Il 14 maggio 1971, ottant'anni esatti dopo la Rerum novarum di Leone XIII, san Paolo VI indirizzava al cardinale Maurice Roy, presidente della Pontificia Commissione Giustizia e Pace e del Consiglio dei Laici, una lettera apostolica destinata a diventare uno dei testi più densi e originali del magistero sociale del Novecento: l'Octogesima adveniens. Quest'anno ne ricorrono i cinquantacinque anni, e l'anniversario merita di essere ricordato: possibilmente leggendo davvero il documento.

L'Octogesima adveniens è un testo che sorprende per ampiezza di sguardo. Il pontefice bresciano affronta in cinquantadue paragrafi il volto nuovo della questione sociale: l'urbanesimo e le sue periferie, la crescita disordinata delle megalopoli, il sorgere di «nuovi proletariati» nei cuori abbandonati delle città e nelle cinture di miseria che le circondano. Parla dei lavoratori e del diritto sindacale, ma anche dei limiti dell'azione sindacale quando si tratta di pubblici servizi. Affronta il dramma dell'emigrazione, denunciando le condizioni precarie dei lavoratori migranti e invocando il superamento di ogni «atteggiamento strettamente nazionalistico». Dedica un paragrafo, pioneristico per l'epoca, allo «sfruttamento sconsiderato della natura» e al rischio che l'uomo distrugga il proprio ambiente. Tratta dei mezzi di comunicazione sociale come di un nuovo potere che richiede vigilanza morale. Parla dei giovani e della loro difficoltà a dialogare con le generazioni adulte, e in poche righe affronta anche la questione del posto della donna nella società.

La parte centrale del documento è dedicata alle ideologie. Montini compie qui un'operazione di rara finezza intellettuale: distingue tra le ideologie in quanto sistemi di pensiero e i movimenti storici concreti che ne sono nati, recuperando una distinzione già avanzata da san Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Mette in guardia dal marxismo, di cui analizza quattro distinti livelli di espressione (prassi di lotta di classe, esercizio collettivo del potere sotto il partito unico, ideologia materialista atea, metodo di analisi scientifica), avvertendo i cristiani attratti dal socialismo dal rischio di idealizzazioni ingenue. Critica con uguale fermezza l'ideologia liberale, che esalta la libertà individuale «sottraendola a ogni limite» e considera la solidarietà sociale come «conseguenza più o meno automatica delle iniziative individuali». Avverte dall'illusione delle utopie e dal nuovo positivismo tecnocratico. Riflette sull'ambiguità del progresso e sul rischio che le scienze umane riducano l'uomo a oggetto manipolabile. Nella parte finale Paolo VI invita i cristiani all'azione politica, riconosciuta come «una maniera esigente - ma non è la sola - di vivere l'impegno cristiano al servizio degli altri». Apre, soprattutto, a quello che resterà uno dei passaggi più citati: la «legittima varietà di opzioni possibili» per il cristiano impegnato in politica, perché «una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi». È un'apertura misurata, accompagnata però dalla raccomandazione di un «discernimento» che eviti di confondere le legittime differenze con cedimenti a ideologie incompatibili con il Vangelo.

Questo è, in estrema sintesi, l'Octogesima adveniens. Un documento ampio, articolato, dal baricentro chiaramente collocato nella critica alle ideologie del Novecento e nella ricerca di una via cristiana al rinnovamento sociale.

L'articolo di Vatican News

Proprio in occasione dell'anniversario, oggi, l’imbarazzante Andrea Tornielli ha firmato sul suo portale ad uso personale un editoriale intitolato "Octogesima adveniens", quelle parole sul riconoscimento delle donne. Il giornalista di Chioggia si arrischia in una rilettura ambiziosa quanto ideologica del documento, sovrapponendo a Paolo VI un'agenda che non gli appartiene. Si comprende molto bene da questo testo il modo in cui lavora: taglia, seleziona e ricontestualizza il pensiero di san Paolo VI, restituendo al lettore un Papa addomesticato alla sensibilità del 2026. Vale la pena ripercorrere i passaggi più critici con il testo originale alla mano, perché si tratta di un caso esemplare di come si possa strumentalizzare un documento magisteriale.

