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Leone XIV a San Marino: il Papa chiede comunione a una diocesi profondamente ferita
Chiesa cattolica22 agosto 2026

Leone XIV a San Marino: il Papa chiede comunione a una diocesi profondamente ferita

Davanti alla Chiesa di San Marino-Montefeltro, Leone XIV richiama unità tra pastori e fedeli, vocazioni e appartenenza ecclesiale. Sullo sfondo restano le fratture del presbiterio e una crisi di governo che coinvolge il vescovo Domenico Beneventi

San Marino - Una giornata intensa, quella di Leone XIV, scandita da diversi momenti tra San Marino e Rimini. Questa mattina, concluso l’incontro istituzionale con i Capitani Reggenti a Palazzo Pubblico, il Pontefice ha attraversato a piedi il centro storico, sorridendo e salutando i presenti lungo il percorso, prima di raggiungere la Basilica del Santo. Ad accoglierlo c’erano il vescovo di San Marino-Montefeltro, mons. Domenico Beneventi, il rettore della Basilica don Marco Mazzanti, alcuni sacerdoti, consacrati e consacrate e i rappresentanti delle diverse realtà ecclesiali della diocesi. Prima di prendere la parola, Leone XIV si è raccolto in adorazione davanti al Santissimo Sacramento e ha venerato le reliquie di San Marino.

Si è trattato del momento ecclesiale di questa visita che, come avevamo già raccontato, è stata sola iniziativa della Reggenza e non del problematico vescovo diocesano. Dopo le parole rivolte alle autorità civili, Leone XIV si è trovato davanti quella Chiesa locale che porta insieme il nome della Repubblica e quello del Montefeltro, con una storia che precede largamente gli attuali confini amministrativi e che continua a misurarsi con due territori molto diversi tra loro.

«Vorrei che vivessimo insieme questo momento come una sosta nel nostro comune cammino sulle orme di Cristo», ha detto il Pontefice all’inizio del discorso. Il riferimento è andato immediatamente ai santi Marino e Leone, alla nascita cristiana di questa terra e a quella forma di convivenza che, nelle parole già usate da Benedetto XVI nel 2011 e riprese oggi da Leone, mise al centro «la persona umana, immagine di Dio». Il Papa ha ricordato che Marino e Leone erano laici e scalpellini prima di essere chiamati, in tempi diversi, al ministero ordinato. Un dettaglio che riporta la storia sammarinese alla sua origine concreta: lavoro, fede, vita comunitaria. Da quella esperienza, ha ricordato Leone XIV, nacque un modello caratterizzato «dai principi cristiani di libertà, di rispetto reciproco e di comunione».

Una parte consistente del discorso è stata dedicata ai giovani. Leone ha ripreso le parole pronunciate da Benedetto XVI quindici anni fa e l’immagine del cuore come «una finestra aperta sull’infinito». «Tenete aperta questa finestra», ha detto ai ragazzi presenti fuori dalla Basilica, invitandoli a non accontentarsi di risposte immediate e comode e a seguire quei desideri «di bellezza, di bontà e di vita» che possono condurre all’incontro con Dio.

Subito dopo è arrivato un richiamo vocazionale molto concreto: «Abbracciate con entusiasmo la vostra missione nel mondo!». Il Papa ha nominato senza esitazioni il matrimonio, la consacrazione, il ministero ordinato, la vita professionale, l’impegno sociale e politico. «Non abbiate paura di fare scelte esigenti», ha detto. È un passaggio che riguarda da vicino anche questa diocesi, dove il tema delle vocazioni sacerdotali pesa ormai da anni e dove la scarsità di nuove chiamate non può essere affrontata soltanto con considerazioni sul futuro.

Leone XIV ha ringraziato sacerdoti, catechisti ed educatori e ha rimesso al centro la famiglia come «primo luogo di formazione alla fede». Ai responsabili della pastorale ha chiesto una «forte sinergia formativa tra famiglie e comunità ecclesiali», parlando espressamente di un «patto educativo» che renda nuovamente i genitori protagonisti della trasmissione della fede ai figli. Un appello chiaro in un tempo nel quale troppe volte la catechesi rischia di essere delegata alla parrocchia come un servizio da consumare, fino alla Cresima, per poi interrompere quasi completamente il rapporto con la comunità cristiana.

