Quando il prefetto del Dicastero per il Culto Divino, il cardinale Arthur Roche, ha scritto al presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Heiner Wilmer, per ribadire ciò che il diritto canonico stabilisce da sempre - i laici non possono tenere l'omelia durante la celebrazione eucaristica -, la Chiesa in Germania aveva davanti a sé due strade. La prima, la sola onesta, era accogliere la decisione di Roma con quell'obbedienza che i medesimi vescovi tedeschi pretendono di predicare quando parlano di «sinodalità», «ascolto» e «comunione». La seconda era quella scelta: aggirare il problema, non disobbedire apertamente, e affidare la contestazione ad altri.
È la seconda strada quella imboccata. E lo dimostra l'intervista nella quale si tenta di demolire la decisione del Dicastero romano pubblicata nelle scorse ore su katholisch.de, il portale ufficiale della Conferenza episcopale tedesca. Non un blog, non una voce isolata: l'organo di comunicazione dei vescovi.
Un'operazione che dice tutto
I presuli tedeschi sanno bene che prendere posizione apertamente contro il Papa significherebbe, finalmente, indurre Roma a spedirli a casa. Per questo non lo fanno. Compiono invece un'operazione più sottile e più luciferina: aprono le pagine del loro portale a un teologo che dice, al posto loro, ciò che loro non possono permettersi di affermare a voce alta. Si obbedisce al Papa quando conviene, e quando non conviene si lascia che qualcun altro lo contesti. È la solita ipocrisia ecclesiale, quella che abbiamo imparato a riconoscere in questi anni. Con Papa Francesco, il quale era duro e accentratore, quasi nessuno osava contraddirlo apertamente. Chi provava a muovere una critica rispettosa veniva subito accusato di eresia, di disobbedienza o di voler dividere la Chiesa.
Ora che il Papa richiama continuamente al dialogo e all’ascolto, riemergono invece personaggi pronti a contestarlo su tutto, persino su questioni sulle quali non esiste alcun reale margine di discussione. È un copione già noto: davanti, sorrisi e deferenza; dietro, colpi bassi e manovre prudenziali. Esporsi davvero, assumersi la responsabilità delle proprie parole: questo sì che fa paura. Molto più semplice restare al riparo, aspettare il momento opportuno e colpire senza metterci la faccia. Il personaggio scelto per l'operazione è il “liturgista” di Erfurt Benedikt Kranemann. E le cose che dice - perché siano chiare a tutti - sono queste.
Kranemann si dichiara «deluso» dal divieto romano, che giudica «un passo indietro». Sostiene di non trovare «particolarmente persuasiva» l'argomentazione di Roma «al di là del richiamo al diritto canonico vigente»: come se il diritto della Chiesa fosse un fastidioso cavillo da scavalcare e non l'espressione di una consapevolezza sacramentaria e teologica. Mette in discussione il legame tra l'annuncio della Parola e l'ordinazione, riducendolo di fatto al solo Vangelo e domandandosi, con piglio cattedratico, «che dire dell'Antico Testamento, delle Lettere, degli Atti degli Apostoli». Definisce «paternalistica» l'affermazione secondo cui la preparazione e la proclamazione dell'omelia sono parte integrante del ministero e della spiritualità del sacerdote. Lamenta che, seguendo la lettera di Roma, «le donne restano escluse». E arriva al punto: una «liturgia sinodale» dovrebbe essere, parole sue, «una liturgia nella quale anche i non ordinati abbiano la possibilità di tenere l'omelia».
Tradotto: ciò che la Chiesa insegna va riscritto, e va riscritto contro quanto Roma ha appena ribadito. È la rivendicazione esplicita di una prassi contraria alla dottrina cattolica e alla disciplina vigente. Chi la sostiene si colloca, di fatto, fuori dall'insegnamento della Chiesa. E un portale di una conferenza episcopale che ospita un’ intervista del genere si pone automaticamente fuori dalla comunione con il Successore di Pietro.

Chi è katholisch.de
Vale la pena ricordare di che cosa stiamo parlando. Katholisch.de non è una testata che si distingua per rigore. È il portale che più volte ha diffuso fake news, e che non cita le fonti da cui prende le notizie - una pratica che basterebbe, da sola, a squalificarlo presso qualunque redazione seria. Lo diciamo senza timore di smentita: il modello di katholisch.de è lontanissimo dalle valide testate tedesche, quelle che ancora fanno del giornalismo un mestiere fondato su documenti e verifiche.
Katholisch.de agisce piuttosto come quelle realtà ecclesiali malate del «sei mio amico» e del «la pensi come me»: si dà spazio a chi conferma la linea, si oscura o si ignora chi la incrina. Non è giornalismo, è cortigianeria. Sono quei laici “clericalizzati” di cui parlava Francesco. E quando questo apparato viene messo al servizio di una contestazione mascherata del Pontefice, il quadro è completo.
La sostanza, non la forma
Il vescovo Wilmer richiama, nella sua lettera, la drammatica scarsità di sacerdoti in Germania. È un problema reale, e nessuno lo nega. Ma la risposta a una crisi delle vocazioni non è la demolizione dell'omelia e del suo legame con il sacerdozio. È esattamente il contrario: è la cura del sacerdozio. Roma, ribadendo la disciplina, non ha fatto un torto alla Chiesa tedesca; le ha ricordato chi è. Che poi questo richiamo venga vissuto come un'imposizione insopportabile, al punto da organizzare per via interposta la propria insubordinazione, dice molto più sullo stato della Chiesa in Germania che sul Dicastero per il Culto Divino.
Sono prive di senso anche le considerazioni sui «preti che non sanno fare l’omelia» e sull’idea che, per questo, sarebbe preferibile affidarla ai laici. È un ragionamento che sposta completamente il problema. Come se tutti i laici fossero automaticamente capaci di predicare; come se qualche nozione appresa presso un Istituto di Scienze Religiose fosse sufficiente per proclamare e interpretare la Parola di Dio nell’assemblea eucaristica; come se l’incapacità di un sacerdote di preparare un’omelia fosse un dato normale, da aggirare semplicemente togliendogli quel compito. Chi stabilisce, poi, che il sacerdote "non sarebbe capace di fare l'omelia"?
E poi? Se un prete non sa confessare, affidiamo anche la riconciliazione ad altri? Se non sa celebrare, riorganizziamo il sacramento attorno alle sue carenze? Oppure iniziamo finalmente a porci una domanda più seria sul ministero che viene conferito a uomini spesso privi delle competenze necessarie e, talvolta, persino di una reale vocazione? Il problema non è sostituire il sacerdote ogni volta che non è all’altezza del proprio ministero. Il problema è capire perché venga ordinato qualcuno che non è stato formato, accompagnato e verificato adeguatamente.
La Chiesa cattolica - in Germania e non solo - è fatta anche di soggetti che obbediscono al Papa quando gli pare e piace, e che per il resto del tempo coltivano l'arte di apparire fedeli mentre lavorano nella direzione opposta. L'intervista di katholisch.de è la fotografia di questo metodo. Conviene tenerla a mente la prossima volta che, da quelle stesse pagine, si invocherà la «comunione».
d. C. H.
Silere non possum