Il titolo e l'incipit: un'agenda imposta dall'esterno

Il titolo dell'editoriale ruota intorno alle «parole sul riconoscimento delle donne». Il sommario aggiunge, nell'ordine: «la fame nel mondo, le nuove povertà, il no alle ideologie, la difesa dell'ambiente, la libertà dei cattolici in politica». Chiunque abbia letto l'Octogesima adveniens - anche solo nella sintesi che abbiamo appena fatto - si accorge subito della sproporzione. Il tema "donne" occupa esattamente la metà del paragrafo 13: poche righe in un documento di cinquantadue paragrafi. L'ambiente, citato nel titolo come uno dei temi portanti, occupa il solo paragrafo 21, un cenno tutt'altro che centrale. Costruire titolo e impalcatura dell'articolo attorno a questi temi significa imporre al testo un'agenda che Montini non aveva. Questa operazione di framing non sarebbe un problema se fosse dichiarata («rileggiamo oggi alcuni passaggi alla luce delle sensibilità contemporanee»). Diventa un problema quando viene presentata come una sintesi fedele del documento in occasione del 55esimo anno dalla sua pubblicazione.

Il taglio decisivo: la "falsa uguaglianza" scomparsa

È qui che l'articolo di Tornielli compie l'operazione più discutibile. Scrive il “direttore editoriale dei Media Vaticani”: «Il Papa, che l'anno precedente aveva proclamato due donne dottori della Chiesa - santa Teresa d'Avila e santa Caterina da Siena - chiede che cessino le discriminazioni e che le legislazioni vadano "nel senso della protezione della vocazione propria della donna stessa e, insieme, del riconoscimento della sua indipendenza in quanto persona, dell'uguaglianza dei suoi diritti in ordine alla partecipazione alla vita culturale, economica, sociale e politica"». La citazione è esatta. Ma è amputata. Tornielli omette completamente la frase che la precede nel testo di Paolo VI, una frase che non è un inciso secondario ma il cuore stesso del ragionamento. Ecco il paragrafo 13 nella sua integrità:

«Parimenti, in molti paesi, è oggetto di ricerche e talvolta di vive rivendicazioni uno statuto della donna che faccia cessare una discriminazione effettiva e stabilisca dei rapporti di uguaglianza nei diritti e il rispetto della sua dignità. Non parliamo di quella falsa uguaglianza che negherebbe le distinzioni poste dal Creatore, e che sarebbe in contraddizione con la funzione specifica, così fondamentale, della donna tanto al centro del focolare come in seno alla società. Al contrario, l'evoluzione delle legislazioni deve andare nel senso della protezione della vocazione propria della donna stessa…»  Il testo di Paolo VI ha tre movimenti, non due. Primo: il riconoscimento della discriminazione effettiva e dell'esigenza di uguaglianza nei diritti. Secondo: il limite teologico-antropologico: non si parla di una «falsa uguaglianza» che negherebbe «le distinzioni poste dal Creatore» e contraddirebbe la «funzione specifica» della donna «tanto al centro del focolare come in seno alla società». Terzo: la direzione dell'evoluzione legislativa, che deve perseguire insieme la protezione della «vocazione propria» e il riconoscimento dell'indipendenza personale. Togliere il secondo movimento non è un'operazione neutra. Cambia il senso complessivo del passaggio. Papa Montini nel 1971 sta dicendo, in continuità con la tradizione magisteriale del suo tempo, che la differenza sessuale è un dato creaturale, che la donna ha una «funzione specifica» che include esplicitamente il «focolare», e che proprio per questo l'evoluzione legislativa va guidata in una direzione precisa: né conservazione delle discriminazioni, né egualitarismo astratto.

La citazione di Tornielli, monca, trasforma questo equilibrio complesso in una rivendicazione lineare di uguaglianza, vicina al lessico dei diritti civili contemporanei. Un'operazione utile per arruolare Paolo VI a sostegno di una precisa agenda sul ruolo della donna nella Chiesa, e di una nozione di uguaglianza a geometria variabile, riservata a chi si conforma alla sensibilità del commentatore - il quale, in altre occasioni, non ha esitato a usare un lessico ben più aspro nei confronti di chi non vi si conforma. Si noti anche un dettaglio: Tornielli riporta l'espressione «protezione della vocazione propria della donna stessa» ma non spiega cosa Paolo VI intenda con «vocazione propria». Il Papa lo aveva detto poche righe prima - la «funzione specifica» legata al «focolare» - ma quel chiarimento è esattamente la parte che l'articolo ha cancellato. Il lettore di Vatican News si trova così davanti a un'espressione vaga, che può riempire con qualsiasi contenuto contemporaneo. E questo ad opera del Direttore editoriale dei media del Papa.

