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L’Europa riattiva Chat Control 1.0: la tutela dei minori diventa la scusa per una sorveglianza di massa
Città Del Vaticano09 luglio 2026

L’Europa riattiva Chat Control 1.0: la tutela dei minori diventa la scusa per una sorveglianza di massa

La proroga consente alle piattaforme di continuare la scansione volontaria dei contenuti non cifrati. Ma il voto di Strasburgo pesa soprattutto sul futuro regolamento permanente.

Strasburgo - Una legge bocciata due volte dall'Aula è tornata in vigore oggi senza che l'Aula l'abbia mai approvata. È il paradosso, tutto procedurale, che si è consumato a Strasburgo nell'ultimo giorno di plenaria prima della pausa estiva: la mozione per respingere la proroga della cosiddetta Chat Control 1.0 si è fermata a 314 voti favorevoli, contro 276 contrari e 17 astensioni. Non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta dei membri del Parlamento - 361 voti su 720 - la posizione del Consiglio si considera automaticamente adottata. La deroga al regime ePrivacy, scaduta lo scorso 3 aprile, torna così in vigore fino al 3 aprile 2028, salvo che nel frattempo veda la luce il regolamento permanente.

Di cosa parliamo

La deroga in questione è quella introdotta dal Regolamento (UE) 2021/1232, che sospende - per i soli prestatori che vi aderiscano volontariamente - gli articoli 5 e 6 della direttiva ePrivacy, i quali tutelano la riservatezza delle comunicazioni elettroniche: gli operatori non possono, in linea di principio, analizzare il contenuto di ciò che transita sulle loro reti, così come un servizio postale non può aprire la corrispondenza. In concreto, la deroga consente a piattaforme come Meta, Google e Microsoft di scansionare volontariamente messaggi, e-mail e chat alla ricerca di materiale pedopornografico, senza un sospetto individualizzato e senza un provvedimento dell'autorità giudiziaria.

Per anni la regola della riservatezza ha riguardato soprattutto la telefonia tradizionale, mentre servizi come Gmail o Messenger ne restavano fuori e scansionavano da tempo i contenuti con strumenti di hashing percettivo - come PhotoDNA - capaci di riconoscere un'immagine già catalogata come illecita senza che nessuno leggesse alcunché. Tutto è cambiato nel dicembre 2020, quando l'estensione del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche ha portato anche i servizi di messaggistica indipendenti dal numero telefonico sotto l'ombrello della direttiva ePrivacy: da quel momento quelle scansioni, pur finalizzate al contrasto della pedopornografia, sono divenute tecnicamente illegali. Diverse piattaforme le sospesero, e le segnalazioni provenienti da utenti europei al NCMEC, il centro statunitense di riferimento per lo sfruttamento minorile online, crollarono del 58% in appena diciotto settimane. Di qui, nel luglio 2021, la deroga «temporanea», in attesa di un regolamento permanente che ancora non esiste.

La cronologia di una forzatura

Il punto è che quella deroga il Parlamento l'aveva già respinta, e più di una volta: da ultimo il 26 marzo scorso, con 311 voti contrari, 228 favorevoli e 92 astensioni. Il Consiglio, tuttavia, ha ripresentato all'inizio di luglio un testo sostanzialmente identico a quello bocciato, adottando una posizione in prima lettura e rimettendo la palla all'Aula - un percorso che ha aggirato, di fatto, il diritto di iniziativa della Commissione e non ha richiesto un nuovo parere del Garante europeo della protezione dei dati. Decisivo, secondo diverse ricostruzioni, l'intervento della “cattolica” presidente Roberta Metsola al Consiglio europeo del 18 giugno.

Martedì 7 luglio l'Aula ha approvato con 331 voti favorevoli, 304 contrari e 11 astenuti il ricorso alla procedura d'urgenza, calendarizzando il voto di merito per giovedì 9: ultimo giorno di sessione, emiciclo tradizionalmente semivuoto, 607 votanti su 720.

Ed è qui che l'aritmetica regolamentare ha fatto il resto. In seconda lettura, per respingere o emendare la posizione del Consiglio non basta la maggioranza dei votanti: serve la maggioranza assoluta dei componenti. Ogni assenza, ogni astensione, si traduce di fatto in un voto a favore del testo. La proposta di reiezione ha raccolto la maggioranza semplice dei presenti, ma è rimasta ben al di sotto della soglia richiesta. Un secondo tentativo, fondato sull'articolo 68, paragrafo 4, del regolamento interno, è andato peggio: 276 sì, 286 no, 30 astenuti.

Stessa sorte per quasi tutti gli emendamenti. Quello che avrebbe limitato la scansione ai soli soggetti individuati dall'autorità giudiziaria si è fermato a 322 voti contro 255: maggioranza semplice, non assoluta. La proposta di Renew di accorciare la proroga all'aprile 2027 ha raggiunto quota 353. L'unica modifica approvata - 369 voti, e 362 per la clausola gemella - è l'esclusione esplicita delle comunicazioni cifrate end-to-end, presenti e future, dal campo di applicazione del regolamento e dalle tecnologie di scansione. Un'esenzione più simbolica che sostanziale, ha osservato l'ex europarlamentare Patrick Breyer: i fornitori, del resto, non scansionano ciò che non possono leggere.

