Città del Vaticano – Questa mattina Leone XIV ha nominato segretario del Dicastero per i Testi Legislativi il vescovo piemontese Marco Mellino, finora segretario aggiunto del medesimo dicastero.

La nomina arriva a soli sette mesi da quella del 27 novembre 2025, quando lo stesso Mellino, già segretario del Consiglio dei Cardinali, era stato collocato come Segretario aggiunto. Dopo che Leone XIV aveva di fatto eliminato il Consiglio dei Cardinali, occorreva infatti trovare una sistemazione al “disoccupato” Mellino, ancora prima del pensionamento di Arrieta.

Insomma, in poco più di sei mesi Mellino ha occupato tre poltrone. Una carriera in rapida ascesa che impone qualche domanda, soprattutto perché il recente operato di monsignor Mellino proprio nel campo di cui questo Dicastero dovrebbe occuparsi - la corretta interpretazione e redazione delle leggi della Chiesa - non depone affatto a suo favore.

Chi c'era quando la riforma uscì a pezzi

Torniamo al 21 marzo 2022. In Sala Stampa vaticana si presenta la Praedicate Evangelium. Al tavolo siedono in tre: il cardinale Semeraro, il canonista gesuita padre Ghirlanda e, per il Consiglio dei Cardinali, Monsignor Mellino. È lui uno dei volti istituzionali della riforma. È lui che, davanti ai giornalisti, deve difendere un testo che, lo ricordiamo a chi ha la memoria corta, era stato consegnato alla Sala Stampa pochi minuti prima delle dodici, era pieno di refusi anche ortografici e conteneva errori sostanziali.

Il più clamoroso: la costituzione assegnava al Dicastero per il Culto Divino la competenza sulla «forma straordinaria del Rito Romano», categoria che lo stesso Francesco aveva cancellato con la Traditionis Custodes. Chi venne a spiegare che si trattava di un semplice refuso da correggere? Proprio il segretario del Consiglio dei Cardinali. Una costituzione apostolica, il testo che avrebbe dovuto reggere la Curia Romana per decenni, presentata al mondo con la promessa che i refusi sarebbero stati sistemati dopo. Mellino aveva solo questo compito: sistemare la costituzione.

Non basta. Quando si trattò di rispondere all'accusa, fondata, che i dicasteri aumentavano invece di diminuire, fu ancora Mellino a tentare la difesa con la storia dei «quattro organi economici» retti da persone già a capo di altre realtà. Una spiegazione che non convinse allora e non convince oggi. I numeri restano quelli: Giovanni Paolo II prevedeva ventiquattro organismi, Praedicate Evangelium ne prevede ventotto. Quattro in più. La matematica non è un’opinione neppure alla Lateranense.

Il nodo che nessuno ha mai sciolto

C'è però una questione che pesa più dei refusi e più dei conteggi, ed è la ragione per cui questa nomina solleva un problema di sostanza e non di gusto.

La Praedicate Evangelium ha aperto i vertici dei dicasteri ai laici, uomini e donne, affermando che essi possono esercitare la potestà ordinaria vicaria di governo ricevuta dal Romano Pontefice con il conferimento dell'ufficio. Il cardinale Ghirlanda, presentando il testo accanto a Mellino, lo sintetizzò in una formula divenuta celebre: la potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell'Ordine, ma dalla missione canonica. Detta così, sembra una soluzione elegante. In realtà è l'enunciazione apodittica di una tesi che il Concilio Vaticano II, come lo stesso Ghirlanda fu costretto ad ammettere, non volle dirimere, e che ancora oggi divide gli autori.

Il problema canonistico resta intatto e nessuno lo ha affrontato. Il canone 129 del Codice di Diritto Canonico stabilisce che della potestà di governo sono capaci (habiles) coloro che sono insigniti dell'Ordine sacro, mentre i fedeli laici, al paragrafo successivo, possono cooperare al suo esercizio a norma del diritto. Cooperare, non titolarne l'esercizio in proprio. Come si concili l'affermazione di Ghirlanda con la lettera del canone 129, come un non ordinato possa essere titolare e non semplice cooperatore della potestà di giurisdizione, questo né Ghirlanda né Mellino lo hanno mai spiegato.

E qui sta l'aspetto grottesco della vicenda. L'uomo che difese pubblicamente quella tesi senza fondarla, l'uomo che presentò una costituzione da correggere a posteriori, viene oggi messo a fare da Segretario proprio l'organismo che ha il compito istituzionale di garantire la coerenza interna dell'ordinamento canonico, di verificare la conformità delle norme, di colmare le lacunae legis. Si affida la custodia del rigore giuridico a chi sul rigore giuridico ha lasciato il conto aperto più vistoso degli ultimi anni.

