Torino - Giovedì 18 settembre, in un albergo della città, si terrà una tavola rotonda dal titolo «Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori». A promuoverla sono il sindacato di polizia Fsp, l’Associazione per la legalità e sicurezza sul lavoro e la Fmpi. Tra i relatori annunciati figurano l’europarlamentare Roberto Vannacci, che guida Futuro Nazionale, il condirettore di Libero Pietro Senaldi e Francesco Toselli, già vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte, per anni in Forza Italia e dalla fine di agosto referente regionale del partito di Vannacci, designato dal coordinatore piemontese Emanuele Pozzolo. Ad aprire i lavori erano attesi i saluti del questore Massimo Gambino. 
I sindacati di polizia organizzano convegni con grande frequenza e sono naturalmente liberi di invitare chi ritengono opportuno. In questo caso, però, a suscitare perplessità è stato un elemento diverso: l’invito era stato trasmesso a tutte le forze di polizia della città come attività di aggiornamento professionale, nell’ambito della formazione annualmente prevista per gli agenti, con conseguente esonero dal servizio per chi avesse partecipato.
Il questore aveva dunque attribuito all’iniziativa una cornice istituzionale ben diversa da quella di un normale convegno sindacale. Le direttive del Dipartimento della Pubblica Sicurezza consentono infatti al questore di riconoscere come «autoformazione» un’iniziativa esterna soltanto a una condizione precisa: che abbia carattere tecnico-scientifico e che gli interventi siano affidati a esperti riconosciuti della materia.
La vicenda è diventata pubblica ieri, quando il Silp Cgil Piemonte ha diffuso una nota chiedendo al questore di revocare l’autorizzazione. Il sindacato richiamava una serie di norme che, a suo giudizio, sarebbero state disattese: l’articolo 98 della Costituzione, che pone il personale delle forze di polizia al servizio esclusivo della Nazione e ne impone l’imparzialità; l’articolo 14 del Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, che estende questo dovere anche ai comportamenti tenuti fuori dal servizio quando può essere compromessa l’immagine dell’amministrazione; e il Codice di comportamento della Polizia di Stato, che prescrive l’estraneità a iniziative connotate sul piano politico-partitico.
Nicola Rossiello, segretario generale piemontese del Silp, ha sostenuto che la polizia «ha l’obbligo di terzietà e non può farsi tirare la giacchetta da una parte politica o dall’altra». Secondo Rossiello, autorizzando un’iniziativa di questo tipo il questore «si fa carico di una serie di responsabilità che vanno chiarite».

Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per sapere «come e perché un evento di questo genere sia stato classificato come aggiornamento professionale con tanto di esonero dal servizio». La deputata Chiara Gribaudo ha chiesto la sospensione del corso e ha preannunciato a sua volta un’interrogazione.
Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha replicato: «Trattasi di una iniziativa sindacale, per la quale non è prevista la partecipazione del Questore di Torino né il convegno costituirà aggiornamento professionale per gli appartenenti alla Polizia di Stato».
Il comunicato è scritto al presente, come se l’impostazione fosse stata questa fin dall’inizio. La locandina diffusa in precedenza dalla Questura, però, raccontava altro: il questore era previsto che intervenisse per i saluti istituzionali. Se qualcuno fosse già pronto a liquidare tutto come una semplice svista, la questione è un po’ più complicata. C’è infatti un precedente. Nel novembre 2025 lo stesso Fsp organizzò a Torino un convegno dal titolo «L’impatto del disagio sociale delle periferie torinesi sul sistema sicurezza», con diversi degli stessi relatori, tra cui Roberto Vannacci e Pietro Senaldi, e con i saluti istituzionali dell’allora questore Paolo Sirna.
In quell’occasione Vannacci indicò nell’immigrazione e nella crisi dei valori occidentali alcune delle cause dell’insicurezza, proponendo di riaprire i riformatori contro le cosiddette baby gang e di chiudere i porti. Rossiello ha osservato che, qualora anche quel convegno fosse stato riconosciuto come attività di autoformazione, si sarebbe di fronte a «un vero e proprio caso di recidiva».
