Roma - La Corte europea dei diritti dell'uomo nei giorni scorsi ha depositato l'ennesima condanna contro l'Italia: lo Stato non ha condotto un'indagine effettiva sul caso di Gianluca Fanesi, il tifoso della Sambenedettese rimasto gravemente ferito, colpito alla nuca, negli scontri con la polizia fuori dallo stadio di Vicenza il 5 novembre 2017. Centocinquantamila euro di risarcimento e un giudizio che pesa: di fronte a un possibile uso eccessivo della forza da parte degli agenti, la macchina giudiziaria italiana non ha voluto o saputo accertare i fatti. La pronuncia si aggiunge a un elenco ormai lungo, aperto dal caso Cestaro sulla scuola Diaz di Genova, in cui l'Italia viene richiamata per lo stesso vizio strutturale: le violenze delle forze dell'ordine restano troppo spesso senza nome, senza volto e senza processo.
Dodici giorni dopo, il 14 luglio, il Consiglio dei ministri approva con procedura d'urgenza il disegno di legge recante «Disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle Forze di polizia e del Ministero dell'interno». Dentro, tra le altre cose, c'è la procedibilità d'ufficio per il reato di lesioni personali lievi commesso ai danni di ufficiali e agenti di polizia. Insomma, mentre l'Europa chiede all'Italia di indagare meglio sugli abusi in divisa, il governo lavora nella direzione opposta, moltiplicando gli scudi attorno alla divisa stessa.
Una protezione che si stratifica
Il nuovo ddl non è una sorpresa. Rappresenta il secondo atto di un disegno che il decreto sicurezza di febbraio - il decreto-legge n. 23/2026, poi convertito nella legge n. 54/2026 - aveva già delineato con chiarezza. È il modus agendi di un governo sempre più spesso definito fascista, e non senza ragione: l’impianto mentale e politico che sorregge le sue poche idee ripropone una logica autoritaria precisa, nella quale la forza dello Stato viene impiegata per intimidire, reprimere e sottomettere i cittadini, ridotti al rango di sudditi.
Quel provvedimento ha introdotto, tra l'altro, la facoltà per il pubblico ministero di non iscrivere nel registro delle notizie di reato l'agente coinvolto in indagini sull'uso delle armi, quando il fatto appaia compiuto in presenza di una causa di giustificazione. Anche quando dall'azione di polizia derivano lesioni gravissime o la morte di una persona, l'accertamento può cioè partire senza che chi ha premuto il grilletto figuri formalmente tra gli indagati. È esattamente il tipo di indagine attenuata, condotta con il freno a mano tirato, che la giurisprudenza di Strasburgo censura da vent'anni: gli articoli 2 e 3 della Convenzione impongono allo Stato indagini rapide, indipendenti ed effettive ogni volta che l'azione dei suoi agenti incide sulla vita o sull'integrità delle persone.
Su questo tronco si innesta ora la procedibilità d'ufficio per le lesioni lievi contro gli agenti. Presa da sola, la norma può apparire ragionevole. Letta nel contesto, completa un'asimmetria: il cittadino che colpisce un agente sarà perseguito automaticamente, l'agente che colpisce un cittadino potrà non risultare nemmeno indagato. Lo Stato che a Strasburgo viene condannato per non aver indagato sui propri apparati sceglie di rendere più severa la giustizia in una sola direzione.
Dodici ore senza reato, ora anche per i quindicenni
Il secondo pilastro del ddl riguarda i più giovani. Il fermo di prevenzione, introdotto a febbraio dall'articolo 7 del decreto 23/2026 come articolo 11-bis del decreto-legge 59/1978, consente di trattenere una persona negli uffici di polizia fino a dodici ore senza che abbia commesso alcun reato, sulla base di un giudizio prognostico di pericolosità. Il Consiglio superiore della magistratura, con la delibera del 15 aprile 2026, aveva espresso parere negativo sulla conversione del decreto, segnalando la difficile compatibilità della misura con l'articolo 13 della Costituzione e con l'articolo 5 della Convenzione europea, che vieta le privazioni arbitrarie della libertà. Analoghe eccezioni di incostituzionalità sono state sollevate dalle Camere penali, mentre in dottrina si è osservato che la genericità degli «accertamenti di polizia» che giustificano il trattenimento amplia in modo irragionevole la discrezionalità degli operatori.
La risposta del governo a queste obiezioni è stata estendere l'istituto. Il ddl approvato il 14 luglio porta il fermo di prevenzione fuori dal perimetro delle manifestazioni, nei luoghi «caratterizzati da un consistente afflusso di persone», la cosiddetta movida, e lo applica espressamente anche ai minorenni. Un quindicenne potrà essere accompagnato e trattenuto per ore sulla base di indizi di pericolosità come il possesso di oggetti ritenuti sospetti o la presenza di precedenti segnalazioni, senza aver commesso nulla. A completare il quadro arrivano il nuovo avviso orale del questore con divieto di radunarsi con determinate persone, che incide sulla libertà di riunione garantita dall'articolo 17 della Costituzione, e la fattispecie aggravata di danneggiamento di gruppo con arresto in flagranza differita.
