Città del Vaticano - «Alla Chiesa di Roma un saluto speciale! Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta ad accogliere, come questa piazza, con le braccia aperte tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, della nostra presenza, del dialogo e dell’amore». Dal loggiato di San Pietro, la sera dell’elezione, Leone XIV ha segnato subito una linea: la sua non sarebbe stata una relazione di circostanza con la diocesi di Roma, ma un legame episcopale reale, fatto di scelte, tempi e priorità. Nei giorni successivi, quella dichiarazione ha trovato immediata traduzione in atti. Il 12 maggio, a pochi giorni dall’elezione, il Papa ha voluto incontrare il suo Vicario per la diocesi di Roma, il cardinale Baldassare Reina. Poi ha voluto ordinare “i suoi” preti, i presbiteri della diocesi di Roma: un gesto dal peso ecclesiale e simbolico molto chiaro, perché ha riportato le ordinazioni presbiterali in San Pietro e sotto la presidenza diretta del Papa dopo anni che questo non accadeva più.

A giugno 2025 ha voluto incontrare i preti della diocesi di Roma. Ha scelto di celebrare la Dedicazione della Basilica Lateranense con la sua Chiesa particolare e di presiedere il pontificale in San Giovanni in Laterano. Poi ha messo mano al motu proprio con il quale Papa Francesco aboliva il settore centro della diocesi: lo ha sostanzialmente azzerato, stabilendo che tutto tornasse come prima. Una sequenza coerente, senza ambiguità: Leone XIV ha deciso di esercitare l’ufficio di vescovo di Roma con atti concreti, non con slogan. Quella paternità e quella vicinanza il Papa intende viverle con consapevolezza, tanto da aver detto al cardinale Vicario Baldassare Reina che avrebbe voluto compiere personalmente la visita pastorale che Reina aveva già iniziato durante il pontificato di Papa Francesco. Una scelta che ha messo in luce l’assurdità del cortocircuito instauratosi: il vicario generale impegnato nella visita pastorale al posto del vescovo.

Perché durante il pontificato di Francesco il rapporto fra la Chiesa di Roma e il suo vescovo era diventato, semplicemente, insopportabile. In qualunque altra diocesi, una dinamica del genere avrebbe prodotto un diluvio di lettere a Roma, richieste di intervento, domande di rimozione del vescovo. Qui, per evidenti ragioni, era impraticabile: il vescovo di Roma coincideva con il Papa. Eppure, tutto era iniziato con un discorso alla loggia che la stampa aveva rilanciato in modo stucchevole e palesemente artificioso: «La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi». Parole vuote, seguite negli anni da riforme e da accuse al clero romano prive di senso, senza alcuna reale utilità pastorale.

Il disprezzo di Francesco per la sua Chiesa diocesana era arrivato a un livello tale da spingerlo a prendere un vicario generale ad Agrigento: un rettore di seminario che i preti siciliani hanno sempre criticato e descritto come incompetente, colmo di ambizioni e interessi, dunque un carrierista. Alla guida del seminario romano, poi, la scelta è caduta su un profilo speculare: carrierista e incompetente, con la sola differenza geografica, dall’altra parte dello stivale, da Milano. Un rettore che ha sempre sostenuto che i preti non devono studiare, ma stare “in mezzo alla strada”. I risultati di preti fatti ordinare da Di Tolve senza alcuna competenza teologica si sono visti in questi anni ma il prezzo lo pagano i vescovi diocesani e i preti stessi, non certo chi è a fare danni in altre diocesi. Di Tolve era entrato nelle grazie di Papa Francesco per via della cugina del Papa: lo raccontò lo stesso Pontefice in un’udienza concessa alla parrocchia di Rho, nella quale Di Tolve portò i suoi parrocchiani dal Papa senza dire nulla al suo arcivescovo. E secondo una prassi che con Papa Francesco è diventata ricorrente, non basta l’incarico che promuove: arriva anche il “pacchetto completo”. Così lo ha anche fatto ordinare vescovo. La diocesi di Roma, per la prima volta, si è ritrovata con un rettore del seminario elevato all’episcopato che, in questi anni, di fatto valuta i seminaristi e conferisce i ministeri in autonomia.

La diocesi di Roma: anni di travaglio

Nel dicembre 2022 Silere non possum portò alla luce la vicenda scandalosa di Marko Ivan Rupnik, denunciando il fatto che esistevano accuse circostanziate, ma non si voleva istruire un processo perché Papa Francesco aveva posto un veto. Mentre se un presbitero qualunque fosse stato accusato delle medesime cose sarebbe stato ridotto allo stato laicale senza neppure l’avvio del processo, Rupnik neppure veniva scalfito da quelle accuse. L’inchiesta rivelò anche un altro dato determinante: Rupnik era già incorso in una scomunica per aver assolto la complice nel peccato contro il sesto comandamento, e quella sanzione gli fu revocata dal Papa in persona. Quanto emerse provocò scompiglio nel Consiglio Episcopale di Roma, allora presieduto dal cardinale Angelo De Donatis. Al suo interno sedeva Daniele Libanori, tra i più duri accusatori di Rupnik; ma il Vicario di Sua Santità era un “figlio” di Rupnik. Il risultato fu inevitabile: nel Consiglio Episcopale la tensione degenerò, e volarono gli stracci.

