Città del Vaticano - Questa mattina, sotto le volte della Basilica di San Pietro, Papa Leone XIV ha presieduto alle 10 la solenne celebrazione eucaristica della Pentecoste, vertice e compimento del tempo di Pasqua. Davanti ai fedeli giunti da ogni parte del mondo, il Pontefice ha pronunciato un'omelia costruita attorno all’immagine del cenacolo che, da luogo della paura e del tradimento, diventa "grembo di risurrezione" per tutta la Chiesa.
Dal sepolcro al grembo: l'unità del mistero pasquale
Il Papa è partito dal Vangelo di Giovanni, che riconduce ancora al "primo giorno della settimana", quando il Risorto entra a porte chiuse mostrando ai discepoli le mani e il fianco. Quelle ferite, ha spiegato, non sono cicatrici di sconfitta ma segni trasfigurati: «Colui che era morto vive per sempre». È qui che Leone XIV ha proposto la sua chiave di lettura di questa festa: la Pentecoste non è un episodio staccato, ma il sigillo dello stesso evento di salvezza. Lo stesso luogo in cui Gesù aveva istituito l'alleanza nuova ed eterna si trasforma, con l'effusione dello Spirito, da rifugio di apostoli impauriti a culla della Chiesa. Per questo, ha detto il Papa, «la Pentecoste è festa pasquale e festa del corpo di Cristo, che per grazia siamo noi».

Tre volti dello Spirito: pace, missione, verità
L'omelia si è snodata lungo tre direttrici.
Il primo affondo è stato sulla pace. Lo Spirito del Risorto, ha spiegato Leone XIV, è anzitutto Spirito che riconcilia: nasce dal perdono donato da Gesù - proprio da Colui che era stato tradito, condannato, crocifisso - e ci abilita a perdonare a nostra volta. Il Papa ha richiamato il parallelo con il Sinai: come allora il fragore, il vento e il fuoco accompagnarono il dono della Legge, oggi quella stessa legge è "incisa nei cuori" con caratteri d'amore. È, ha detto, «il codice della pace», il duplice comandamento dell'amore che lo Spirito ricorda «a ogni battito del cuore».
Il secondo passaggio ha riguardato la missione. Citando il "come il Padre ha mandato me, anche io mando voi", il Pontefice ha ricordato che la Chiesa intera è protagonista del Vangelo, non solo sua custode. La prima opera dello Spirito in noi, ha insistito, è la fede stessa con cui si confessa «Gesù è Signore»; e da quella fede germinano «ogni buona azione, ogni atto di misericordia e di virtù». Leone XIV ha contrapposto due dinamiche del nostro tempo: da un lato i cambiamenti che «non rinnovano il mondo, ma lo invecchiano tra errori e violenze»; dall'altro lo Spirito che «illumina le menti e suscita nei cuori nuove energie di vita», trasformando «la confusione del mondo in comunione con Dio e tra di noi».
Il terzo aspetto è stato la verità. Lo Spirito del Risorto, ha ricordato il Papa citando Sant'Agostino, è anche «Spirito della verità» e suscita l'unità nella fede: il segno della sua presenza è «il dono di lingue che si capiscono nell'unica fede». Da qui un avvertimento netto: il Paraclito ci difende «dalle faziosità, dalle ipocrisie, dalle mode che annebbiano la luce del Vangelo».
La preghiera finale: contro guerra, miseria e peccato
Nel passaggio conclusivo, Leone XIV ha chiesto che lo Spirito salvi l'umanità «dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall'Onnipotenza dell'amore»; che la liberi «dalla miseria, che viene riscattata non da una ricchezza incalcolabile, ma da un dono inesauribile»; e che la guarisca «dalla piaga del peccato». Una triplice supplica affidata all'intercessione di Maria, Madre della Chiesa, che ha chiuso una celebrazione vissuta come tappa centrale dell'anno liturgico.
Restano, nelle parole del Papa, due immagini destinate a fissarsi: il cenacolo come grembo, e lo Spirito come ospite "dolce dell'anima" - già donato, già promesso, ancora da accogliere.
p.B.N.
Silere non possum