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«Non sono un lestofante»: davanti al GIP Adinolfi non arretra di un millimetro. Nessuna scusa, toni da comizio
Attualità13 luglio 2026

«Non sono un lestofante»: davanti al GIP Adinolfi non arretra di un millimetro. Nessuna scusa, toni da comizio

Agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, l’ex parlamentare respinge ogni accusa ma non chiarisce i flussi di denaro contestati dalla Procura. L’interrogatorio di garanzia diventa una tribuna politica, tra battute, attacchi alle presunte vittime e rivendicazioni di innocenza.

Roma – Piazzale Clodio, aula del giudice per le indagini preliminari Arcieri. Mario Adinolfi, ex parlamentare, giornalista italiano e fondatore del Popolo della Famiglia, si presenta all’interrogatorio di garanzia da indagato, agli arresti domiciliari e sottoposto al braccialetto elettronico.

Davanti al giudice Arcieri, Adinolfi non concede nulla: nessuna ammissione, nessun ripensamento, nessuna parola di scuse nei confronti delle decine di persone che lo accusano di averle truffate. Nel corso dell’interrogatorio non mostra esitazioni, non compie alcun passo indietro e non manifesta alcuna forma di autocritica. Al contrario, passa al contrattacco, con un tono che, in alcuni momenti, ricorda più un comizio elettorale che la deposizione di un indagato davanti al giudice.

Le accuse

La Procura di Roma, sulla base dell'indagine condotta dalla Guardia di Finanza, contesta ad Adinolfi quattro reati: truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell'attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Al centro dell'inchiesta c'è il progetto denominato «Scommessa collettiva», un sistema di raccolta di denaro tra privati promosso attraverso i social network, nel quale ai partecipanti venivano prospettati rendimenti derivanti da scommesse sportive e attività di gioco. Il danno complessivo stimato dagli inquirenti si aggira intorno ai 4,7 milioni di euro. La misura cautelare degli arresti domiciliari era stata disposta la settimana scorsa dal gip Giulia Arcieri.

«Sono un giocatore, non un truffatore di vecchiette»

Davanti al gip e al pubblico ministero, Adinolfi ha risposto alle domande respingendo integralmente ogni addebito. La frase che riassume la sua linea difensiva è quella con cui ha esordito: «Sono un giocatore, non un truffatore di vecchiette né un lestofante». Ha confermato dunque la propria identità di pokerista, rivendicandola come attività nota a tutti, ma ha escluso qualsiasi condotta fraudolenta: «Facevo una attività lecita».

Quanto al funzionamento del sistema, Adinolfi ha spiegato che il gruppo di scommettitori era composto da circa novanta persone, tutte aderenti in modo volontario. «Io raccoglievo il denaro», ha dichiarato, precisando che i soldi gli venivano inviati per libera scelta dei partecipanti. In queste parole emerge con chiarezza un atteggiamento che ha sempre inquietato della figura di Adinolfi. Spetterà a un giudice stabilire se i fatti contestati integrino un reato; sul piano morale, tuttavia, quella rappresentazione appare difficilmente conciliabile con i principi cristiani. Adinolfi ha infatti insistito sul fatto che tra gli aderenti figurassero «anche persone importanti e note»: professori universitari, liberi professionisti, notai e perfino esponenti della nobiltà. Un richiamo alla caratura sociale dei partecipanti che sembra voler trasformare il prestigio personale in una garanzia implicita di correttezza e liceità dell’operazione.

«Chi perde denuncia e chi vince non denuncia»

Adinolfi ha poi sostenuto di aver restituito, nella maggior parte dei casi, somme superiori a quelle ricevute. Ha citato un episodio specifico: a una signora che gli aveva versato 30 mila euro ne avrebbe restituiti 50 mila. Anche ad alcuni professionisti avrebbe riconsegnato decine di migliaia di euro in più rispetto al capitale iniziale. Da questa premessa ha tratto la conclusione che ha ripetuto come uno slogan: «Chi perde denuncia e chi vince non denuncia». Il gioco, ha aggiunto, è per sua natura aleatorio, e chi partecipava lo sapeva perfettamente: «Non come il Superenalotto».

Nessun riferimento, invece, alle presunte vittime che nei giorni scorsi hanno raccontato alla stampa di aver perso i risparmi di una vita. Nessuna parola di rammarico per gli anziani, i fragili e i sostenitori cattolici che, secondo le testimonianze raccolte anche da Le Iene, si erano fidati di lui proprio in virtù della sua immagine pubblica di paladino della famiglia e dei valori cristiani.