L'inciso sul "neoliberismo": un'interpolazione del giornalaio

Un altro punto critico. Tornielli, commentando il passaggio in cui Montini mette in guardia dal liberalismo filosofico, scrive: «…chiedendo loro di non idealizzare il liberalismo filosofico (oggi diremmo il neoliberismo) e di non dimenticare che esso "è un'affermazione erronea dell'autonomia dell'individuo nella sua attività, nelle sue motivazioni, nell'esercizio della sua libertà".» La parentetica «oggi diremmo il neoliberismo» è una glossa del commentatore, non di Paolo VI. Sembra una semplice attualizzazione lessicale, un favore al lettore contemporaneo che con «liberalismo filosofico» farebbe fatica. In realtà è un'operazione concettuale di una certa rilevanza, perché i due termini indicano cose molto diverse.

Il liberalismo filosofico che Paolo VI critica nel paragrafo 35 è una concezione antropologica: la pretesa che l'individuo sia autosufficiente nei suoi valori e nelle sue scelte, libero da ogni vincolo trascendente. È una questione che riguarda la visione dell'uomo. Tocca l'etica, la legge morale, la coscienza, la libertà religiosa, il rapporto con Dio. Ha le sue radici nel pensiero settecentesco e ottocentesco - Locke, gli illuministi, Mill - e attraversa due secoli di riflessione sull'autonomia individuale. Il bersaglio della critica papale è teologico e antropologico prima ancora che politico o economico, ed è in piena continuità con la tradizione magisteriale da Pio IX in poi: una critica all'individualismo autoreferenziale e alla pretesa di una libertà senza verità.

Il neoliberismo, invece, è una cosa molto più specifica e molto più recente. È una dottrina economico-politica novecentesca con una storia precisa: nasce con la scuola di Chicago, si afferma tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta con Thatcher e Reagan, prende corpo nel cosiddetto Washington Consensus, promuove deregolamentazione, privatizzazioni, riduzione del welfare, libero movimento dei capitali. È una questione che riguarda l'organizzazione economica. Tocca il mercato, lo Stato sociale, le politiche fiscali, il commercio internazionale. Il suo bersaglio critico è economico e sociale. Sovrapporre i due termini significa spostare il baricentro della critica papale dall'antropologia all'economia. Significa mettere in bocca a Montini una critica a un fenomeno che, nel 1971, non esisteva ancora né nel nome né nella sostanza con cui lo conosciamo oggi. Il lettore esce dall'articolo convinto che Paolo VI, mezzo secolo fa, stesse anticipando la critica al modello economico thatcheriano-reaganiano - che ancora non c'era - e non, come in realtà stava facendo, una critica alla visione filosofica dell'uomo come essere autoreferenziale e senza Dio.

C'è poi un effetto collaterale interessante, e forse non del tutto involontario. Se il liberalismo che Paolo VI critica è "il neoliberismo", allora il liberalismo filosofico nella sua dimensione antropologica - quello che pretende l'autonomia totale dell'individuo nelle scelte di vita, nei valori, nell'etica - esce di scena, smette di essere un problema. Eppure è proprio questo liberalismo filosofico, oggi declinato come individualismo dei diritti soggettivi senza limiti, che plasma molte delle questioni più dibattute nel mondo contemporaneo: dall'aborto al fine vita, dall'identità di genere al rapporto tra coscienza individuale e legge morale. Spostando il bersaglio sul «neoliberismo» economico, Tornielli ottiene di neutralizzare proprio la parte di Paolo VI che oggi sarebbe più scomoda: quella più tradizionalmente cattolica, quella meno allineata alle sensibilità progressiste che caratterizzano oggi una certa narrazione ecclesiale. Tre parole tra parentesi - «oggi diremmo il neoliberismo» - bastano a trasformare una critica antropologica perenne in una critica economica datata e politicamente schierata. Il lettore non se ne accorge, perché la frase di Paolo VI sembra restare quella. Ma il senso, quello che il lettore porta a casa, è cambiato.