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Documento allegato
Visita pastorale del Santo Padre Leone XIV nella Repubblica di San Marino
Incontro con la Comunità ecclesiale della Diocesi di San Marino-Montefeltro

Il Papa si è soffermato anche sull’iniziazione cristiana e sulla liturgia. I percorsi di formazione, ha spiegato, devono comunicare «la bellezza e il gusto della vita battesimale e sacramentale» e aiutare i fedeli a maturare la consapevolezza della propria dignità battesimale. Richiamando il Concilio Vaticano II e la Sacrosanctum Concilium, Leone XIV ha chiesto che la liturgia sia curata e vissuta «in modo corale, come azione comune di un unico corpo vivo». Parole che riportano la pastorale a ciò che dovrebbe costituirne il centro: la vita sacramentale della Chiesa, la celebrazione eucaristica e una comunità che non assiste alla liturgia dall’esterno, ma vi prende parte come corpo ecclesiale.

«Noi crediamo che il Vangelo è via di libertà per gli uomini e le donne di ogni tempo», ha affermato il Papa. L’annuncio cristiano, nella prospettiva indicata da Leone, non può essere ridotto all’attività sociale né la carità separata dal suo fine ultimo: aiutare l’uomo a incontrare Cristo. Anche quando la Chiesa interviene nelle ferite concrete delle persone, ha spiegato, deve tenere presente «il bene ultimo e integrale» di chi riceve il suo aiuto.

Poi lo sguardo si è spostato sulle comunità più piccole del territorio diocesano, soprattutto quelle del Montefeltro, dove spopolamento e carenza di servizi sono problemi quotidiani. Il Pontefice ha indicato nelle esperienze di vicinanza e sostegno reciproco una testimonianza capace di conservare «il senso di famiglia e di comunione». Ha parlato di comunità apparentemente marginali che tengono vivi legami, solidarietà e appartenenza, contrapponendole all’individualismo della cultura metropolitana e anche a un «campanilismo diffidente e divisivo».

La parola lasciata per ultima è stata quella che più direttamente interpella la vita interna della diocesi: «comunione».

«Diamo, nelle nostre comunità, testimonianza di unità: tra le parrocchie e, al loro interno, tra pastori e fedeli, tra i diversi carismi e ministeri», ha detto Leone XIV. Il richiamo è stato breve, ma difficilmente può essere considerato marginale. Riguarda il modo in cui sacerdoti, vescovo, laici, associazioni e comunità vivono realmente le loro relazioni. 

Il dramma di una Chiesa sterile 

Ed è proprio qui che arriva un esame di coscienza per questa porzione di Chiesa che porta con sé, da tempo, numerose criticità che si sono acuite dal 18 maggio 2024. Leone XIV ha ascoltato con espressione seria il saluto di mons. Domenico Beneventi. Il vescovo ha pronunciato un discorso in un italiano ancora tutto da limare, insistendo soprattutto sui temi indicati dalla Segreteria di Stato, gli stessi già emersi poco prima a Palazzo Pubblico durante l’incontro con i Capitani Reggenti. Molto meno spazio è stato dato al problema che continua a pesare maggiormente sulla vita interna della diocesi: lui stesso e la sua incapacità di governare la diocesi.

San Marino-Montefeltro negli anni ha accolto presbiteri che con questa Chiesa locale non avevano alcun legame reale. Alcuni arrivarono qui perché avevano trovato, durante l’episcopato di Luigi Negri, una diocesi nella quale era più facile giungere all’ordinazione. Accoglienze avvenute senza sufficiente lungimiranza pastorale e senza quel vaglio vocazionale che avrebbe dovuto precedere decisioni destinate a incidere per decenni sulla vita del presbiterio locale.

