Milano – L’Associazione Memores Domini è diventata, di fatto, il canale attraverso cui il gruppo composto da Molteni, Perrone e Cesana ha favorito l’ingresso del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita nelle dinamiche interne di Comunione e Liberazione, assecondando una lotta di potere che, per intensità e metodo, non ha precedenti recenti. In questo passaggio, il ruolo di Linda Ghisoni, amica di Andrea Perrone, si è rivelato decisivo. Dopo l’estromissione di Julián Carrón, indicato come il principale ostacolo, l’obiettivo si è progressivamente spostato: non bastava rimuovere una figura, bisognava svuotare e sostituire anche il resto del quadro dirigente e culturale. Il punto, che raramente viene detto apertamente, è che la linea prevalente nell’associazione era già orientata in un senso preciso; a muovere l’operazione è stata una minoranza che, non riuscendo a ottenere il controllo secondo le regole ordinarie — cioè attraverso i voti — ha cercato una soluzione esterna capace di ribaltare i rapporti di forza.
Dal Direttorio all’esautorazione
In questo modo il Dicastero sottopone direttamente a Papa Francesco un decreto da firmare. L’8 settembre 2021 il Pontefice nomina mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, Delegato speciale per l’Associazione laicale Memores Domini, affidandogli la guida temporanea dell’ente ad nutum della Sede Apostolica. Il provvedimento, motivato dalla necessità di portare a compimento la revisione di Statuto e Direttorio e di ricomporre una situazione interna ritenuta critica, attribuisce al Delegato tutti i poteri di governo, compresa la facoltà di derogare alle norme statutarie e di preparare un’Assemblea straordinaria per l’approvazione dei testi riformati e l’elezione dei nuovi organi. Contestualmente, il decreto dispone la cessazione immediata della Presidente e del Consiglio direttivo, segnando il passaggio da un governo ordinario a una gestione commissariale piena.
Nulla di nuovo sotto il sole. Nel pontificato di Francesco interventi di questo tipo si sono moltiplicati e, proprio per questo, rendono più evidente ciò che Silere non possum denunciava già allora: la scarsa attenzione alle garanzie del diritto e la tendenza a intervenire in modo drastico dentro realtà spesso conosciute soprattutto attraverso amicizie e scandali, più che attraverso una verifica piena dei fatti. Il punto decisivo, però, è un altro: queste operazioni raramente risolvono i nodi reali.
La vicenda di Bose resta un precedente illuminante. L’intervento della Santa Sede non ha sciolto le questioni, ha congelato il conflitto e, soprattutto, ha consentito a un gruppo di potere di proseguire il proprio percorso, mettendo in sicurezza un equilibrio già deciso. Non c’è stato un cammino trasparente di verità, non è stata indicata la natura delle lotte interne, non si è aperto un ascolto reale e completo delle posizioni, seguito da una valutazione ordinata e verificabile. Si è imposto, invece, un modello ricorrente: un’autorità “forte” entra in una realtà più piccola e la ristruttura dall’alto, sostituendo la dialettica interna con un atto di forza istituzionale.
In poche tappe, nei Memores Domini la contestazione si è allargata progressivamente: dalle osservazioni su alcune norme del Direttorio si è passati allo Statuto, poi il bersaglio è diventato l’Assistente ecclesiastico e, infine, si è arrivati all’atto più radicale, con l’esautorazione della Presidente e del Consiglio Direttivo. Il dramma, anche in questo caso, è che l’innesco spesso parte da una dinamica chiara: un gruppo minoritario, marginale nella vita ordinaria del movimento e privo dei numeri per ottenere responsabilità secondo le regole - cioè attraverso i voti - si rivolge all’autorità per ribaltare i rapporti di forza, cercando per via esterna ciò che non riesce a conquistare per via ordinaria, fino a ottenere un risultato che, nei fatti, appare contro lo spirito e talvolta contro la lettera delle norme.
«Filippo Santoro era il perfetto manichino da inserire nel gioco. Lui non vedeva l’ora, figuriamoci, e loro ne giovavano perché non avrebbe dato alcun problema. Dopo i danni creati a Taranto, quindi, lo hanno inserito dentro ai Memores Domini. Si tratta ancora una volta di uno “conosciuto da Bergoglio”», spiega un arcivescovo in Vaticano.

L’8 settembre 2021, nello stesso contesto in cui mons. Filippo Santoro viene nominato Delegato speciale, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita dispone anche la nomina di Gianfranco Ghirlanda, S.J. quale Assistente pontificio del Delegato. A Ghirlanda vengono attribuiti incarichi di consulenza canonica, di coordinamento della Commissionechiamata a rivedere Statuto e Direttorio, e di supporto all’intero processo di riforma normativa. Non è un dettaglio accessorio: la scelta rafforza l’architettura commissariale, perché concentra nella stessa figura il ruolo di riferimento tecnico-giuridico e di supervisore della revisione, con ricadute evidenti sul piano della terzietà e dell’equilibrio delle funzioni. Il 26 giugno 2020 Ghirlanda era stato indicato come Delegato pontificio; con il decreto dell’8 settembre 2021 diventa Assistente pontificio del Delegato speciale. Un valzer di definizioni e ruoli che, più che chiarire, produce confusione e segnala un dato politico-istituzionale: l’impianto è già tracciato, e il percorso appare orientato a garantire che anche la Fraternità di Comunione e Liberazione finisca sotto una guida compatibile con quella linea.