L'affondo sull'evasione fiscale: «Allora lo sono tutti quelli che giocano online»

 Sul fronte fiscale, Adinolfi ha adottato una linea difensiva che difficilmente rassicurerebbe un avvocato e che rischia di irritare qualunque giudice chiamato a valutare i fatti. La contestazione, formulata ai sensi dell'articolo 5 del decreto legislativo 74 del 2000, riguarda l'anno d'imposta 2017: sui conti correnti di cui l'ex parlamentare risultava unico titolare sono transitati accrediti per 952.694 euro, a fronte di dati reddituali e dichiarativi pari a zero, perché per quell'anno nessuna dichiarazione dei redditi è mai stata presentata. Ne deriva, secondo l'ordinanza che ha ordinato la misura cautelare, un'imposta evasa di 402.828 euro, somma per la quale è stato disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente. Il quadro tracciato dal gip è più ampio della singola annualità: negli anni successivi Adinolfi ha dichiarato redditi minimi, 11.225 euro nel 2020, 12.716 nel 2021, 6.586 nel 2024, mentre all'apertura di un conto bancario nel giugno 2024 attestava all'istituto un reddito annuo netto superiore ai 40 mila euro. E soprattutto, invitato per tre volte dall'Agenzia delle Entrate, tra il maggio 2024 e il novembre 2025, a fornire dati e documentazione sulla propria posizione, ha ritenuto di non presentarsi e di non dare alcun chiarimento, sicché, annota il giudice, non sono emerse interpretazioni alternative favorevoli all'indagato. Davanti al gip, l'occasione per offrirle finalmente c'era. Adinolfi non l'ha colta: nessuna spiegazione sul quasi milione di euro transitato nel 2017, nessuna ricostruzione contabile, nessun riferimento agli inviti dell'Agenzia caduti nel vuoto. Ha liquidato l'addebito con un argomento tanto semplice quanto imbarazzante: «Se io sono un evasore, allora lo sono tutti quelli che giocano online». Una generalizzazione che non risponde nel merito e tenta di diluire la responsabilità individuale in un comportamento collettivo del tutto indimostrato, riproponendo la tesi che le somme fossero vincite da gioco, tassate alla fonte dal concessionario. È la stessa rassicurazione che, secondo l'ordinanza, forniva ai suoi "clienti" nelle mail, quando garantiva loro l'assenza di oneri fiscali. Con la differenza che per la Procura quei flussi non sono vincite ma i proventi di una raccolta abusiva di risparmio, redditi imponibili a tutti gli effetti: dai conti risulta che all'attività di gioco in senso stretto è stata destinata solo una frazione minima del denaro raccolto. A completare la difesa, la rivendicazione di uno stile di vita sobrio: «Ho sempre fatto una vita morigerata, altro che Courmayeur, non so neanche sciare». Anche nei comunicati affidati agli avvocati aveva detto: «Vivo da monaco». Sembra proprio che Adinolfi, oltre ad avere problemi nell’esercizio della carità cristiana non abbia neanche molto chiaro come sia la vita monastica. Nella tabella delle spese personali ricostruita dagli inquirenti, intando, figurano due bonifici da 7 mila euro ciascuno con causali «acconto courma neve» e «grand hotel courma».

La difesa chiede la revoca dei domiciliari

Al termine dell'interrogatorio, i difensori Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo hanno depositato l'istanza di revoca della misura cautelare, definendo gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico «una misura eccessiva per un reato finanziario». Secondo i legali, il loro assistito «ha risposto correttamente e serenamente» a tutti i capi di imputazione, e l'attività organizzata sarebbe stata lecita, frutto di una richiesta di gioco collettivo. A sostegno della tesi difensiva, gli avvocati hanno evidenziato che a fronte di uscite contestate per un milione e mezzo di euro risulterebbero restituzioni per un milione e trecentomila euro, una simmetria che a loro giudizio il pubblico ministero avrebbe valorizzato solo in negativo. Hanno inoltre ricordato che in trent'anni Adinolfi non avrebbe mai ricevuto segnalazioni per operazioni sospette da banche o Agenzia delle Entrate, e che la sua attività di giocatore era pubblica e nota, fino al quarto posto in un campionato mondiale di poker. Il GIP si è riservato di decidere sulla richiesta nei prossimi giorni.

Un interrogatorio trasformato in tribuna

Resta l'immagine complessiva di una deposizione anomala. Adinolfi non ha usato l'interrogatorio di garanzia per chiarire posizioni contabili o ricostruire flussi di denaro nel dettaglio, ma per riaffermare pubblicamente la propria innocenza con formule a effetto, battute pronte per i titoli dei giornali e attacchi impliciti a chi lo accusa. Chi perde denuncia, chi vince tace: nel ragionamento dell'ex parlamentare, le denunce non sarebbero la prova di una truffa ma il semplice risentimento di giocatori sfortunati. Un registro retorico, quello del leader che parla alla sua gente sopra la testa dei magistrati, che i cronisti presenti a piazzale Clodio hanno riconosciuto immediatamente. La parola scuse, in tutto questo, non è mai stata pronunciata.

G.V.
Silere non possum

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