Parigi - Il Servizio federale di sicurezza russo (Fsb) ha reso noto mercoledì di aver incriminato Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram, per complicità in attività terroristiche, e di aver contestualmente emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale. La notizia, diffusa dall'agenzia Interfax e ripresa da Ria Novosti, riporta al centro della cronaca giudiziaria un imprenditore che da quasi due anni è perseguitato da procure e servizi segreti.
Secondo la ricostruzione dell'Fsb, l'amministrazione di Telegram non avrebbe rimosso dalla piattaforma canali, chat e bot impiegati dai servizi segreti ucraini e da organizzazioni definite estremiste per organizzare sabotaggi, attentati e frodi informatiche sul territorio della Federazione. Gli inquirenti russi citano in particolare un servizio di appuntamenti online, ribattezzato Dayvinchik o Leo, attraverso cui agenti ucraini, fingendosi ragazze, avrebbero adescato giovani russi spingendoli verso azioni di sabotaggio. Dal luglio dello scorso anno, sostiene l'Fsb, l'inchiesta collegata a questo canale ha portato all'arresto di quarantasei cittadini russi fra i dodici e i ventidue anni, in sedici regioni del Paese.
Già nel febbraio di quest'anno Mosca aveva aperto un procedimento penale contro Durov per il medesimo presunto favoreggiamento, in un clima di crescente insofferenza verso un'applicazione che le autorità russe bloccano, con alterne fortune, dal 2018. Il Cremlino promuove da tempo un proprio servizio di messaggistica statale, Max, e più volte ha tentato di costringere Durov a consegnare i dati degli utenti o a introdurre meccanismi di sorveglianza che l'imprenditore ha sempre respinto, rivendicando l'inviolabilità delle comunicazioni cifrate come tratto distintivo della piattaforma. La pretesa ha una genealogia che risale ben oltre l'era digitale: già Jeremy Bentham, alla fine del Settecento, immaginò nel Panopticon un carcere circolare in cui un solo sorvegliante, invisibile ai detenuti, poteva osservarli tutti simultaneamente. Michel Foucault ne fece, due secoli dopo, la metafora di un potere disciplinare più sottile della reclusione fisica: la semplice possibilità di essere osservati in ogni istante basta a indurre i soggetti a disciplinarsi da soli. È a questo orizzonte, più che alla cattura del singolo colpevole, che sembra tendere l'insistenza con cui il Cremlino chiede a Durov collaborazione e accesso ai dati.
A rendere la vicenda più interessante di un ennesimo scontro fra il Cremlino e un oppositore in fuga è la circostanza che, negli stessi mesi, Durov resta imputato in Francia per ragioni pressoché rovesciate. Fermato all'aeroporto di Le Bourget nell'agosto 2024 al rientro da un viaggio in Azerbaigian, l'imprenditore franco-russo, a cui si sono nel frattempo aggiunte la cittadinanza emiratina e quella di Saint Kitts e Nevis, è stato posto sotto controllo giudiziario con dodici capi d'imputazione: fra questi la complicità nella diffusione di materiale pedopornografico, il favoreggiamento del narcotraffico, la frode, il riciclaggio, oltre alla mancata cooperazione con le forze dell'ordine. Il nucleo della contestazione parigina riguarda l'insufficiente moderazione dei contenuti caricati dagli utenti e la scarsa collaborazione della piattaforma con la magistratura nelle indagini penali: il rovescio quasi esatto di quanto le rimprovera Mosca.
Agli occhi della giustizia francese, come di gran parte delle autorità europee impegnate nella regolamentazione delle piattaforme digitali, Durov ha lasciato Telegram troppo libera, trasformandola in terreno fertile per reati gravissimi contro i minori, il traffico di sostanze, le frodi. Agli occhi dell'intelligence russa, al contrario, la sua colpa consiste nell'aver difeso quella libertà con eccessiva coerenza, sottraendo ai servizi di sicurezza di Mosca gli strumenti di controllo che altre piattaforme, comprese alcune statunitensi operanti sul territorio russo, hanno progressivamente concesso. Le due imputazioni, giuridicamente estranee l'una all'altra, affondano nella medesima caratteristica strutturale del prodotto: un'architettura che privilegia la cifratura delle comunicazioni e resiste a qualunque richiesta di rimozione centralizzata dei contenuti, chiunque la formuli.
È proprio questa caratteristica ad aver reso Telegram uno strumento prezioso per dissidenti, giornalisti e organizzazioni civili nei regimi autoritari. Come ogni mezzo di comunicazione, può naturalmente essere impiegato anche per finalità criminali, la cui responsabilità ricade tuttavia su chi le commette. Gli Stati, però, preferiscono spesso capovolgere questa distinzione elementare: incapaci di individuare e perseguire efficacemente i criminali, cercano un bersaglio più accessibile su cui scaricare il proprio fallimento investigativo, la piattaforma, i suoi gestori, chiunque possa essere sottoposto a pressione politica o giudiziaria. Non è un'inversione nuova. Già Trasimaco, nel primo libro della Repubblica platonica, sosteneva che il giusto non fosse altro che il vantaggio del più forte, il criterio che chi detiene il potere stabilisce per i propri fini. Thomas Hobbes, nel Leviatano, condensò l'idea in una massima che ogni giurista si è sentito ripetere almeno una volta nella vita: è l'autorità, non la verità, a fare la legge. Applicata al caso Durov, la massima spiega perché due sovranità possano dichiarare colpevole la medesima condotta per ragioni diametralmente opposte, ciascuna in nome non di un principio condiviso ma della propria idea particolare di ordine da difendere.
Il caso non è isolato nel panorama europeo. A Parigi la stessa procura specializzata in criminalità informatica indaga dal gennaio 2025 su X, il social network di Elon Musk, con alcuni capi d'accusa sovrapponibili a quelli mossi contro Durov: anche in quel caso al centro della contestazione vi sono le modifiche agli algoritmi e l'opacità nella gestione dei contenuti dopo il cambio di proprietà. La coincidenza segnala una tendenza più ampia della magistratura francese ed europea a considerare i vertici delle grandi piattaforme personalmente responsabili delle scelte di moderazione, un orientamento che il fronte opposto, quello delle autocrazie interessate a un controllo capillare della rete, legge come prova della debolezza occidentale di fronte al crimine digitale.
S.B.
Silere non possum