Il 23 settembre 2021, a pochi giorni dal decreto di commissariamento, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vitaconvoca in Vaticano l’ormai ex Consiglio direttivo dell’Associazione laicale Memores Domini. L’incontro è presieduto dal cardinale Kevin Farrell e serve, di fatto, a ratificare e spiegare a posteriori decisioni già assunte. Nel suo intervento, Farrell ricostruisce la sequenza degli atti, ribadisce la fiducia del Papa nel carisma dei Memores, ma insiste soprattutto su una presunta “grave divisione interna” e su carenze nella gestione del governo, indicate come motivazione dell’intervento diretto del Pontefice. Resta però un punto decisivo che l’intervento di Farrell non affrontò neppure al tempo: chi sta alimentando, concretamente, quella “grave divisione interna” evocata come giustificazione dell’intervento. Come accade spesso in certi passaggi ecclesiali, la narrazione viene costruita da chi ha interesse a orientarla, selezionando i fatti utili e lasciando sullo sfondo le responsabilità reali. Se un gruppo minoritario si presenta al Papa e al Dicastero portando accuse e diffamazioni contro il presidente della Fraternità e contro il direttivo dei Memores, chi sta producendo frattura? Se, quando il Dicastero interviene, la maggioranza dei Memores contesta l’impianto delle accuse e ribadisce di riconoscersi nel cammino e nelle modalità di governo già in atto, chi sta generando la divisione? E se, anche dopo il commissariamento e l’azzeramento degli organi, si continua a delegittimare don Julián Carrón, il precedente Direttivo e chiunque venga etichettato come “vicino a Carrón”, trasformandolo in un bersaglio permanente, chi sta tenendo aperta la ferita? Lo stesso vale per un ulteriore elemento che pesa sul clima interno: quando il presidente della Fraternità intrattiene rapporti con pseudo blog che pubblicano ricostruzioni false e diffamatorie, ne rilancia gli articoli e arriva perfino a difendere queste narrazioni false davanti ai membri di CL, nonostante quel canale attacchi anche il Papa e la Chiesa, è difficile sostenere che la responsabilità della “grave divisione interna” sia sempre e solo altrove.
Il 23 settembre 2021viene chiarito che, con il decreto dell’8 settembre, tutti gli organi di governo sono cessati e che mons. Filippo Santoro esercita ora l’autorità in nome e per volontà del Santo Padre, coadiuvato da padre Gianfranco Ghirlanda come Assistente pontificio. L’incontro non apre alcun confronto reale né introduce elementi nuovi di verifica: ha la funzione di comunicare e legittimare il nuovo assetto commissariale, chiedendo ai membri obbedienza, fiducia e collaborazione, mentre il processo decisionale risulta già completamente definito.
Da Taranto ai Memores con furore
Il 10 ottobre 2021 mons. Filippo Santoro invia una lettera ai Memores Domini nella quale inquadra il proprio mandato come un atto di obbedienza a una richiesta diretta del Papa. Il registro è quello tipico di una certa comunicazione clericale: l’incarico viene presentato quasi come un peso accolto controvoglia, e quello che è un atto di governo viene trasfigurato in chiave spirituale. Santoro parla di fiducia “filiale”, di gratitudine, di un tempo da vivere come occasione per rimettere al centro la vocazione, delineando una scansione precisa: una prima fase di incontri e raduni, poi la revisione di Statuto e Direttorio, fino alla ricomposizione degli organi e alla formazione di un nuovo Direttivo. Ma quella promessa di “ascolto” resta, nei fatti, una promessa. La traiettoria appare già definita dall’impostazione del Dicastero e da chi ne ha indirizzato l’intervento; al Delegato viene richiesto principalmente di rendere operativo un esito già determinato, più che di aprire un reale percorso di verifica e confronto. La conferma arriverà subito dopo quando inizierà anche la lenta trasformazione della Fraternità di CL in una “Azione Cattolica bis”, con delle lotte di potere imbarazzanti.
Le dimissioni di Don Carron
Si era partiti contestando il Direttorio dei Memores Domini; nel giro di poco tempo, però, l’operazione ha finito per investire l’intero assetto di Comunione e Liberazione, fino a ottenere l’esito che Cesana, Molteni e Perrone puntavano a raggiungere: l’uscita di don Julián Carrón dalla guida. Il 15 novembre 2021 Carrón presenta le dimissioni da Presidente della Fraternità e, nella lettera ai membri, motiva la scelta come un gesto per favorire un passaggio di guida “con la libertà che tale processo richiede”, richiamando il cambiamento richiesto dal Santo Padre “attraverso il Decreto sull’esercizio del governo” e indicando come conseguenza l’assunzione personale della responsabilità del carisma: “Questo porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma”. Nello stesso testo, Carrón riconosce i propri limiti (“se ho mancato nei confronti di qualcuno di voi”) e affida al movimento un augurio preciso: vivere questa fase come “occasione di crescita della vostra autocoscienza ecclesiale”, continuando a testimoniare “la grazia del carisma donato… a don Giussani”.
Carrón e gran parte del movimento, però, non immaginavano che quel passaggio non avrebbe seguito un vero percorso elettivo. Nei fatti, la linea era già decisa: il Dicastero aveva costruito un’intesa con il gruppo di potere che spingeva da tempo per un cambio di guida, e l’esito atteso era la nomina imposta del vicepresidente Davide Prosperi. Un dettaglio rende la dinamica ancora più eloquente: Davide Prosperi viene nominato presidente a pochi mesi dal raggiungimento dei dieci anni come vicepresidente della Fraternità, ruolo svolto proprio accanto a don Julián Carrón. E qui si apre una contraddizione difficilmente eludibile: mentre il Dicastero rivendicava la necessità di imporre limiti stringenti alla durata dei mandati, sostenendo che chi guida i movimenti non debba restare in carica oltre cinque anni, la scelta finale è ricaduta su un uomo che sedeva da un decennio nell’organo di governo del Movimento.
d.E.V. e d.L.C.
Silere non possum