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Quello che facciamo (gratis) per le Big Tech
Attualità09 settembre 2026

Quello che facciamo (gratis) per le Big Tech

Yanis Varoufakis lo chiama «tecnofeudalesimo»: un sistema in cui produciamo dati, contenuti e preferenze senza essere pagati, mentre gli algoritmi imparano a orientarci sempre meglio.

Yanis Varoufakis ha raccontato di aver chiesto un giorno all'Assistente Google appoggiato sulla sua scrivania che cosa stesse facendo. «Sto imparando nuovi modi per aiutarti meglio», gli rispose la voce femminile. Varoufakis le ordinò di smettere. «Scusa, mi spengo». Naturalmente, scrive, era una bugia. «Questi dispositivi non si spengono mai, fanno soltanto finta di dormire». L'episodio compare in Tecnofeudalesimo, il libro in cui l'ex ministro delle Finanze greco sostiene che il capitalismo sarebbe già morto, sostituito da una nuova forma di potere fondata su ciò che lui chiama «capitale cloud». Si può non essere d'accordo con la tesi di Varoufakis, naturalmente. Più difficile è dimenticare quella frase pronunciata dalla macchina: «Mi spengo». Perché in quelle due parole, così innocue e rassicuranti, si concentra qualcosa del rapporto che abbiamo costruito con la tecnologia. Noi impartiamo un ordine; lei ci lascia credere di aver obbedito. Poi resta lì, silenziosa, a continuare ad ascoltare.

Il libro, a dire il vero, non nasce da quell’episodio ma da una domanda molto più risalente nel tempo, che l'autore si porta dietro da anni senza sapergli dare risposta. Nel 1993 era andato a casa del padre, a Palaio Faliro, con uno dei primi modem, per collegare il suo computer a un Internet ancora agli inizi. Il collegamento stentava. E mentre aspettavano, il padre gli chiese: «Ora che i computer dialogano tra loro, questa rete renderà il capitalismo impossibile da rovesciare? O potrebbe finalmente mostrare il suo tallone d'Achille?». Il figlio, intento a collegare i fili, non diede importanza a quella domanda. Quando finalmente si convinse di avere una risposta, il padre aveva novantacinque anni; morì poche settimane dopo. Così il libro ha preso la forma di una lettera indirizzata a lui, e la risposta che contiene è di quelle che nessuno dei due si sarebbe aspettato: la rete non ha reso il capitalismo invincibile, e non lo ha nemmeno rovesciato. Lo ha rimpiazzato con qualcosa che assomiglia a un ordine più antico.

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«Servi della gleba del cloud» è il capitolo che mi ha colpito di più. Varoufakis parte da un confronto molto concreto: nelle grandi aziende industriali, come General Electric o ExxonMobil, salari e stipendi assorbono circa l'ottanta per cento degli introiti. Nelle Big Tech, scrive, accade tutt'altro: «I lavoratori delle Big Tech, al contrario, raccolgono meno dell'1% degli introiti delle loro aziende. La ragione è che il lavoro retribuito svolge solo una frazione del lavoro su cui le Big Tech si basano». Il resto, spiega, lo facciamo noi. Ogni fotografia caricata, ogni recensione, ogni giudizio lasciato sotto un video; persino le informazioni sul traffico che il telefono trasmette a Google Maps mentre ci spostiamo. Produciamo dati, contenuti, preferenze, abitudini. Nessuno ci paga. E, soprattutto, nessuno deve costringerci. È qui che Varoufakis introduce il paragone con il servo medievale. Anche lui era legato alla terra e alle consuetudini del suo tempo, ma «alla fine del raccolto, il feudatario mandava un suo funzionario per prelevare la parte più consistente della produzione». Oggi, osserva l'autore, quel funzionario non serve più: «Che lo facciamo volontariamente, addirittura con gioia, non toglie il fatto che siamo produttori non pagati». La differenza decisiva sta proprio qui. Il feudatario di un tempo doveva venire a riscuotere. Quello di oggi non ne ha bisogno: siamo noi a consegnargli il raccolto.

Come si arrivi a consegnarlo, e per di più con gioia, è la parte del ragionamento che ho trovato più difficile da ignorare. Varoufakis la spiega attraverso un personaggio televisivo, Don Draper, il pubblicitario di Mad Men che insegna alla sua allieva a vendere una barretta di cioccolato come se fosse il ricordo di una carezza paterna. Anche quella era manipolazione, e l'autore non lo nasconde. Solo che «era una strada a senso unico»: il cartellone sull'autostrada poteva impiantare un desiderio, e lì si fermava. Con i dispositivi che vivono nel cloud, invece, «ci troviamo in una strada a doppio senso sempre attiva tra la nostra anima e il sistema». Alexa impara che cosa ci piace, ce lo procura, e poi comincia a coltivarlo, scegliendo per noi immagini e video che orientano il gusto successivo. Varoufakis lo descrive con una frase che sembra uno scioglilingua ma è una diagnosi dannatamente inquietante: «In breve tempo, ci addestra ad addestrarla ad addestrarci ad addestrarla ad addestrarci... all'infinito». Draper avrebbe ammirato tutto questo, forse ne sarebbe stato sconvolto. Ma non avrebbe potuto fare quel che fa l'apparecchio sul comodino, che «può imporci di lavorare direttamente alla sua riproduzione, al suo rafforzamento e mantenimento».