Chi ha votato cosa

A spingere per la riattivazione è stato soprattutto il Partito Popolare Europeo di Manfred Weber, con i voti di CDU/CSU determinanti, affiancato da una parte di liberali e socialisti. Il gruppo S&D si è presentato spaccato: la stessa relatrice del dossier, la tedesca Birgit Sippel, ha votato per respingere il testo, in dissenso dalla linea del suo gruppo. Contro la proroga si è schierato un fronte trasversale che andava dai Verdi e dalla Sinistra fino a gran parte dell'estrema destra, con Renew in maggioranza per la bocciatura.

Nei giorni precedenti era cresciuta anche la pressione della comunità scientifica: i ricercatori Carmela Troncoso (Max Planck Institute) e Bart Preneel (Università Cattolica di Lovanio) avevano rivolto un appello urgente agli eurodeputati, richiamando le lettere aperte di oltre ottocento accademici sui tassi di errore ancora inaccettabili delle tecnologie di scansione indiscriminata. Breyer è stato netto: una misura che avanza contro la volontà della maggioranza dei votanti è una «farsa» che «danneggia la democrazia» e toglie al Consiglio ogni incentivo a negoziare seriamente sul regolamento permanente.

Chat Control 1.0 non è Chat Control 2.0

Occorre onestà nel raccontare la portata immediata del voto. Quella riattivata è una deroga volontaria: nessun obbligo di scansione, nessuna rottura della crittografia, nessuna novità operativa rispetto a ciò che Gmail, Messenger, Outlook e iCloud Mail - servizi non cifrati end-to-end - fanno già da anni. Per l'utente comune, nell'immediato, non cambia nulla. Le conversazioni protette da cifratura end-to-end, come quelle di WhatsApp o Signal, non sono mai state toccate da queste pratiche, e l'emendamento approvato ne sancisce ora l'esclusione nero su bianco.

Ma il punto politico resta enorme. Ciò che preoccupa davvero, visto l'andazzo, è il regolamento permanente contro l'abuso sessuale sui minori: la proposta COM (2022) 209, meglio nota come Chat Control 2.0. Qui il salto è di natura diversa. Non più un'adesione facoltativa, ma ordini di rilevazione vincolanti, emessi da autorità giudiziarie o amministrative; un Centro UE per gli abusi dotato di propri database di indicatori; ordini di rimozione e di blocco; e persino possibili obblighi di verifica dell'età per servizi di messaggistica, posta elettronica e app store. Sotto la formula nobile della protezione dei minori si costruisce, in altre parole, l'architettura giuridica e tecnica per un controllo strutturale delle comunicazioni digitali.

Il trilogo, avviato a fine 2025, è in stallo proprio perché il testo continuerebbe a incentivare la scansione indiscriminata, con l'ipotesi - tecnicamente devastante - della scansione sul dispositivo prima della cifratura. I negoziati riprenderanno a settembre. E il voto di oggi, più che una misura di tutela, appare come il primo tassello di una strategia che intende arrivare, per gradi, alla versione più completa.

Una questione che riguarda tutti, anche la Chiesa

La tutela dei minori è un obiettivo che nessuno può permettersi di relativizzare. Tantomeno un quotidiano che da anni sostiene e promuove inchieste nel faticoso cammino della Chiesa contro gli abusi. Proprio per questo, però, il metodo conta.

Una misura già respinta due volte dall'organo eletto, riproposta sostanzialmente identica dal Consiglio e fatta passare nell'ultimo giorno utile prima della pausa estiva, sfruttando l'aritmetica della seconda lettura e un emiciclo semivuoto, non rafforza la lotta agli abusi. La indebolisce, perché la espone al sospetto di essere il cavallo di Troia di un regime di sorveglianza generalizzata che il regolamento permanente potrebbe poi consolidare.

Questa vicenda mostra ancora una volta come alcuni ambienti, anche cattolici, amino agitare lo spauracchio dei bambini per giustificare l'introduzione di strumenti che servono a ben altro rispetto al contrasto della pedopornografia. È evidente che le realtà criminali davvero organizzate si sposteranno altrove, su canali più opachi e meno controllabili. A restare esposti saranno i cittadini comuni, consegnati progressivamente a un sistema di sorveglianza sempre più pervasivo. Ciò che contestiamo alla Cina e alla Russia, oggi lo stiamo normalizzando nella nostra democratica Europa. Con una differenza: da noi lo si fa invocando i diritti, la sicurezza e la protezione dei minori.

La riservatezza delle comunicazioni non è una fissazione da tecnici, né una preoccupazione di chi "ha qualcosa da nascondere". È una delle condizioni concrete della libertà. Riguarda tutti: il giornalismo d'inchiesta, la protezione delle fonti, il colloquio confidenziale tra un sacerdote e i fedeli, il dialogo delicato tra una vittima e chi trova finalmente il coraggio di ascoltarla.

Chi ha davvero a cuore i minori dovrebbe pretendere strumenti mirati, proporzionati e sottoposti a controllo giudiziario. Non deroghe generalizzate, approvate forzando i tempi e aggirando, di fatto, la trasparenza del normale confronto legislativo.

d.A.S.
Silere non possum

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