Città del Vaticano - Nella mattinata di oggi, nella Sala del Concistoro, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in udienza la delegazione della United Jewish Appeal-Federation of New York, una delle più grandi reti filantropiche dell'ebraismo nordamericano. Un incontro che, al di là della cornice protocollare, il Pontefice ha scelto di iscrivere deliberatamente in una memoria lunga: quella che lega la Chiesa cattolica e l'ebraismo dal gesto di san Giovanni XXIII fino alla Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, di cui lo scorso anno si è celebrato il sessantesimo anniversario.
«La pace sia con voi», ha esordito il Papa, salutando i rappresentanti dell'organizzazione che opera, ha ricordato, «come strumento della filantropia ebraica globale», offrendo aiuti umanitari e servizi sociali alle popolazioni più fragili - poveri, rifugiati, anziani, persone con disabilità - a New York, nello Stato di Israele e in oltre settanta Paesi. In quell'impegno Leone XIV ha riconosciuto «un chiaro riconoscimento della dignità umana e della fraternità», posto in sintonia con la dedizione della Chiesa allo sviluppo umano integrale e con il comandamento dell'amore al prossimo.
La memoria del 1960 e la genesi del Concilio
Il cuore del discorso è stato però affidato a un richiamo storico: «Sessantasei anni fa - ha rievocato il Pontefice - una delegazione della vostra organizzazione fu ricevuta da Papa Giovanni XXIII». Fu in quell'occasione che il pontefice bergamasco pronunciò le parole rimaste celebri, tratte dal Libro della Genesi: «Io sono Giuseppe, vostro fratello». Una frase che, ha ricordato Leone XIV, affermava insieme «la nostra comune umanità» e «la nostra comune ascendenza spirituale in Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe».
Da quel gesto, ha proseguito il Papa, prese forma il lavoro preparatorio di un testo destinato a ridefinire il rapporto tra la Chiesa e l'ebraismo: «il cuore e il nucleo generativo» - secondo l'espressione già usata nel discorso per il sessantesimo di Nostra Aetate, Camminare insieme nella speranza, del 28 ottobre 2025 - di quella che sarebbe divenuta la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.
Collegando l'udienza odierna a quella di sessantasei anni fa, Leone XIV ribadisce la tesi che la svolta conciliare non nacque a tavolino, ma da un incontro concreto, da uno sguardo riconoscente posto sul «fratello». È la chiave con cui il Papa rilegge l'intera vicenda del dialogo ebraico-cristiano: una storia di volti prima ancora che di documenti.
Nostra Aetate, sessant'anni dopo
Quel documento - di cui la Chiesa ha celebrato lo scorso anno il sessantesimo anniversario - «ha aperto un nuovo orizzonte di incontro, rispetto e ospitalità spirituale», ha ricordato il Pontefice riprendendo la propria catechesi del 29 ottobre 2025. Un testo che affermò «la verità che apparteniamo a un'unica famiglia umana» e che, nell'immagine cara a Leone XIV, piantò «un seme di speranza» cresciuto «fino a diventare un grande albero», capace di offrire «i ricchi frutti della comprensione, dell'amicizia, della cooperazione e della pace».
Il Papa non ha eluso il versante più scomodo e attuale della Dichiarazione: il riconoscimento della dignità intrinseca di ogni uomo e di ogni donna condusse Nostra Aetate a prendere «una posizione ferma contro l'antisemitismo» e a respingere ogni forma di discriminazione o vessazione per ragioni di razza, colore, condizione di vita o religione. In un mondo «ancora ferito da divisioni e conflitti» - ha osservato - quel testo chiama tuttora a superare le incomprensioni del passato per collaborare al bene comune.
La carità come luogo dell'incontro
Nella seconda parte dell'allocuzione, Leone XIV ha intrecciato il magistero conciliare con il filo della propria recente produzione magisteriale, citando l'Esortazione apostolica Dilexi Te: «l'amore è anzitutto un modo di guardare la vita e un modo di viverla». Il servizio ai poveri, agli emarginati, a «coloro che non hanno potere» diventa così, nelle parole del Papa, «un mezzo per incontrare il sacro», un luogo in cui «la voce divina continua a parlarci».
A suggellare il passaggio, il richiamo profetico di Isaia: quando si condivide il pane con chi ha fame e ci si prende cura di chi è nel bisogno, la luce del Signore «sorgerà come l'aurora». Una luce che - ha concluso il Pontefice - invita a vedere il servizio ai vulnerabili «come una via che apre i cuori e rinnova la società».
Congedando la delegazione, Leone XIV ha espresso apprezzamento per la dedizione con cui essa «assiste i poveri e i bisognosi, contrasta l'odio e l'intolleranza» e lavora «per costruire un mondo migliore per tutti», auspicando che tale missione possa «rafforzare il dialogo, approfondire la comprensione reciproca e contribuire alla pace di cui il nostro mondo ha così grande bisogno».
p.E.R.
Silere non possum