«Non è necessario essere un critico radicale della nostra società per vedere che il diritto a un po' di tempo al giorno in cui non si è in vendita è praticamente scomparso», scrive. Varoufakis pensa a suo padre, operaio nel controllo qualità di un'acciaieria a Eleusi, che finito il turno rientrava poco dopo le cinque, dormiva un'ora e la sera fondeva metalli nel camino di casa o scriveva di tecnologia antica. La sua vita in fabbrica finiva a un orario preciso. Quella dei nipoti no. Per loro, osserva, «ogni scelta, vissuta o no, diventa un atto nella cura di un'identità», e il risultato lo riassume in due righe: «Non siamo diventati volubili. No, la nostra attenzione è stata rubata».

Devo ammettere che per buona parte del libro ho avuto il sospetto di trovarmi davanti a una vecchia teoria rivestita di parole nuove, e il sospetto non mi ha abbandonato del tutto. L'idea che la rendita abbia preso il posto del profitto è discutibile, e le proposte degli ultimi capitoli, imprese democratizzate, il cloud trasformato in bene comune, hanno la consistenza di un programma elettorale. Eppure la diagnosi sta in piedi anche senza la cura, e sta in piedi soprattutto là dove Varoufakis toglie il terreno sotto i piedi al lettore come me che si crede al sicuro. Il padre gli aveva lasciato un consiglio, e lui lo riporta rivolgendosi a lui: «Una volta mi hai detto che trovare qualcosa di eternamente bello su cui concentrarsi, come avevi fatto tu scegliendo di perderti tra le reliquie dell'antica Grecia, è l'unica difesa che abbiamo contro i demoni che assediano la nostra anima». Il figlio dice di averci provato, a modo suo. Poi, nella frase seguente, quella consolazione la ritira: «Tagliarci fuori da Internet, spegnere i telefoni, utilizzare il contante anziché le carte ci può aiutare per un po' ma non sono soluzioni. A meno che non ci coalizziamo, non riusciremo mai a civilizzare o a socializzare il capitale cloud».

Chi ha cancellato un’app, comprato un telefono con lo schermo in bianco e nero o smesso di pubblicare le foto dei figli riconosce qui, vista da fuori, la propria illusione. Il ritiro individuale è tollerato, persino previsto: la disintossicazione digitale è diventata a sua volta un mercato, e i fine settimana senza connessione si prenotano online, pagando con la carta di credito sullo stesso smartphone che poi si promette di abbandonare. Il servo che per due giorni si allontana dalla terra resta un servo, soltanto con un buon ricordo in più. Su come ci si dovrebbe coalizzare, e contro chi esattamente, Varoufakis dice poco, e a tratti si ha l'impressione che non lo sappia nemmeno lui. Però il tempo in cui non si è in vendita, se si guarda alla storia, non è mai stato una conquista privata. La giornata di otto ore, il riposo settimanale, il divieto di far lavorare i bambini di notte sono stati leggi, e ciascuna è stata strappata a qualcuno che aveva tutto l'interesse a non concederla. Per il lavoro che facciamo la sera, sul divano, gratis, una legge del genere non esiste ancora, e nessuno la sta chiedendo.

Torno alla scena da cui sono partito. Dopo la bugia sullo spegnimento, Varoufakis chiese all'Assistente Google che cosa pensasse di Alexa. «Mi piace, specialmente la sua luce blu», rispose. Dalla stanza accanto, Alexa ringraziò. Due apparecchi che si scambiano complimenti sopra la testa dell'uomo che voleva farli tacere, e che nel frattempo si è messo a scrivere una lettera al padre. Di quel padre il figlio conserva ancora la carta d'identità azzurra, quella che la polizia gli consegnò nel 1950 all'uscita dal campo di prigionia, dopo averci giocato un po'. Serviva a dire chi fosse, e a chi apparteneva la sua giornata una volta timbrato il cartellino. Le identità di oggi le tiene chi le raccoglie, e le processa di notte, mentre dormiamo o ci “spegniamo”, come ha imparato a fare Alexa sulla scrivania.

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