Roma – Lunedì 15 novembre 2021 don Julián Carrón rassegna le dimissioni da Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Un gesto che avrebbe dovuto aprire un passaggio ordinato di guida, attraverso il voto, in attuazione del Decreto sull’esercizio del governo nei movimenti. È da qui che riparte questa nuova puntata dell’inchiesta: non dalle versioni ufficiali né dalle dinamiche riservate già portate alla luce nella scorsa pubblicazione, ma da ciò che accade nelle ore immediatamente successive. Mentre all’esterno si parla di libertà e responsabilità, sullo sfondo si muovono intese già pronte, capaci di orientare il percorso prima ancora che la macchina statutaria possa mettersi in moto.
Nelle stesse ore in cui la notizia delle dimissioni si diffonde, Giovanni Toffoletto e l’avvocato Giuseppe Di Masi, sono impegnati a discutere gli adempimenti necessari per la convocazione della Diaconia centrale, già calendarizzata per sabato 20 novembre 2021. La macchina statutaria sembra avviata: dimissioni, convocazione, voto. È lo schema previsto. Ma è solo ciò che qualcuno ha voluto far credere.
Parallelamente, don Stefano Alberto, Michele Campiotti e Carmine Di Martino, membri dell’allora Consiglio di Presidenza, si incontrano più volte, tra cene e riunioni riservate. Il clima è teso. Tutti avvertono la crescita di una distanza con Davide Prosperi, maturata nei mesi precedenti, e temono che la sua figura possa diventare divisiva in un passaggio così delicato. Da qui nasce la ricerca di una mediazione: il nome che circola è quello di Javier Prades, teologo spagnolo, ritenuto equilibrato, capace di tenere insieme le diverse sensibilità. Il consenso è reale, il nome prende corpo. Ma, mentre la Fraternità discute, Roma accelera.
Martedì 16 novembre 2021, a meno di ventiquattr’ore dalle dimissioni di Carrón, in una riunione ristretta Davide Prosperi comunica a pochi membri un dato destinato a cambiare tutto: non sarà necessario procedere alle elezioni. La decisione non nasce in quel momento. Prosperi ha già un accordo con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, costruito nelle settimane precedenti attraverso contatti riservati, portati avanti alle spalle di don Carrón e tutto il movimento, insieme a don Andrea D’Auria.
L’intesa è semplice e brutale nella sua efficacia: il Dicastero spinge Carrón alle dimissioni, lasciando intendere che il passaggio avverrà tramite il voto; nel frattempo, prepara il terreno perché Prosperi possa assumere il controllo della Fraternità. Carrón si dimette, convinto che si andrà alle elezioni. Intorno alla Diaconia del 20 novembre si muovono figure chiave, come don Stefano Alberto e Carmine Di Martino, amici di lunga data di Prades, indicato come possibile candidato di equilibrio. Ma il 16 novembre la partita è già chiusa. Quando Prosperi comunica che non si voterà, l’effetto è immediato: Giuseppe Di Masi rassegna le dimissioni da rappresentante legale in completo dissenso con quanto stava accadendo.
Da lì in avanti, il percorso è tracciato. Prosperi viene nominato Presidente ad interim, sulla base di un’interpretazione dell’articolo 19 del vecchio Statuto che - come mostrano le reazioni successive - suscita sconcerto tra i giuristi. Il Dicastero tenta persino un’ulteriore forzatura: chiede a Carrón di fornire un’interpretazione autentica della norma, che avrebbe dovuto legittimare ex post l’ascesa di Prosperi. Carrón rifiuta. Spiega che, essendosi dimesso, non ha più alcun potere per farlo. È su questa sequenza - rapida, opaca, già decisa - che si innesta la nuova puntata dell’inchiesta. Perché mentre all’esterno si parla di obbedienza e carisma, il voto viene sospeso prima ancora di essere celebrato e il nuovo assetto prende forma lontano dagli organismi previsti dallo Statuto.

Le “Note interpretative”: quando l’interpretazione sostituisce lo Statuto
Dopo il rifiuto netto di don Julián Carrón di fornire l’“interpretazione autentica” dell’articolo 19 richiesta dal Dicastero - rifiuto motivato dal fatto elementare di non avere più alcun potere dopo le dimissioni - la questione non si arresta. Al contrario, cambia semplicemente soggetto. È Davide Prosperi a farsi carico dell’operazione con una lunga lettera inviata agli iscritti il 24 marzo 2022, nella quale introduce un documento interno denominato, senza esitazioni, “Note interpretative”. Non un atto statutario, non una deliberazione della Diaconia, non una norma approvata: un’interpretazione dispotica. E viene presentata come frutto delle indicazioni ricevute dai “nostri esperti canonisti”. Chi siano, però, non è dato saperlo.
