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Müller contro la Fraternità San Pio X: «Appellarsi alla Tradizione contro Roma è una contraddizione»
Città Del Vaticano07 luglio 2026

Müller contro la Fraternità San Pio X: «Appellarsi alla Tradizione contro Roma è una contraddizione»

In un testo affidato a Kath.net, l’ex prefetto della Dottrina della Fede denuncia le consacrazioni episcopali illecite, parla di scisma e richiama il primato universale del Papa.

Città del Vaticano – Il cardinale Gerhard Ludwig Müller interviene con parole durissime sulla nuova frattura aperta dalla Fraternità San Pio X. In un testo affidato a Kath.net, l’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede denuncia la consacrazione illecita di quattro vescovi, parla apertamente di scisma e richiama il primato universale di giurisdizione del Romano Pontefice. Al centro della sua riflessione vi è un punto decisivo: non esiste autentica fedeltà alla Tradizione contro la Chiesa di Roma.

«Nonostante un espresso divieto, il superiore di una comunità sacerdotale che prende il nome dall’antico Papa Pio X, ma sfida pubblicamente l’attuale Papa Leone XIV, ha fatto consacrare quattro vescovi. I due vescovi consacranti hanno obbedito al sacerdote italiano Davide Pagliarani anziché al Successore di Pietro. Questa è la contraddizione più evidente rispetto alla Chiesa cattolica, che li ha condotti allo scisma e rivela un’eresia latente.

Storicamente, ciò è paragonabile alla “consacrazione” di Nikolaus von Amsdorf a “vescovo” il 20 gennaio 1542 a Naumburg, alla quale Martin Lutero partecipò dimostrativamente. Naturalmente, essa fu invalida e illecita, poiché mancava la successione apostolica. La consacrazione avvenuta a Écône il 1° luglio era invece valida secondo la dottrina sacramentale cattolica, ma illecita. Tuttavia, essa è stata spaventosamente simile al rifiuto protestante del ministero petrino del Papa di Roma.

Infatti, i vescovi consacranti e i vescovi consacrati non hanno incorso la scomunica soltanto mediante l’atto della consacrazione episcopale illecita, ma anche attraverso la loro ostinata negazione del primato universale di giurisdizione del Papa. Per la durata del suo pontificato, esso appartiene unicamente a Leone XIV e nessun altro può né deve metterlo in discussione o sottoporlo a condizioni.

Nel canone del capitolo III della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Pastor aeternus, il Concilio Vaticano I definisce dogmaticamente la fede cattolica nei seguenti termini, che dovrebbero risuonare nelle orecchie dei membri della Fraternità San Pio X:

«Se dunque qualcuno afferma che il Romano Pontefice ha soltanto l’ufficio di ispezione o di direzione, ma non la piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo nelle cose che riguardano la fede e i costumi, ma anche in quelle che riguardano la disciplina e il governo della Chiesa diffusa in tutto il mondo; oppure che egli possiede soltanto la parte principale, e non tutta la pienezza di questa suprema potestà; oppure che questa sua potestà non è ordinaria e immediata tanto su tutte e singole le Chiese quanto su tutti e singoli i pastori e i fedeli, sia anatema» (DH 3064).

Egli è dunque separato dalla comunione salvifica della Chiesa e la sua salvezza eterna è in pericolo, qualora non si converta durante la sua vita.

La gravità di questa questione relativa alla salvezza, che mostra come una consacrazione scismatica non sia una ribellione puberale, dovuta all’immaturità, contro l’autorità paterna del Papa, smaschera come prodotto di assurdità teologica, anzi di follia, la singolare giustificazione degli atti scismatici mediante un presunto stato di necessità che obbligherebbe alla disobbedienza aperta al Papa.

Se fosse vera l’affermazione secondo cui esisterebbe qui uno stato di necessità tale da consentire a un sacerdote di ordinare a dei vescovi di consacrare altri sacerdoti vescovi, ciò significherebbe che la promessa dell’indefettibilità e dell’infallibilità sarebbe passata dalla Chiesa cattolica e dal Papa alla Fraternità San Pio X e al suo Superiore generale Pagliarani.

Anche Lutero, nel suo scritto Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca del 1520, si appellò allo stato di necessità per convocare un concilio di laici senza vescovi, «quando il Papa è di scandalo alla cristianità» (Weimarer Ausgabe 6, 413).

La differenza rispetto alla Fraternità San Pio X consiste nel fatto che Lutero sottrasse la Scrittura all’ermeneutica cattolica di Scrittura, Tradizione e Magistero, facendone, nella sua interpretazione, l’unico criterio della fede; mentre i membri della Fraternità San Pio X vogliono fare della sola Tradizione, secondo il proprio gusto, il criterio di ciò che è cattolico.