Chi esce di scena

Con questa nomina esce definitivamente di scena monsignor Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, Segretario del Dicastero dal 15 febbraio 2007. Lo aveva voluto Benedetto XVI. Spagnolo, sacerdote dell’Opus Dei, tra i fondatori della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università della Santa Croce, fondatore e direttore della rivista Ius Ecclesiae, ha servito quel Dicastero sotto quattro Pontefici per quasi vent’anni.

Arrieta è un canonista valido, di indiscussa preparazione accademica. Eppure, proprio sul nodo decisivo della potestà di giurisdizione legata al sacramento dell’Ordine, non ha mai assunto una difesa chiara e conseguente. Del resto, una parte della scuola dell’Opus Dei ha fatto proprio, purtroppo, un criterio assai eloquente: meglio un laico dell’Opus Dei che un chierico esterno all’Opus Dei. Una logica che ha prodotto conseguenze gravi nella vita della Chiesa.

Arrieta sapeva bene che Jorge Mario Bergoglio aveva trovato in Gianfranco Ghirlanda due convinzioni radicate fin dai tempi dell’insegnamento alla Gregoriana: il ridimensionamento dell’Opus Dei e la possibilità di affidare Dicasteri a laici. Entrambe le direttrici sono state perseguite durante il pontificato di Francesco. L’Opus Dei, in questo quadro, porta anche la responsabilità di avere troppo spesso scambiato una sottomissione cieca e interessata per prudenza ecclesiale, rinunciando a una posizione rispettosa ma ferma.

Esce dunque un canonista di statura accademica e istituzionale riconosciuta. Entra l’uomo del Consiglio dei Cardinali, il cui operato in materia legislativa ha già lasciato i precedenti che abbiamo ricordato. Ciò che perplime, ancora una volta, è il criterio con cui vengono compiute queste nomine. In un Dicastero la cui stessa ragione d’essere è la precisione del diritto, il merito tecnico dovrebbe pesare più della prossimità ai circoli che hanno disegnato la riforma. Qui, invece, sembra essere accaduto l’opposto.

Una domanda che resta

Silere non possum lo ripete da anni: nella Chiesa le persone andrebbero collocate per competenza, non per appartenenze o per ricollocamenti. Vale per i laici, vale per i chierici, vale per i vescovi. La Praedicate Evangelium lo scrive perfino, all'articolo 7, raccomandando competenza ed esperienza. Poi però chi controlla, chi verifica, chi richiama? La nomina di oggi è la risposta a quella domanda, e non è una risposta confortante.

Sulla stessa linea si colloca un’altra nomina resa nota questa mattina: monsignor Lucio Adrián Ruiz viene trasferito dal Dicastero per la Comunicazione all’Elemosineria Apostolica come Segretario. Una scelta che qualcuno dovrà spiegare, perché non è chiaro in base a quali competenze specifiche Ruiz possa passare con disinvoltura dalla segreteria di un Dicastero che si occupa di comunicazione a un ufficio che ha funzioni, finalità e responsabilità del tutto diverse. Quali competenze possiede Ruiz che gli consentono di essere considerato, prima, un “competente Segretario del Dicastero per la Comunicazione” e, ora, un altrettanto “competente Segretario del Dicastero per il Servizio della Carità”? Sono due ambiti radicalmente diversi, con funzioni, responsabilità e professionalità che non possono essere trattate come interchangeable.

La nomina si spiega difficilmente al di fuori di una logica molto più semplice: il grande protetto di Edoardo Dario Viganò doveva essere rimosso per lasciare libera la nuova Prefetta, che arriverà a novembre. Al tempo stesso, però, non lo si poteva rispedire nella sua diocesi argentina, come in realtà prevede anche Praedicate Evangelium. E allora gli è stato assegnato il primo spazio disponibile, quello in cui, presumibilmente, potrà fare meno danni. Se questo è il criterio con cui si distribuiscono incarichi tanto delicati nella Curia Romana, siamo messi molto male.

Nel frattempo, al Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini si prepara ad accogliere la nuova Prefetto e a spiegarle, con la consueta sollecitudine, come funzionano davvero le cose. Sono già pronti a mettere i paraocchi a Maria Montserrat Alvarado, mostrandole soltanto ciò che conviene loro e tenendola lontana da tutto il resto. Hanno già pronti gli occhiali fatti su misura.

Senza dimenticare che, prima di chiudersi alle spalle la porta di Palazzo Pio, Ruffini intende assicurare ai suoi protetti ancora qualche scatto di livello per aumentare lo stipendio. Il papà italiano, del resto, non lascia i figli affamati: prima di andarsene, deve provvedere a sfamarli.

m.V.P.
Silere non possum

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