Milano - Giovedì 4 giugno 2026 l'arcivescovo Mario Enrico Delpini ha presieduto nel Duomo di Milano la solenne celebrazione eucaristica nella solennità del Corpus Domini. La celebrazione cittadina ha raccolto attorno al Santissimo Sacramento un'assemblea numerosa.

Alla celebrazione hanno preso parte sei vescovi, i canonici del capitolo, i presbiteri, i religiosi e i fedeli laici. Non sono mancati, come da tradizione, i rappresentanti degli ordini cavallereschi, delle confraternite e di numerose associazioni, in specie quelle che si prendono cura dei malati; con loro i ministri straordinari della Comunione, invitati in modo particolare a questa liturgia. L'arcivescovo si è mosso tra le navate per benedire i fedeli con il Santissimo Sacramento. 

Nella sua omelia l'arcivescovo ha parlato di tre movimenti. Il primo movimento è un richiamo a non fermarsi alla soglia. Il popolo nel deserto ha fame e sete, e crede che bastino un pane e un'acqua qualunque; ma il dono di Dio dice "oltre". Anche la devozione, ha avvertito Delpini, può arrestarsi alle forme rassicuranti e alle abitudini religiose, mentre la preghiera è invocazione di un mistero più grande e più inquietante di quanto una formula possa racchiudere. L'Eucaristia ha la potenza di introdurre in quel mistero, perché nella vita si riconosca la vocazione a un oltre la banalità, oltre la rassegnazione.

Stare nello stesso luogo, ha detto Delpini, percorrere le stesse strade, radunarsi nella stessa chiesa può accostare gli uomini come estranei, persino come fonte di imbarazzo e di timore. La condivisione dell'unico pane, invece, rende i molti un solo corpo: il Corpo di Cristo è principio di unità. Non si tratta delle sole buone intenzioni di una convivenza educata, ha precisato l'arcivescovo, ma di una reciproca appartenenza per cui se uno soffre tutti soffrono, se uno gioisce tutti gioiscono. Di qui la parola severa contro l'indifferenza e contro chi riduce la rivelazione a metafora edificante. È in questo senso che l'Eucaristia dà forma alla Chiesa.

Il terzo movimento guarda al destino. Agli "abitanti ottusi del tempo", che leggono la storia come un girovagare nell'assurdo e professano il dogma della destinazione a finire, Delpini ha opposto la promessa custodita nelle parole di Gesù. La vita eterna non è un "dopo" né un "lassù", una collocazione nel tempo o nello spazio, ma un dimorare, una relazione che dà compimento alla vita. Farmaco d'immortalità, appunto: la formula antica, che risale a sant'Ignazio di Antiochia, posta dalla diocesi a tema dell'intera giornata.

Tre parole, dunque, raccolgono la grazia della celebrazione e ne riassumono il senso: oltre, in comunione, nel compimento.

p.B.N.
Silere non possum

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