Città del Vaticano - Il Motu Proprio «L’attuale contesto comunicativo» auspicava «un sistema informativo della Santa Sede sempre più integrato e unificato, capace di rispondere in maniera coerente alle esigenze della missione ecclesiale»; tuttavia, la realtà odierna smentisce tragicamente tali aspettative. Il Dicastero per la Comunicazione, nonostante la sua imponenza strutturale, si rivela inerte nelle decisioni, lento nell’agire e paralizzato da un’inconcludenza sistemica.
Si assiste quotidianamente a riunioni interminabili, in cui si avvicendano al tavolo figure di spicco come Ruffini, Tornielli, Bruni, Monda, Menichetti, Govekar, Masci, Nusiner e altri ancora: una vera e propria dinamica assembleare, in cui si moltiplicano compromessi, rinvii e continue mediazioni. Ogni settore difende strenuamente il proprio ambito di influenza e le proprie priorità, generando non già un autentico coordinamento, ma una negoziazione permanente che svuota di contenuto ogni velleità di governance. La pluralità delle voci si traduce, così, in frammentazione e stallo, invece che in sinergia ed efficacia operativa.
Una crisi operativa e di visione teologico-pastorale
Il cuore del problema risiede non solo in una crisi operativa, ma in una profonda crisi di visione e di indirizzo teologico-pastorale. Papa Francesco stesso, nel maggio 2021, aveva lucidamente colto il paradosso di una macchina avanzata incapace di raggiungere il suo pubblico, domandandosi: "a quante persone arriviamo davvero?". Questa domanda risuona oggi con ancora più forza, evidenziando una disconnessione tra la struttura e la sua missione fondamentale.

La crisi della Direzione Teologico-Pastorale e il ruolo di Nataša Govekar
Il cuore del problema non si limita a una crisi operativa, evidente nella completa inadeguatezza delle figure che dirigono e compongono il Dicastero per la Comunicazione, ma si radica in una profonda crisi di visione e di indirizzo teologico-pastorale.
In particolare, Nataša Govekar, introdotta a Palazzo Pio grazie al suo stretto legame con Marko Ivan Rupnik, si è dimostrata priva delle competenze, della preparazione e delle capacità necessarie per ricoprire un ruolo che dovrebbe essere centrale all'interno del Dicastero.
Lo Statuto del Dicastero definisce chiaramente le responsabilità della Direzione Teologico-Pastorale, che includono:
Elaborare una visione teologica della comunicazione, orientando i contenuti comunicativi;
Promuovere l’attività pastorale del Romano Pontefice, integrandola con contenuti teologici di supporto, sia in parole che in immagini;
Favorire una formazione teologico-pastorale, costruendo una rete con le Chiese particolari e le associazioni cattoliche attive nel campo della comunicazione;
Sensibilizzare il popolo cristiano sull’importanza dei mezzi di comunicazione, specialmente in occasione della Giornata delle Comunicazioni Sociali, per promuovere il messaggio cristiano e il bene comune.
Tuttavia, negli anni, Nataša Govekar ha dimostrato non solo un atteggiamento di potere e arroganza all’interno del Dicastero, ma anche una totale mancanza di azione rispetto a questi compiti fondamentali. In cosa si concretizzerebbe, dunque, il "promuovere l’attività pastorale del Romano Pontefice, in parole e immagini e contestualizzarla con contenuti teologici che le siano di supporto"? Forse nel pubblicare su Vatican News le immagini delle opere di Marko Ivan Rupnik, peraltro a pagamento, con il Dicastero che ha finanziato il Centro Aletti per poterle diffondere? Oppure nell’opposizione alla loro rimozione, che sembra essere stata l’unica attività decisionale rilevante?
Il Dicastero per la Comunicazione soffre oggi di una evidente mancanza di guida dottrinale e spirituale all'interno del suo flusso comunicativo. La Direzione Teologico-Pastorale, un tempo pilastro di coerenza dottrinale e promotrice di un uso cristiano dei media, appare ormai svuotata delle sue funzioni essenziali. La sua responsabilità, che dovrebbe essere centrale, si rivela impalpabile, priva di quella incisività necessaria per orientare i contenuti in un contesto digitale sempre più complesso e sfidante.

