Che cos’è quel copricapo alto, terminante con due punte, che il vescovo indossa durante alcune parti della Messa? Si chiama mitria ed è una delle insegne più riconoscibili dell’episcopato cattolico. La sua forma, il modo in cui viene utilizzata e persino i momenti nei quali deve essere deposta rispondono a una tradizione secolare, progressivamente regolata dalla liturgia.
La mitria non è un semplice ornamento né un generico segno di prestigio. Indica il ministero del vescovo quale pastore della Chiesa particolare e custode della fede apostolica. Può essere indossata anche da alcuni abati e da altri prelati ai quali questo diritto sia stato espressamente riconosciuto.
Che cosa significa la parola mitria
Il termine mitria deriva dal greco mítra, parola che indicava originariamente una fascia, una benda o un ornamento destinato a cingere il capo. Dalla stessa radice linguistica deriva il nome attribuito al copricapo liturgico rigido e bicuspidale che, nella tradizione latina, è divenuto caratteristico dei vescovi.
La mitria è formata da due elementi di tessuto irrigidito, generalmente di forma pentagonale, uniti lateralmente. La parte superiore presenta due punte, una anteriore e una posteriore, chiamate tradizionalmente cornua. Dalla parte posteriore scendono invece due fasce di tessuto, denominate infule o vitte, spesso concluse da frange.
Le origini della mitria
La storia della mitria si intreccia con quella della tiara papale. Il copricapo dal quale entrambe si sarebbero sviluppate non apparteneva inizialmente alla liturgia. Era utilizzato dal pontefice già nell’VIII secolo durante cortei e cerimonie solenni celebrati fuori dalle chiese.
Il passaggio della mitria dall’ambito papale a quello episcopale fu graduale. Le prime testimonianze letterarie che attribuiscono ai vescovi un copricapo liturgico risalgono all’XI secolo. Ne parlano, tra gli altri, san Pier Damiani, san Bernardo di Chiaravalle e Ugo di Fleury. A queste fonti si aggiungono testimonianze iconografiche, come quelle contenute nell’Exultet della cattedrale di Bari. L’impiego della mitria si diffuse progressivamente nell’episcopato latino e divenne generale nella seconda metà del XII secolo. Nello stesso periodo mutò anche la sua forma. Il copricapo, inizialmente più arrotondato e simile a una cupola, assunse gradualmente il profilo schiacciato e terminante in due punte che ancora oggi lo contraddistingue.
Nel corso dei secoli l’altezza, la rigidità e la ricchezza delle decorazioni variarono sensibilmente. Alcune mitrie medievali erano relativamente basse, mentre in epoche successive si diffusero modelli più slanciati e riccamente ornati.
I diversi tipi di mitria
La tradizione liturgica ha distinto storicamente tre principali tipi di mitria, assegnati in base alla solennità della celebrazione. La mitria preziosa era decorata con ricami, pietre, perle e applicazioni in oro o argento. Veniva impiegata nelle celebrazioni maggiormente solenni e durante particolari benedizioni. La mitria aurifregiata era confezionata generalmente in seta bianca e ornata con ricami dorati, ma priva delle gemme e delle decorazioni più elaborate proprie della mitria preziosa. La mitria semplice, realizzata in lino o seta bianca e priva di ornamenti, era destinata soprattutto alle celebrazioni penitenziali, ai funerali e ad altri riti caratterizzati da maggiore sobrietà. Questa tripartizione appartiene soprattutto alla disciplina liturgica precedente alla riforma seguita al Concilio Vaticano II. La normativa attuale ha semplificato l’uso delle insegne episcopali e distingue essenzialmente tra una mitria semplice e una mitria ornata, da scegliere in relazione al carattere della celebrazione.

Il significato simbolico della mitria
Alla mitria è stata attribuita nel corso dei secoli una ricca interpretazione simbolica. Le due punte sono state lette come un richiamo all’Antico e al Nuovo Testamento, la cui conoscenza il vescovo è chiamato a custodire, interpretare e trasmettere alla comunità affidata alle sue cure.
Le due infule che scendono sul retro sono state invece associate alla grazia e alla sapienza che, attraverso il ministero del pastore, raggiungono il popolo cristiano. Altre interpretazioni vi hanno riconosciuto un riferimento allo spirito e alla lettera delle Scritture oppure ai due precetti dell’amore verso Dio e verso il prossimo. Queste letture provengono soprattutto dalla catechesi e dalla riflessione liturgica medievale. Non costituiscono una definizione dogmatica, ma mostrano come la tradizione cristiana abbia cercato di attribuire un significato spirituale anche alla forma delle vesti e delle insegne utilizzate nel culto. La mitria esprime soprattutto il ministero del vescovo, chiamato a insegnare, santificare e governare la porzione del popolo di Dio che gli è stata affidata. Il suo valore deriva quindi dall’ufficio episcopale al quale è collegata, non dalla ricchezza dei materiali con cui è realizzata.