Ma anche gli antipodi progressisti della Fraternità San Pio X sono più protestanti che cattolici, poiché trasformano il Sinodo dei vescovi in un’assemblea di tutti i fedeli in forza del sacramento del Battesimo e, così facendo, negano almeno nella prassi il magistero apostolico dei vescovi e del Papa.

Da dove traggano la certezza che nella loro piccola fazione sia custodita la fede cattolica e che Cristo, al posto di Papa Leone XIV, abbia ora provvisoriamente costituito Pagliarani quale supremo e infallibile maestro di tutta la cristianità, resterà per sempre un mistero insolubile; oppure un nodo gordiano che non può essere sciolto, ma soltanto reciso con la «spada dello Spirito», cioè con la «parola di Dio» (Ef 6,17).

Secondo Ireneo di Lione, la Rivelazione è stata affidata unicamente all’intera Chiesa apostolica e non agli gnostici, che con il loro sapere particolare si ritenevano superiori ai semplici cattolici e ai vescovi.

La fede apostolica rimane presente nella Sacra Scrittura e nella Tradizione apostolica, la cui autentica interpretazione è stata affidata da Cristo, nello Spirito Santo, soltanto ai vescovi in comunione con il Successore di san Pietro a Roma.

«Con ciò confondiamo tutti coloro che, in qualunque modo, per compiacimento di sé, per vana gloria, per cecità o per cattiva intenzione, fondano conventicole deviate. Infatti, con la Chiesa di Roma, fondata da Pietro e Paolo, a motivo della sua più eminente origine, deve necessariamente concordare ogni altra Chiesa [...]. In essa è stata sempre custodita la Tradizione che proviene dagli Apostoli» (Contro le eresie, III, 3, 2).

Il richiamo alla Tradizione contro la Chiesa di Roma è una contraddizione in termini. La Tradizione contiene e trasmette la Rivelazione nella liturgia e nella dottrina della Chiesa, soprattutto nell’Eucaristia. E anche se i membri della Fraternità San Pio X ripetessero mille volte le loro accuse contro il Concilio Vaticano II, tali accuse non diventerebbero vere per il solo fatto di essere ripetute.

Chiunque conosca e abbia studiato la dottrina della Chiesa, nel suo sviluppo concettuale e nella sua formulazione magisteriale, può vedere a occhio nudo che il Concilio Vaticano II non si è discostato di un millimetro dalla fede cattolica.

La verità è che il Concilio ha elaborato in modo più vigoroso e più chiaro la verità cattolica, tanto contro l’accusa della sua incompatibilità con una modernità che si fraintende come «umanesimo senza Dio», quanto contro la tentazione di sottomettersi allo spirito agnostico del tempo. Ogni dottrina ecclesiale deve essere interpretata secondo il rapporto intrinseco tra natura e grazia, ragione e fede.

Gli abusi nella liturgia e l’oscuramento delle verità rivelate non devono essere imputati alla Chiesa, ma a singoli ecclesiastici e teologi che si sono resi colpevoli di tali delitti contro la Rivelazione e contro la Chiesa.

Anche chi è spiritualmente più legato alla liturgia latina nella forma del Messale del 1962 non può negare la validità dei sacramenti nella più recente forma rituale, né il diritto del Papa di ordinare il rito; e viceversa.

Il Papa, naturalmente, non esercita tale diritto in modo arbitrario, ma si attiene all’ordine intrinseco del culto divino e della mediazione sacramentale della salvezza istituiti da Cristo.

In nessun caso e a nessuna condizione è lecito, nella Chiesa cattolica, proclamare sé stessi maestri della fede e giudici supremi, richiamandosi al fatto che anche altri lo farebbero illegittimamente.

L’unità della Chiesa, che nel Credo professiamo come dono di Dio, non deriva dalla vittoria per knockout nella lotta tra modernisti e tradizionalisti, come se la Chiesa fosse divisa in partiti, né da un compromesso al ribasso.

Dobbiamo invece riconoscere che l’unità della Chiesa nella dottrina e nella liturgia è fondata nell’unità del Padre con il Figlio nello Spirito Santo e ci viene donata. Secondo l’orientamento di tutti i fedeli alla Scrittura e alla Tradizione e sotto la guida del magistero dei vescovi in comunione con il Successore di Pietro, «dobbiamo giungere all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio» (Ef 4,13).

Preghiamo»

Gerhard Cardinal Müller

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