Il risultato è sotto gli occhi di chi vive questa Chiesa. Accanto a sacerdoti che lavorano ogni giorno nelle parrocchie e conoscono famiglie, anziani, giovani e territori, sono confluiti negli anni soggetti che con San Marino e con il Montefeltro non avevano praticamente nulla a che fare. E, di fatti, oggi non erano neppure presenti. Alcuni furono ordinati senza avere mai costruito una vera appartenenza alla diocesi e senza aver mai frequentato il seminario. Gli stessi vescovi successivi hanno dovuto fare i conti con situazioni ritenute inadatte a un ministero effettivo sul territorio. Anche all’interno del presbiterio la presenza di questi sacerdoti ha prodotto tensioni profonde a tal punto da «non voler neppure vedere questi personaggi sul suolo diocesano». Non si può continuare a far finta che tutto questo non abbia avuto conseguenze.

Luigi Negri arrivò a pentirsi di alcune di quelle scelte. Dopo la sua morte, alcuni di quegli stessi ambienti arrivarono perfino a deriderlo. Alcuni sacerdoti coinvolti in questo mondo sono poi finiti condannati dai tribunali italiani per diffamazione, dopo avere trasformato blog del tutto irrilevanti sul piano pubblico in luoghi di rifugio per “silurati”, attacco personale, insulto e regolamento di conti. È una pagina poco edificante della storia recente di questa chiesa particolare e non diventa meno grave soltanto perché oggi è più conveniente ignorarla.

Il problema vocazionale va letto anche da qui. Una diocesi non si costruisce semplicemente incardinando preti che non hanno trovato accoglienza nelle loro chiese locali. Il presbiterio nasce da una Chiesa locale, vive un rapporto con il territorio e con il proprio vescovo, condivide la fatica pastorale delle parrocchie e cresce dentro una comunione che richiede anni. Riempire dei vuoti con uomini arrivati da fuori, senza domandarsi seriamente perché fossero arrivati proprio qui e quale fosse il loro rapporto reale con questa Chiesa, ha presentato il conto.

Il vescovo non può essere un adolescente che gioca a mettere un prete contro l’altro, riferisce a Caio ciò che ha sentito dire a Tizio per alimentare discordia e addirittura insulta il suo predecessore. Sull’italiano, poi, stendiamo un velo pietoso.

Il Papa oggi ha scelto di non entrare direttamente in queste vicende pur conoscendole molto bene. Ha però parlato di unità e di comunione, parole che inevitabilmente raggiungono anche quei sacerdoti che hanno alimentato divisioni e zizzania. Leone XIV ha scelto di rivolgersi all’intera comunità ecclesiale, e quella comunità esiste ed è viva. Nelle parrocchie ci sono realtà che lavorano, l’Azione Cattolica continua ad avere una presenza concreta, esistono gruppi giovanili, catechisti, famiglie e laici che tengono in piedi ogni giorno la vita ordinaria della Chiesa. Il punto più problematico resta il vescovo e una parte del clero.

Fuori dalla Basilica, davanti ai giovani riuniti in piazza, Leone XIV è tornato sul tema che aveva affrontato a Palazzo Pubblico e accompagna San Marino da secoli: la libertà. Ha ricordato la parola Libertas e l’ha portata direttamente sul terreno cristiano: «L’autentica libertà la troviamo solo in Gesù Cristo, la troviamo nella verità». Ha parlato di «un mondo tante volte pieno di menzogna, pieno di inganni» e ha chiesto ai ragazzi di riconoscere il valore della propria vita, di costruire amicizie vere e di mettersi al servizio degli altri. «Nell’amicizia possiamo formare comunità», ha detto.

Poco dopo il Pontefice ha lasciato il centro storico, raggiunto Piazza Garibaldi e quindi l’aviosuperficie di Torraccia. Alle 12.05 l’elicottero è decollato verso Pennabilli, dove Leone XIV ha proseguito la giornata con un pranzo in forma strettamente privata con la comunità delle monache agostiniane.

La visita alla Basilica è durata poche decine di minuti. Le parole pronunciate dentro, però, riguardano questioni sulle quali è necessario interrogarsi profondamente. La comunione chiesta dal Papa non si costruisce facendo finta che i problemi, molto seri peraltro, non esistano. Richiede anche di chiamare per nome gli errori compiuti, soprattutto quando hanno inciso sul ministero sacerdotale e sulla vita di una Chiesa locale che merita un clero capace di appartenerle davvero.

d.M.C.

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