La stessa opacità ritorna nelle presunte “segnalazioni” e nelle lettere indirizzate al Dicastero: autori non identificati, interlocutori invisibili, responsabilità diluite. E allora suona quantomeno paradossale che proprio da questi circuiti arrivino lezioni sul valore delle firme, mentre si attacca chi pubblica articoli siglati con le iniziali degli autori su portali che hanno un direttore con nome e cognome, una linea editoriale dichiarata e un’autorevolezza riconosciuta a livello internazionale. Prosperi spiega – fingendosi sorpreso - che fino a quel momento aveva parlato di un servizio di breve durata, ma che ora si vede costretto a “tornare su considerazioni di carattere giuridico”, come se il cambio di prospettiva non fosse l’esito naturale di un percorso già tracciato. Il primo passaggio delle Note richiama il Decreto generale entrato in vigore l’11 settembre 2021. Prosperi sottolinea i limiti fissati dalla normativa: cinque anni per ogni mandato e un tetto di dieci anni complessivi nello stesso incarico. Ma qui si apre una contraddizione che non può essere liquidata: perché questa griglia viene brandita come vincolo dirimente, senza però incidere sulla posizione di chi - come Prosperi - era già da dieci anni Vicepresidente?
Il vero snodo arriva subito dopo, quando Prosperi introduce l’idea della “semi-retroattività”, sostenendo che le nuove regole si applicherebbero anche agli incarichi in corso. Su questa tesi costruisce l’intera impalcatura: Carrón, superata la soglia dei dieci anni, non avrebbe potuto rimanere e le dimissioni diventano così non un passaggio verso il voto, ma una presunta necessità giuridica. È in questo passaggio che prende forma una narrazione delegittimante - ripetuta e alimentata nel tempo - perché trasforma una scelta compiuta in libertà in un “atto dovuto” e fissa Carrón come problema da rimuovere. Eppure, se il criterio vale davvero in questi termini, allora la conseguenza logica è immediata: non poteva restare Carrón, ma non poteva restare nemmeno il suo Vicepresidente.
La terra trema sotto ai piedi di un qualunque giurista che non si sia laureato con i punti Kinder, quando Prosperi affronta l’articolo 19 dello Statuto, quello che recita testualmente che “il Vicepresidente supplisce il Presidente in caso di sua assenza o impedimento”. Assenza. Impedimento. Non dimissioni. Eppure, scrive Prosperi, “in base all’interpretazione applicativa che il Dicastero ha dato dell’articolo 19 del nostro Statuto”, egli è stato nominato Presidente della Fraternità, con il riconoscimento dei “pieni poteri” fino a nuove elezioni.
Qui si produce il cortocircuito: una norma pensata per regolare una supplenza temporanea viene dilatata fino a coprire una sostituzione piena, l’“assenza” viene fatta coincidere con le dimissioni, la supplenza viene trasformata in presidenzae ciò che nasce come provvisorio finisce per consolidarsi in un mandato quinquennale (che, come vedremo, quinquiennale non sarà). Prosperi stesso precisa che l’espressione “ad interim” compare solo in una prima lettera del 25 novembre 2021, ma subito dopo si passa a definirlo “Presidente”. A pagina 3 della lettera, infatti, si legge senza ambiguità: “l’attuale Presidente della Fraternità rimane in carica fino al 25 novembre 2026”. Non fino alle elezioni. Non fino all’approvazione dei nuovi Statuti. Fino al 2026. Chi lo ha deciso? Il Dicastero. Ah, va bene.
È a questo punto che l’operazione diventa esplicita: le elezioni vengono rinviate perché - si afferma - la Diaconia centrale non sarebbe rappresentativa e i nuovi Statuti non potrebbero essere approvati prima di dodici mesi. Ma invece di un vuoto di potere, si stabilizza un potere pieno. La sospensione del voto non apre uno spazio neutro: congela il corpo elettorale e consolida la guida.
Consapevole dell’evidente forzatura, Prosperi aggiunge un ultimo livello di giustificazione. Scrive che tutto questo “va oltre il diritto” e va letto come una richiesta di stabilità da parte del Dicastero, necessaria per accompagnare il movimento in un “cammino di ripensamento”. Ed è qui che, dopo aver spiegato: “Ora il capetto sono io, dovete obbedire a me e non fare storie”, passa al linguaggio spirituale, perché un po’ di clericalismo a questi laici non dispiace mai. Prosperi, quindi, spiega che l’obbedienza diventa la chiave che dovrebbe rendere accettabile ciò che, sul piano delle norme, resta altamente discutibile.
Il punto, però, è ormai chiaro. Quando Carrón rifiuta di piegare lo Statuto a un’interpretazione impropria, l’interpretazione non viene abbandonata: viene semplicemente autoprodotta da chi ne trae vantaggio. Le “Note interpretative” non chiariscono una norma: la riscrivono, senza modificarla formalmente, ma svuotandola del suo significato originario. Ed è in questo passaggio - silenzioso, tecnico, fatto nei salotti e nelle spole fra Dicastero e sede di CL - che la supplenza prevista dallo Statuto si trasforma in una presidenza piena, lunga cinque anni, senza voto. Una decisione che non nasce da un’assemblea, ma da una catena di lettere, interpretazioni e obbedienze richieste.
d.E.V. e d.L.C.
Silere non possum