I temi scomodi che spariscono

C'è poi quello che Tornielli sceglie di non dire. L'“editoriale”, chiamiamolo così, tace o liquida in fretta passaggi che, se riportati, restituirebbero un Paolo VI meno facilmente assimilabile. La critica alle «soluzioni maltusiane» nel paragrafo 18 è citata di sfuggita, ma viene tagliata la frase successiva, dove Montini riafferma che «il diritto al matrimonio e alla procreazione è un diritto inalienabile, senza del quale non si dà dignità umana». Manca il paragrafo 14 sui sindacati, in cui il Papa pone limiti severi al diritto di sciopero nei pubblici servizi («bisognerà saper valutare il limite oltre il quale il torto causato diventa inammissibile»). Manca il paragrafo 37 sull'utopia, dove il Pontefice avverte che «l'appello all'utopia è spesso un comodo pretesto per chi vuole eludere i compiti concreti e rifugiarsi in un mondo immaginario». Manca, soprattutto, il paragrafo 4, dove il Papa afferma che le scelte concrete spettano alle comunità locali - citato da Tornielli - ma omette di dire che, nello stesso paragrafo, Paolo VI raccomanda di compierle «in comunione coi vescovi responsabili». Cosa che Tornielli non concepisce e non sopporta essendo lui “maestro” di preti e vescovi.

Cosa dice realmente l'Octogesima adveniens sulle donne

Riepiloghiamo, perché è il punto da cui l'articolo prende il titolo. Il paragrafo 13, letto integralmente, dice tre cose insieme. Riconosce che esistono nel mondo discriminazioni effettive contro le donne e che è giusto che cessino. Afferma che l'uguaglianza dei diritti non può tradursi in una negazione della differenza creaturale tra uomo e donna, e che la donna ha una «funzione specifica, così fondamentale» che si esercita «tanto al centro del focolare come in seno alla società». Indica infine che le legislazioni devono perseguire contemporaneamente due obiettivi: proteggere questa «vocazione propria» e riconoscere l'indipendenza personale della donna, con l'uguaglianza dei suoi diritti nella partecipazione culturale, economica, sociale e politica. È una posizione di equilibrio, tipica del magistero di Paolo VI. Non è il manifesto di un femminismo cattolico ante litteram, come l'articolo lascia trasparire. Non è neppure una difesa dello status quo: il riconoscimento della partecipazione piena della donna alla vita pubblica, nel 1971, è una presa di posizione tutt'altro che banale. Ma il quadro antropologico in cui Montini inserisce questo riconoscimento - la differenza creaturale, la centralità del focolare, la "funzione specifica" - è esattamente la parte che il commento di Tornielli omette.

Il problema di fondo

Quello che fa Tornielli, del resto, non è una novità. È il suo modo abituale di lavorare, e lo si vede con particolare evidenza oggi, davanti a un Papa che chiaramente non gli piace. Mentre con Papa Francesco era tutto un twittare e postare a ritmo continuo, oggi il registro è cambiato. Ciò che invece non è cambiato è la propensione al chiacchiericcio da bar, al gossip su preti, cardinali e sullo stesso Pontefice. Ma questo modo di leggere i documenti e le parole del Papa segnala un problema più sottile, e proprio per questo molto diffuso nell'ambiente giornalistico: la tendenza a leggere i testi magisteriali del passato selezionando le frasi che confermano la sensibilità del presente e mettendo sotto silenzio quelle che la disturbano. È un esercizio comprensibile sul piano comunicativo, ma costoso sul piano della verità. Costoso perché priva il lettore della possibilità di incontrare davvero il pensiero di Paolo VI, con la sua complessità, le sue tensioni, le sue posizioni meno comode. Costoso perché trasforma un testo di cinquantacinque anni fa in uno specchio in cui il presente vede riflesse soltanto le proprie opinioni.

L'Octogesima adveniens è un documento che merita di essere riletto per intero. Paolo VI vi parla con una libertà e una lucidità che oggi sorprendono: sulle ideologie, sulle utopie, sui limiti dell'economia, sulla politica come servizio. Non ha bisogno di essere ripulito né usato come bandiera ideologica. Ha bisogno di lettori onesti, disposti a confrontarsi anche con ciò che, nel 1971, Paolo VI ha effettivamente scritto, e non soltanto con ciò che oggi qualcuno vorrebbe che avesse scritto.

d.L.C.
Silere non possum

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