Non solo. Silere non possum continuò a scoperchiare dinamiche interne al Vicariato di Roma, pubblicando documenti esclusivi che mettevano in luce una gestione poco trasparente attribuita a Renato Tarantelli e al Vicario Baldassare Reina. Questa seconda inchiesta portò Papa Francesco a far saltare, uno dopo l’altro, tutti quei vescovi ausiliari che non erano ritenuti “vicini a Renato Tarantelli”. Fu lo stesso vicegerente, infatti, ad andare a Santa Marta dicendo che era vittima di un complotto e fece cadere la testa di tutti i componenti del Consiglio Episcopale, tranne la sua ovviamente.

Eliminati i vescovi ausiliari, il Papa sostenne che la diocesi di Roma fosse l’unica a disporre di un numero così elevato di vescovi; annunciò quindi che avrebbe puntato su semplici presbiteri, nominandoli vicari episcopali. Così avvenne: i settori vennero affidati a sacerdoti della diocesi. Oggi, peraltro, restano solo donConcetto Occhipinti per il settore Est, don Stefano Sparapani per il settore Nord e don Alessandro Zenobbi per il coordinamento delle attività pastorali del settore Ovest. Per il settore Sud, invece, è stato nominatoTarantelli, mentre come vescovo ausiliare per il settore Ovest venne scelto lo stesso cardinale vicario Reina.

La diocesi torna a respirare

Leone XIV ha scelto di ricondurre alla normalità anche questo snodo, decisivo per un governo serio ed efficace della diocesi di Roma. Il Papa ha nominato quattro presbiteri provenienti dalla diocesi come nuovi vescovi ausiliari, archiviando la stagione di un Consiglio episcopale ridotto a tre persone: due nemmeno provenienti da Roma e una terza figura ordinata presbitero da pochi anni e, da ancora meno, vescovo, che molti preti vorrebbero vedere congedata verso qualche diocesi remota, lontano dalla Capitale.

La scelta di Leone XIV cade su quattro nomi apprezzati dal clero e, soprattutto, radicati nella vita reale della Chiesa romana, con una storia concreta e una conoscenza interna della macchina diocesana. Ha promosso all’episcopato Stefano Sparapani, già vicario per il settore Nord, e ha poi individuato Andrea Carlevale, Alessandro Zenobbi, già Vicario episcopale per il coordinamento delle attività pastorali del settore ovest, e Marco Valenti.

Don Concetto Occhipinti è stato tra i pochissimi rettori del Seminario Romano Maggiore che, concluso l’incarico, non sono stati automaticamente elevati all’episcopato. E anche oggi quella ipotesi è tramontata.

Chi sono i nuovi ausiliari della Diocesi di Roma

Don Andrea Carlevale, del clero della diocesi di Roma. Nato a Roma nel 1971 è stato ordinato presbitero il 3 maggio 1998 in San Pietro in Vaticano. È parroco di S. Giovanni Battista de Rossi dal 1° settembre 2025. 

Don Stefano Sparapani, del clero della diocesi di Roma. Nato a Roma nel 1956 è stato ordinato presbitero il 4 ottobre 1991. Attualmente è vicario Episcopale per il Settore Nord dal 1° gennaio 2025, padre spirituale dell’Almo Collegio Capranica dal 1° gennaio 2015, Parroco di S. Basilio dal 1° settembre 2010, Prefetto della XI Prefettura dal 6 novembre 2024. 

Don Marco Valenti, del clero della diocesi di Roma. Nato a Cantalupo Sabino (RI) nel 1961 e ordinato presbitero il 26 aprile 1986 in San Giovanni in Laterano. È Consigliere dell’Istituto interdiocesano per il sostentamento del clero delle diocesi di Roma ed Ostia dal 1° gennaio 2026, Parroco di Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo dal 1° settembre 2024, Membro del consiglio di amministrazione della Fondazione di culto e di religione Caritas Roma dal 5 ottobre 2022, Membro del Collegio dei Consultori dal 12 novembre 2024, Membro nominato dal Cardinale Vicario del Consiglio Presbiterale dal 6 novembre 2024. 

Don Alessandro Zenobbi, del clero della diocesi di Roma. Nato a Roma (RM) nel 1969 e ordinato presbitero il 28 aprile 1996 in San Pietro in Vaticano. È stato nominato da Papa Francesco Vicario episcopale per il coordinamento delle attività pastorali del settore ovest della Diocesi di Roma il 1° novembre 2024. È parroco di S. Lucia dal 1° settembre 2017, Prefetto della XXXII Prefettura dal 6 novembre 2024 e membro di diritto del Consiglio Presbiterale dal 6 novembre 2024.

Al Rev.do Stefano Sparapani Papa Leone XIV ha assegnato la Sede titolare di Bisenzio; al Rev.do Alessandro Zenobbi ha assegnato la Sede titolare di Biccari; al Rev.do Andrea Carlevale ha assegnato la Sede titolare di Atella; e al Rev.do Marco Valenti ha assegnato la Sede titolare di Arpi.

Ora al Santo Padre non resta che confermare le diverse richieste già giunte in due diversi Dicasteri in merito a Michele Di Tolve e Renato Tarantelli e far si che vadano a offrire il loro "preziosissimo ministero" in diocesi lontane dall'Urbe. 


d.L.P.
Silere non possum