginare il trattamento riservato a Michelangelo. Perché un conto è discutere, legittimamente, se un’opera piaccia o meno, se sia riuscita, se sia appropriata a quel contesto; un altro conto è insultare e diffamare costruendo letture arbitrarie, senza appigli seri.
E soprattutto: i casi non sono paragonabili. Un conto è ricevere un mandato per realizzare un’opera ex novo, con una libertà creativa definita e autorizzata; un altro conto è ricevere l’incarico di ripristinare l’esistente, riportando tutto allo stato originario, e invece introdurre una personalizzazione, fino a dipingere il Presidente del Consiglio, che non era stata richiesta né autorizzata. Qui sta la differenza che certa stampa finge di non vedere.

L’espediente retorico: benaltrismo
Questi personaggi, con una disinvoltura che rasenta la malafede, pretendono che l’autorità diocesana si metta sulla difensiva e “spieghi” perché interviene qui e non altrove. È un gioco di prestigio retorico: spostare la discussione dal merito alla distrazione, dal fatto concreto alla polemica infinita. Eppure, la domanda preliminare, quella che viene prima di ogni altra, è semplice e ineludibile: l’intervento era conforme al mandato? È stato comunicato e approvato dalle autorità competenti? Se la risposta è negativa, ed è esattamente ciò che il Vicariato afferma a proposito della modifica del volto, tutto il resto viene dopo, come gossip e starnazzamento. Il ritornello “perché non intervenite anche su…” diventa ciò che è: un diversivo, utile solo a non guardare in faccia la questione principale.
C’è poi un passaggio che, per povertà di argomenti, risulta persino più imbarazzante: l’uso del caso Rupnik come una clava. Qui lo scarto è netto, quasi caricaturale, perché si cambia completamente oggetto e si finge che sia la stessa storia. Da una parte c’è un intervento materiale, recente, su un’immagine in una cappella, con una difformità rispetto al perimetro dichiarato e conseguenze immediate sulla vita liturgica e sulla possibilità stessa di pregare. Dall’altra c’è un dibattito diverso, complesso, che riguarda opere già collocate in luoghi di culto e il rapporto fra l’autore e la ricezione ecclesiale delle sue opere. Senza dimenticare che Rupnik non ha ancora ricevuto alcuna condanna per quelle che, al momento, sono solo “accuse”. Mettere tutto sullo stesso piano serve solo a produrre indignazione a basso costo e a fabbricare una narrazione pronta all’uso; non aiuta minimamente a capire la decisione presa a San Lorenzo in Lucina, che nei comunicati viene motivata con categorie precise: tutela, iconografia, autorizzazioni, funzione spirituale del luogo di culto.
L.C. e d.C.S.
Silere non possum