Quando il vescovo indossa la mitria
La mitria non viene portata dal vescovo per tutta la durata della celebrazione. Il Caeremoniale Episcoporum, il libro liturgico che regola i riti presieduti dai vescovi, stabilisce i momenti nei quali può essere indossata e quelli nei quali deve essere deposta. Il vescovo porta ordinariamente la mitria durante la processione d’ingresso, quando siede alla cattedra, durante l’omelia, in alcune allocuzioni rivolte al popolo, nelle benedizioni solenni e durante la processione conclusiva.
La depone, invece, durante le preghiere rivolte direttamente a Dio, nell’ascolto del Vangelo e durante la preghiera eucaristica. Non la indossa neppure nei momenti nei quali compie gesti di particolare venerazione o di adorazione. Durante il pontificato di Francesco si è progressivamente diffusa tra i vescovi la prassi di deporre la mitria prima dell’omelia, per imitazione dello stile adottato da Bergoglio nelle celebrazioni da lui presiedute. Si tratta, tuttavia, di una scelta poco coerente con il significato tradizionalmente attribuito a questa insegna: proprio durante l’omelia, quando il vescovo esercita pubblicamente il proprio ministero di maestro e interprete della Parola, l’uso della mitria risulta particolarmente appropriato.
Quando esercita visibilmente il proprio ministero di maestro e pastore, il vescovo porta la mitria. Quando si pone in ascolto del Vangelo o si rivolge a Dio nella preghiera, la depone. Il gesto mostra che anche il vescovo rimane discepolo della Parola e servitore del mistero che celebra.
La riforma liturgica e la semplificazione della mitria
Prima del Concilio Vaticano II l’insieme delle insegne e delle vesti pontificali era particolarmente articolato. Oltre alla mitria, il vescovo poteva utilizzare guanti (chiroteche), calze e sandali liturgici, insieme ad altri elementi successivamente abbandonati o divenuti facoltativi. L’istruzione Pontificales ritus, promulgata il 21 giugno 1968 dalla Sacra Congregazione dei Riti, semplificò profondamente le celebrazioni episcopali. Tra le altre disposizioni, stabilì che il vescovo utilizzasse una sola mitria nel corso della medesima azione liturgica, evitando i frequenti cambi previsti dal cerimoniale precedente. La riforma intendeva rendere più leggibile il significato delle insegne episcopali, riducendo gli elementi puramente ornamentali e mettendo maggiormente in evidenza il servizio liturgico e pastorale del vescovo.

Qual è la differenza tra mitria e tiara
La mitria non deve essere confusa con la tiara papale, chiamata anche triregno. Quest’ultima era costituita da un copricapo sormontato da tre corone e veniva utilizzata durante particolari cerimonie non propriamente liturgiche connesse al pontificato romano. La tiara divenne nei secoli un simbolo della potestà del papa. Paolo VI ne abbandonò l’uso nel 1964, durante il Concilio Vaticano II, e dispose che fosse destinata a finalità caritative come segno di rinuncia e di attenzione ai poveri.
Nel 2005 Benedetto XVI scelse di non inserire il triregno nel proprio stemma pontificio. Al suo posto adottò una mitria ornata da tre fasce dorate orizzontali, collegate da una linea verticale, in modo da conservare un richiamo simbolico alle tre corone della tradizione papale. Anche papa Francesco e Leone XIV hanno mantenuto la mitria nello stemma. La mitria è quindi un’insegna liturgica tuttora utilizzata. La tiara appartiene invece alla storia del cerimoniale pontificio e, pur non essendo stata formalmente abolita, non viene più indossata dai papi.
Chi può indossare la mitria
L’uso della mitria spetta anzitutto ai vescovi. La indossano quindi i vescovi diocesani, gli ausiliari, i coadiutori e gli altri presuli che hanno ricevuto l’ordinazione episcopale, secondo le norme previste dalla liturgia.
Essa può essere indossata anche dagli abati. In questo caso la mitria esprime la particolare responsabilità di governo esercitata dall’abate all’interno della comunità monastica, senza però attribuirgli il carattere sacramentale proprio dell’ordinazione episcopale. Copricapi denominati mitrie sono presenti anche nella Comunione anglicana e nelle Chiese cristiane orientali. La loro forma può tuttavia differire sensibilmente dal modello latino. Nella tradizione bizantina, per esempio, la mitria presenta spesso una struttura arrotondata, simile a una corona o a una cupola, ed è talvolta sormontata da una croce. La mitria rimane così uno dei segni più visibili della liturgia episcopale. La sua storia attraversa il Medioevo, le trasformazioni del cerimoniale e la riforma liturgica contemporanea. La forma può attirare immediatamente lo sguardo, ma il suo significato rimanda al compito affidato al vescovo: custodire la fede, annunciare la Parola e guidare la comunità cristiana.



