Il 13 febbraio 2026, ad Addis Abeba, Giorgia Meloni ottenne quello che nessun altro leader europeo aveva ottenuto dai tempi di François Hollande: un vertice bilaterale con l'insieme dei capi di Stato e di governo africani, organizzato in coda a un summit dell'Unione Africana che il primo ministro etiope Abiy Ahmed aveva fatto prolungare apposta per lei. Per essere lì, Meloni aveva rinunciato alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, che si teneva negli stessi giorni. Sette mesi dopo, il governo italiano ha richiamato a Roma il proprio ambasciatore ad Addis Abeba, Sem Fabrizi, in circostanze che la Farnesina ha faticato a ricostruire in modo convincente.
Fabrizi era arrivato in Etiopia il 1° novembre 2025, dopo una nomina decisa dal Consiglio dei ministri il giugno precedente. Il mandato di un ambasciatore dura di norma quattro anni: il suo si è chiuso dopo poco più di nove mesi. Un rientro così anticipato, nella prassi diplomatica, è raro, e segnala quasi sempre un dissenso serio tra i due Paesi coinvolti.
Sulla vicenda si contendono il campo due ricostruzioni difformi. Il 18 agosto il quotidiano italiano Il Fatto Quotidiano ha scritto - riprendendo un'indiscrezione del sito Africa Express - che il governo di Abiy avrebbe dichiarato Fabrizi persona non grata: la formula che apre di fatto alla procedura di espulsione. Il giorno seguente l'Agenzia Nova, citando fonti della Farnesina, ha smentito la ricostruzione: nessuna espulsione, un rientro concordato con l'interessato in vista di un nuovo incarico, nessuna misura di reciprocità italiana nei confronti dell'ambasciatrice etiope a Roma, Demitu Hambisa.
Fonti del ministero raccontano che Fabrizi era a un passo dalla dichiarazione formale di persona non grata, e che Antonio Tajani ha scelto di anticipare la mossa etiope per evitare l'onta di un'espulsione, concordando con il diplomatico un incarico di pari livello all'interno della Farnesina, ancora da definire. Da Addis Abeba, né il governo né l'agenzia di stampa ufficiale hanno confermato o smentito pubblicamente alcunché: un silenzio che, come osserva il sito Notizie Geopolitiche, lascia aperte entrambe le letture.
In Parlamento la versione della Farnesina non ha convinto. Il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto ha annunciato un'interrogazione per chiedere al governo se il rientro di Fabrizi sia stato una scelta autonoma o una capitolazione davanti a una richiesta etiope; il Partito Democratico ne sta preparando una analoga.
Alcune fonti di governo individuano proprio nel vertice di febbraio il punto di rottura. In un colloquio ristretto, alla presenza di Meloni, Abiy avrebbe espresso giudizi sfavorevoli su Fabrizi, seduto accanto alla presidente del Consiglio in quello stesso incontro. Nei mesi seguenti l'ambasciatrice Hambisa avrebbe chiesto più volte, a funzionari della Farnesina, la sua rimozione.
Dietro l'insofferenza etiope ci sarebbero soprattutto due dossier. Il primo riguarda i visti diplomatici: Fabrizi ne ha affidato la gestione a una società esterna, VFS Global, sottraendo le procedure - secondo quanto ricostruito da Africa Express e da altre testate - a pressioni indirette che in passato avevano favorito l'entourage del primo ministro etiope. Il secondo riguarda i controlli sulle autorizzazioni all'export di materiale d'armamento verso l'Etiopia, paese in una fase di riarmo in cui l'industria italiana della difesa, Leonardo su tutte, resta tra i principali fornitori. Il paradosso non è trascurabile: prima della nomina ad Addis Abeba, Fabrizi aveva trascorso un anno, tra il 2021 e il 2022, distaccato in Leonardo Difesa come direttore delle relazioni internazionali.
Sullo sfondo resta la guerra nel Tigrè, riaccesasi negli ultimi mesi dopo l'accordo di pace del 2022: il governo etiope è accusato di bloccare i rifornimenti di carburante, cibo e medicinali diretti alla regione e di riservare trattamenti duri ai profughi. Il Post attribuisce a Fabrizi rimostranze ripetute sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, rilievi che l'esecutivo italiano, secondo le stesse fonti, ha per lo più preferito attenuare, negli anni in cui ha costruito attorno all'Etiopia una quota consistente del Piano Mattei: ventitré progetti, tra i più numerosi del programma.
Il predecessore di Fabrizi, Agostino Palese, aveva un rapporto ben diverso con Abiy, giudicato eccellente da entrambe le parti; è stato promosso ambasciatore al Cairo nell'ottobre 2025. Fabrizi, che vanta due mandati come ambasciatore dell'Unione europea - in Australia e poi in Serbia - e una reputazione di diplomatico rigoroso, viene invece congedato dopo un decimo del tempo previsto. Alla Farnesina la spiegano, informalmente, con una “chimica” mai nata tra l'ambasciatore e le controparti etiopi.
Il precedente resta comunque scoperto. Se un governo africano riesce a ottenere l'allontanamento di un ambasciatore italiano sgradito senza fornire una motivazione verificabile, e senza che Roma applichi la reciprocità che la prassi diplomatica prevede in casi simili, altri esecutivi del continente potrebbero essere tentati di seguire lo stesso percorso.



