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«Non uscire fuori di te». Esiste, nella nostra civiltà, un comando più impossibile di questo? Eppure è esattamente ciò che Leone XIV ha chiesto ieri a Pavia a una folla cresciuta dentro lo schermo, addestrata da sempre a stare ovunque tranne che dentro di sé. La frase è di Agostino - «ritorna in te stesso: la verità abita nell'uomo interiore» - e Leone XIV è andato a riprenderla proprio là dove quell'africano del quarto secolo riposa, sotto l'altare di San Pietro in Ciel d'Oro, per scagliarcela addosso come l'ordine più scomodo che ci possa raggiungere oggi.

Da lì, per tutto il pomeriggio, l'ha tradotto in una sola parola, portata di tappa in tappa come si porta una diagnosi al capezzale di ogni malato. Dispersione. L'ha detta ai preti, chiamandola «dispersione interiore» e «frammentazione esteriore», l'affaticarsi in cose «magari buone, ma che non vanno all'essenziale». L'ha detta ai cittadini in Piazza Vittoria, dove prende il volto mite e feroce dell'indifferenza «che sembra disgregare la nostra comunità», dove «ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno». L'ha detta ai ragazzi davanti al Duomo, indicando con il dito il piccolo oggetto luminoso che ognuno custodiva in tasca: «non un'amicizia solo con lo schermo, con il telefonino. Autentica amicizia, di persona. Presenti. Tutti presenti».

Sono parole che possono creare disagio, perché descrivono una mutazione già avvenuta - una mutazione che ha lavorato proprio lì dove lui ha puntato il dito, nei ragazzi, scavando in loro un'assenza che nessuna catechesi sembra più capace di colmare. Lo schermo ha ottenuto ciò che secoli di potere non erano riusciti a ottenere: ha svuotato la presenza dall'interno, ha reso superflua la carne, ha insegnato a una generazione intera l'arte di non essere mai nel luogo in cui si trova. Per questo «ritorna in te stesso» - un comando che ormai molti ascoltano di sfuggita, assuefatti a sentirlo ripetere da tempo a Leone - dice in realtà moltissimo di ciò che dovrebbe preoccuparci: la civiltà che ci ospita è una macchina costruita apposta per farci uscire fuori di noi, senza sosta e senza ritorno.

Quella parola non risparmia chi la pronuncia. Un vescovo che attraversa una diocesi in elicottero e in papamobile, tra tappe e migliaia di volti che gli ricordano alcuni momenti emozionanti della sua vita, per raccomandare ai preti di non disperdersi. E anche noi che lo raccontiamo, che sminuzziamo la sua giornata in titoli e dispacci per più edizioni e in più lingue, siamo l'altra metà esatta di quella ironia. La dispersione è la forma stessa del nostro mestiere. Per questo la parola brucia: è vera anche per le mani che la maneggiano.

Eppure Leone non si è fermato all'ingiunzione di rientrare. Accanto ad Agostino, a Sant'Angelo Lodigiano, ha messo Francesca Cabrini, e con lei ha tolto a quel comando ogni sapore di fuga. Davanti al cuore di lei, portato sotto vetro dalla casa-madre di Codogno, ha ricordato una donna il cui raccoglimento si rovesciava interamente in azione: andò «nei tuguri, nelle carceri, nelle miniere», attraversò l'oceano quasi controvoglia, per obbedienza, perché un Papa le aveva indicato l'occidente e gli emigranti italiani che vi marcivano. La sua anima - ha detto Leone - «era nello stesso tempo contemplativa e attiva», e l'amore del Cuore di Cristo «le dava una capacità di lavoro e una forza d'animo straordinarie». In quella donna l'interiorità era un motore. Si rientrava in se stessi per poter uscire verso i più feriti, e mai per smettere di vederli.

È questo il filo che tiene insieme una giornata altrimenti franta: l'uomo interiore di Agostino e la missionaria degli emigranti di Cabrini sono la medesima persona guardata da due lati. Il raccoglimento che non genera carità resta una menzogna devota; la carità che non nasce da un centro si consuma in attivismo. Tra il vecchio di Tagaste che intima di rientrare e la donna di Codogno che intima di partire, Leone ha teso per un pomeriggio una corda, e su quella corda ci ha chiesto di camminare.

E.P.
Silere non possum

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