Selezione degli autori, autoreferenzialità e social
I contenuti pubblicati su Vatican News, che come abbiamo detto di fatto si configura come il blog di Andrea Tornielli, così come sull’Osservatore Romano, sono spesso il risultato di contributi scritti o commissionati a una cerchia di amici e conoscenti, privi però di autorevolezza o competenza teologica. È evidente come la selezione degli articolisti, basata su criteri discutibili - come il caso del "neo assunto legato ad amici degli amici, recentemente stabilizzato dopo uno stage", che individua su Facebook un giovane religioso popolare sui social - rappresenti un allontanamento radicale dalla vocazione originaria dell’Osservatore Romano. Un tempo, questo storico quotidiano si distingueva per la presenza di figure autorevoli e penne raffinate, capaci di offrire analisi profonde e di alto livello. Oggi, al contrario, si osserva un’involuzione, con la richiesta di contributi anche a religiosi che, invece di vivere appieno la loro vocazione contemplativa, utilizzano i social media in modo del tutto inappropriato e narcisistico. Questo sistema, lungi dal garantire qualità e profondità, evidenzia una gestione autoreferenziale e poco professionale dei media “del Papa”.
Un’ulteriore conferma di questa dinamica emerge dall’osservazione delle attività sui social media. Le pagine personali di figure chiave come Andrea Tornielli, Massimiliano Menichetti e Andrea Monda rivelano chiaramente il modus operandi adottato. Tornielli, ad esempio, dedica gran parte del suo tempo a pubblicare post in difesa di Papa Francesco, anche recentemente reagendo a commenti marginali o irrilevanti, come quelli apparsi su quotidiani come Libero, che considera degni di smentita. Ovviamente debitamente ripostati dal pupillo Salvatore Cernuzio e dai dipendenti come “l’autorevole vignettista Sinodino”, come è stato sapientemente ribattezzato dentro le mura. Tuttavia, questa attenzione selettiva tradisce una mancanza di consapevolezza - o forse una deliberata omissione - rispetto ai contenuti realmente virali e incisivi, che non vengono affrontati da Tornielli perché supportati da documentazione e prove inconfutabili. Tali contenuti, infatti, mettono in luce non solo le criticità del sistema comunicativo del Dicastero, ma anche la completa incompetenza di chi lo dirige.

Il paradosso del Gruppo di Studio 3: duplicare funzioni già previste
In questo scenario di funzionalismo - il rischio contro cui lo stesso Papa Francesco aveva messo in guardia, descrivendo strutture che esistono per sé stesse anziché per la missione - si inserisce un elemento che rasenta il paradosso. Il Rapporto Finale del "Gruppo di Studio N. 3" sulla missione della Chiesa nell'ambiente digitale pubblicato ieri, un documento redatto con la partecipazione dei vertici stessi del Dicastero, quali il Prefetto Paolo Ruffini e il Segretario Mons. Lucio Adrián Ruiz, propone la "Creazione di un ufficio, dipartimento o commissione responsabile di accompagnare la missione nell’ambiente digitale". Questa nuova entità, una "Pontificia Commissione per la Cultura Digitale e le Nuove Tecnologie", avrebbe il compito di "monitorare le questioni teologiche, pastorali e canoniche emergenti", "preparare documenti, linee guida e vademecum" e "definire strategie di formazione".
La proposta lascia attoniti. Le competenze elencate per questa nuova, ipotetica commissione non sono altro che una descrizione puntuale dei compiti già statutariamente affidati alla Direzione Teologico-Pastorale del Dicastero per la Comunicazione. Il fatto che i responsabili del Dicastero propongano la creazione di una nuova struttura per svolgere compiti che sono già di loro competenza rivela una delle tre seguenti verità, tutte allarmanti: o vi è una profonda ignoranza delle proprie responsabilità e della struttura che dirigono, o si ammette implicitamente la totale inefficacia
dell'organo esistente, giudicandolo talmente irrecuperabile da rendere necessaria la sua duplicazione oppure si sta tentando di convincere il Papa a creare una ulteriore struttura inutile per distribuire un po’ di stipendi.
Questa contraddizione è il sintomo di una patologia istituzionale. Si invoca la creazione di un nuovo organismo per supplire alle mancanze di uno già esistente e pienamente operativo sulla carta, perpetuando una logica che appesantisce la Curia invece di snellirla. Invece di interrogarsi sul perché la Direzione Teologico-Pastorale non adempia alla sua missione, si preferisce aggirare il problema, suggerendo una soluzione che non risolve la paralisi di fondo.
d.E.G.
Silere non possum