Insomma, ci prepariamo a nuove condanne da parte della Corte europea e a gravi violazioni dei diritti umani fondamentali. Una parte di questo governo legifera su libertà personale e processo penale senza aver mai studiato né l'una né l'altro: la presidente del Consiglio si è fermata al diploma, altri ministri non hanno mai concluso gli studi universitari, eppure riscrivono con disinvoltura istituti su cui i costituzionalisti misurano le parole. Ma c'è di peggio. Al vertice della Giustizia siede un ex magistrato che il diritto lo conosce benissimo: il parere negativo del Csm, la giurisprudenza di Strasburgo e l'articolo 13 della Costituzione non gli sono ignoti, gli sono indifferenti. Dove manca lo studio è incompetenza; dove lo studio c'è ed è ignorato deliberatamente, è qualcosa di più grave dell'incompetenza.
Preoccupa soprattutto l’accanimento del governo contro la magistratura, accompagnato dall’incapacità di riconoscere che molti errori giudiziari nascono da indagini condotte male, superficialmente o in modo approssimativo proprio dagli organi di polizia. Questo atteggiamento rivela non soltanto una profonda confusione istituzionale, ma anche il livello di competenza di chi pretende di riscrivere le regole del sistema penale. In Italia, del resto, una parte dell’opinione pubblica continua a considerare le forze dell’ordine come il «posto fisso» raccontato da Checco Zalone, espressione di una mentalità ancora molto diffusa nel Paese. Non sono pochi coloro che entrano nella Polizia o nell’Arma dei Carabinieri senza un’adeguata preparazione giuridica e, talvolta, senza neppure una solida cultura generale. È a queste persone che il governo vorrebbe concedere margini di azione sempre più ampi sulla vita dei cittadini e, soprattutto, sulla loro libertà personale.
Ciò che dice la ricerca, ciò che dicono i numeri
Che tutto questo produca sicurezza è, prima ancora che una questione politica, una questione empirica. E l'evidenza disponibile va in senso contrario. Gli studi sulla deterrenza, sintetizzati da Daniel Nagin in «Deterrence in the Twenty-First Century», mostrano da decenni che a scoraggiare i reati è la certezza dell'accertamento, non la severità della pena né la spettacolarità dei poteri di polizia. Sul fronte minorile, la ricerca di Anna Aizer e Joseph Doyle pubblicata sul Quarterly Journal of Economics nel 2015 ha documentato che la detenzione dei minori riduce drasticamente le probabilità di completare la scuola e aumenta quelle di finire in carcere da adulti: ogni contatto precoce e afflittivo con l'apparato repressivo tende a produrre il criminale che pretendeva di prevenire.
Lo aveva capito, con due secoli e mezzo di anticipo, Cesare Beccaria: «il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l'educazione». Il governo ha scelto la strada opposta, quella facile. Nel comunicato di Palazzo Chigi, accanto all'elenco di nuovi fermi, aggravanti, arresti differiti e divieti, la parte educativa del ddl si esaurisce in una «rete territoriale dell'alleanza educativa» presso i Centri per la famiglia e in generici «progetti» contro la povertà educativa, senza che si intraveda un investimento paragonabile a quello profuso sul versante repressivo. Il contesto lo conosciamo bene: la spesa italiana per l'istruzione resta stabilmente sotto la media europea in rapporto al Pil, mentre la dispersione scolastica continua a colpire in modo sproporzionato proprio i territori e le famiglie da cui provengono i ragazzi che ora si vogliono fermare per dodici ore nella movida. Non servono processi alle intenzioni: basta osservare dove questo esecutivo mette i soldi e la fantasia normativa. Sulla scuola, l'ordinaria amministrazione. Sul controllo, un decreto o un ddl a ogni fatto di cronaca.
Il paradosso dei giornalisti
Lo stesso ddl introduce un’aggravante per i reati commessi ai danni dei giornalisti nell’esercizio della loro attività. La misura potrebbe apparire positiva, ma arriva da un esecutivo che non ha ancora chiarito fino in fondo la vicenda dello spyware Graphite di Paragon, individuato sui telefoni di diversi giornalisti italiani e di attivisti impegnati nel soccorso in mare.
L’aggravante contro le aggressioni ai cronisti rischia così di trasformarsi in un’operazione d’immagine, mentre restano senza risposta le domande su chi abbia spiato quei giornalisti, con quali autorizzazioni e per quali finalità. La libertà di stampa si tutela facendo piena luce su queste vicende, rispondendo alle domande e garantendo che nessun apparato dello Stato possa sorvegliare impunemente chi svolge attività giornalistica.
Le aggressioni fisiche, peraltro, rappresentano soltanto una parte delle intimidazioni subite dai cronisti. Molti degli attacchi più insidiosi si consumano quotidianamente sul web, attraverso campagne diffamatorie, calunnie, minacce e tentativi sistematici di delegittimazione rivolti contro chi, facendo il proprio lavoro, disturba interessi criminali, politici o economici. Di fronte a queste condotte, lo Stato italiano offre spesso una tutela insufficiente e, in alcuni casi, finisce persino per agevolare gli aggressori attraverso ritardi, omissioni e una sostanziale inerzia istituzionale.
Il quadro complessivo è coerente e, per questo, preoccupante. Uno Stato che si fa condannare a Strasburgo per non aver indagato sui propri agenti, e che risponde riducendo ulteriormente le occasioni di accertamento; un legislatore che ignora il parere negativo del Csm e allarga ai minorenni misure di dubbia costituzionalità; un governo che a ogni emergenza educativa risponde con un articolo di codice penale. Beccaria chiedeva di prevenire i delitti perfezionando l'educazione. Qui si preferisce perfezionare il manganello.
F.L.
Silere non possum



