Nel suo articolo apparso su L’Osservatore Romano del 23 settembre 2025, don Elia Carrai, dottorando alla Pontificia Università Gregoriana, invita a non ridurre le recenti manifestazioni per Gaza alle sole immagini di violenza. Il suo sguardo, lucido e pastorale, si concentra invece sul desiderio autentico di pace e giustizia che ha animato tanti giovani scesi in piazza.
Con un tono riflessivo e poetico, Carrai richiama Péguy e Rebora per mostrare che, dietro il rumore e le semplificazioni mediatiche, vi è una generazione che non si è ancora “abituata” al dolore e all’ingiustizia. Il vero interrogativo, scrive, riguarda noi adulti: siamo ancora capaci di ascoltare e prendere sul serio la sete di bene e di pace che muove questi ragazzi, o abbiamo ormai ceduto allo scetticismo e all’indifferenza?
Perché è sbagliato guardare solo agli episodi di violenza
Il desiderio di pace dei giovani che hanno manifestato per Gaza
Si sprecheranno analisi di ogni tipo sulle manifestazioni di ieri ma, al netto della dialettica delle interpretazioni, credo non si debba darla vinta a quei violenti che hanno inquinato il manifestare pacifico di tanti. Ridurre tutto alle isolate manifestazioni di violenza, che pur ci sono state, non renderebbe giustizia a una mobilitazione che ha attraversato l’intera penisola e farebbe il gioco, in definitiva, di chi non vede l’ora di sorvolare sulle molte iniziative che, nell’ultima settimana, hanno portato tanti a voler far sentire la propria voce.
Al netto della chiara condanna dei gruppuscoli di violenti, ciò su cui vale la pena soffermarsi è, piuttosto, la grande massa di liceali e ragazzi, che si è riversata nelle strade per chiedere che cessi la carneficina di Gaza. Non mi interessa il grado di consapevolezza che li ha animati, né mi interessa pesare in termini utilitaristici il loro protestare. A farmi riflettere è come questi giovani, riversandosi pacificamente in piazze e strade, abbiano tentato di prendere sul serio un bisogno di giustizia e di pace che sentono proprio.
Infatti, come scriveva Charles Péguy, «c’è qualcosa di peggio dell’avere un’anima addirittura perversa. È avere un’anima abituata».
Allora, piuttosto che ridurre tutto questo sommovimento all’orizzonte di una dialettica politico-ideologica, piuttosto che perder tempo a sottolineare quanto già sappiamo circa la non efficacia “concreta” di queste manifestazioni di piazza, piuttosto che focalizzarci esclusivamente sui limitati casi di stupida quanto inutile violenza, mi domando se non sia forse decisivo, invece, lasciarci provocare dal fatto che questi ragazzi e ragazze, davanti alle immagini dello straziante stillicidio in Palestina che li raggiungono sui social, non siano indifferenti.
Vedendo le facce dei ragazzi scesi in piazza per ricordare ai potenti che loro desiderano la pace, mi venivano in mente i versi di Clemente Rebora: «Mentre l’ora è infelice, /Questa voce è pazzia: /ma qui c’è un cuore che vorrebbe /altri cuori trovare: /mentre l’attimo svena /questa voce è ironia: /ma qui c’è amore e vorrebbe /altro amore infiammare; […] /ma qui c’è aiuto /e vorrebbe altro aiuto invocare» (Frammenti lirici, XXXIX). Mentre «l’ora è infelice» tutto sembrerebbe decisivo e cruciale, tranne che il dare credito a «questa voce», eppure solamente chi è disposto a patire fino in fondo questo grido, questa domanda di pace e di bene in tutta la sua ampiezza, potrà intercettare cosa è veramente all’altezza della sua vita.
Accorgercene potrebbe esser d’aiuto a liberarci dai cliché meschini con cui si parla delle giovani generazioni, svelando piuttosto la vera questione: noi adulti siamo disposti a guardare veramente e a fare i conti con il desiderio di giustizia e di bene che vivono questi ragazzi? La domanda è scomoda, perché ne implica un’altra: cosa rende possibile, a ciascuno di noi, prendere sempre più seriamente in carico questi desideri e queste urgenze, che sono come la stoffa della nostra umanità? La questione è decisiva, perché l’alternativa è, in definitiva, solo una: abbandonarsi al dilagante scetticismo, confidando, incoffessatamente, che l’anima si abitui a tutto.