Il precedente assume ulteriore rilievo mentre la Procura militare sta esaminando un esposto sulla presenza di appartenenti alle Forze armate tra le fila di Futuro Nazionale. 
Nulla di nuovo, in realtà
Mentre qualcuno è già pronto a chiudere la questione con un semplice «non parteciperò, va bene, ho capito», resta una domanda che non può essere elusa: come possono i cittadini italiani, e con loro quanti vivono o soggiornano nel Paese, continuare a riporre fiducia in una polizia che in Italia finisce sempre più spesso per trovarsi nelle fila del fascismo?
La scelta compiuta a Torino non è venuta dal basso. È venuta dall’alto, da un questore, cioè da chi ha ricevuto dallo Stato il mandato di garantire la sicurezza e di proteggere tutti i cittadini senza distinzione, e che ha invece scelto di apporre il sigillo dell’istituzione su quello che, per contenuti e protagonisti, aveva i tratti di un comizio del capo di Futuro Nazionale. Con la presenza di giornalisti come Senaldi, rendiamoci conto. Lo ha fatto per una ragione elementare, che è difficile fingere di non vedere: le idee di Roberto Vannacci sono le stesse nelle quali si riconosce una parte molto ampia dei poliziotti italiani e che quella stessa parte traduce poi nelle proprie scelte elettorali.
Non tutti, per fortuna. Nelle forze di polizia lavorano molti giovani, compresi diversi miei amici, che raccontano ciò che accade quotidianamente all’interno delle Forze dell’ordine, che con Vannacci non hanno nulla da spartire e che quel convegno lo avrebbero disertato anche avendo in tasca l’esonero dal servizio. Ma la maggioranza si colloca altrove, e un questore questo lo sa perfettamente.
Torino, del resto, non rappresenta un’eccezione. Sono numerosi i questori che, di fronte a reati gravissimi commessi ai danni delle fasce più deboli, non muovono un dito e arrivano persino a giustificare chi quei reati li commette. Gli stessi, poi, sono pronti a comparire in televisione quando un poliziotto uccide un immigrato durante un fermo. Anche in quei casi, naturalmente, la conclusione è sempre la stessa: il poliziotto ha sempre ragione.
Gli episodi sono molti, risalgono indietro nel tempo e riguardano tutte le Forze dell’ordine, non soltanto la Polizia di Stato. Basta ricordare ciò che accadeva durante la pandemia nella caserma dei carabinieri di Piacenza, dove spacciavano e pestavano le persone. Basta ricordare quanto avveniva nella caserma di Aulla, dove i carabinieri picchiavano migranti e stupravano donne immigrate all’interno della stessa caserma. Quando i giornalisti condussero un’inchiesta su quella realtà, quegli stessi carabinieri sostenevano che, per rimettere le cose a posto, sarebbe servito il ritorno del Duce.
Ed è qui che riemerge, ancora una volta, il nodo della formazione di queste persone. Esistono giovani che oggi entrano in polizia perché amano questo lavoro, e vi arrivano dopo un serio percorso di studi e con una formazione culturale personale che merita rispetto. Ma una parte molto consistente continua ad avvicinarsi a queste istituzioni con un’unica idea: «il posto fisso, il potere». Si tratta spesso di persone profondamente ignoranti, che votano Vannacci e sostengono quelle politiche perché non possiedono gli strumenti minimi per comprendere che cosa siano i diritti umani fondamentali e non hanno la capacità di elaborare un pensiero complesso.
È per questo che quell’invito è partito senza che nessuno, all’interno della Questura, vi ravvisasse un problema. Il problema lo hanno visto un sindacato e due parlamentari. Tutto qui. Il fatto che, nel momento in cui bisognava concedere il placet all’iniziativa e prevedere la presenza dello stesso questore, nessuno abbia sollevato una perplessità dice molto della mentalità diffusa tra coloro che lavorano in quella struttura e accanto a chi la dirige. E Torino, ancora una volta, non costituisce un caso isolato. Basta allargare lo sguardo ad altre città italiane e osservare le vicende che ogni giorno coinvolgono questori portatori delle stesse idee.
d.L.V.
Silere non possum



