Venerdì
7 agosto 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Venerdì, 7 agosto 2026 · Anno V
Più lingue moderne nella Curia di Leone XIV
Chiesa cattolica07 agosto 2026

Più lingue moderne nella Curia di Leone XIV

Cambiano i requisiti per il personale: l’italiano resta il riferimento comune, mentre le altre lingue vengono richieste in funzione del lavoro svolto.

Città del Vaticano - Tra le modifiche introdotte dal nuovo Regolamento generale della Curia romana promulgato da Leone XIV ve n’è una che, a una prima lettura, potrebbe apparire marginale. Il confronto con il testo del 1999 mostra invece un cambiamento significativo nella disciplina linguistica della macchina amministrativa della Santa Sede. Il latino conserva il proprio posto nella Curia, ma perde quella posizione di preminenza che il precedente Regolamento gli attribuiva espressamente. Il passaggio più evidente si trova nelle disposizioni dedicate alle «Lingue in uso».

Nel Regolamento generale della Curia romana approvato da san Giovanni Paolo II nel 1999, l’articolo 144 stabiliva che i Dicasteri «redigeranno di regola i loro atti nella lingua latina», aggiungendo soltanto in seguito la possibilità di utilizzare «anche le lingue oggi più diffuse» per la corrispondenza e, secondo le esigenze, per la redazione dei documenti.

La struttura della norma non lasciava molti dubbi. Il latino costituiva la lingua ordinaria prevista dal Regolamento; le lingue moderne potevano essere utilizzate in alternativa sulla base delle esigenze concrete dell’attività curiale.

Il testo promulgato da Leone XIV cambia precisamente questo punto. L’articolo 50 del nuovo Regolamento dispone: «Le Istituzioni curiali redigeranno di regola i loro atti nella lingua latina o in altra lingua».

Sono poche parole, ma la modifica normativa è rilevante. L’espressione «potendosi usare anche» è scomparsa ed è stata sostituita da una semplice alternativa: «nella lingua latina o in altra lingua». Il latino continua, dunque, ad essere menzionato per primo, ma il Regolamento non lo presenta più come la lingua ordinaria rispetto alla quale le altre rappresentano una possibilità ulteriore. Le due opzioni vengono collocate sul medesimo piano giuridico.

La riforma fotografa, in sostanza, una Curia nella quale la redazione degli atti può avvenire ordinariamente tanto in latino quanto in un’altra lingua, senza che il testo regolamentare stabilisca una preferenza generale a favore della prima.

Il latino, comunque, non scompare dall’ordinamento curiale. Il nuovo articolo 50 conserva, infatti, quasi letteralmente altre due disposizioni del Regolamento precedente. Presso la Segreteria di Stato rimane costituito un ufficio per la lingua latina, al servizio della Curia romana, e continua ad essere previsto che i principali documenti destinati alla pubblicazione siano tradotti nelle lingue oggi più diffuse.

La novità riguarda quindi il ruolo attribuito al latino nell’attività ordinaria delle Istituzioni curiali. La lingua tradizionale della Santa Sede rimane disponibile, tutelata e servita da un apposito ufficio, ma non gode più nel Regolamento della precedenza esplicita che aveva nel 1999.

Scompare anche l’obbligo generale di conoscere il latino

Il confronto diventa ancora più interessante quando si passa dal Regolamento generale a quello relativo al personale. Nel 1999, per gli Officiali destinati ai livelli funzionali più elevati, la conoscenza del latino era prevista direttamente dalla normativa generale. Per l’inserimento nei livelli 10°, 9° e 8°, oltre al titolo universitario, era richiesta «la conoscenza della lingua latina e, oltre l’italiano, di almeno una lingua moderna».

Non si trattava, dunque, di una semplice competenza apprezzata in sede di selezione. Il latino figurava tra i requisiti formalmente indicati per l’accesso a quelle categorie di personale.

Il Mansionario generale del 1999 ribadiva questa impostazione. Per diverse figure professionali dei livelli superiori veniva nuovamente indicato come requisito la conoscenza della lingua latina insieme all’italiano e ad almeno una lingua moderna. Per il nono livello, inoltre, tra le attività contemplate vi era la redazione di progetti di atti e documenti ufficiali della Sede Apostolica «in lingua latina o in una lingua moderna», compresi decreti, rescritti, brevi e lettere apostoliche. Nel Regolamento del personale promulgato nel 2025 questo schema viene abbandonato. La nuova disciplina affida alla tabella organica di ciascun Ente la determinazione dei requisiti necessari per le singole mansioni. Tra questi dovranno figurare il titolo di studio, l’esperienza professionale e «la conoscenza di una o più lingue oltre alla lingua madre e alla lingua italiana». Il latino non compare più come requisito linguistico generale.

Questo non significa che un Dicastero non possa richiederne la conoscenza per un incarico che la renda necessaria. Il nuovo sistema consente infatti di determinare competenze e requisiti in relazione alla specifica mansione. Tuttavia, viene meno quell’obbligo trasversale che il Regolamento del 1999 imponeva direttamente agli Officiali dei livelli superiori. Anche sotto questo profilo emerge quindi una scelta precisa: la competenza linguistica viene funzionalizzata al lavoro concretamente affidato alla persona, anziché essere costruita attorno alla conoscenza obbligatoria del latino per determinate categorie.

Il ruolo dell’italiano

Nel nuovo testo emerge inoltre con particolare chiarezza la posizione dell’italiano. Il Regolamento del 2025 richiede infatti che le competenze linguistiche vengano determinate considerando «una o più lingue oltre alla lingua madre e alla lingua italiana». La formulazione presuppone l’italiano come elemento comune distinto tanto dalla lingua madre del dipendente quanto dalle ulteriori lingue richieste per l’esercizio della funzione. Questo aspetto è fondamentale anche perché la lingua ufficiale dello Stato della Città del Vaticano, dove opera la Santa Sede, è l’italiano e non il latino.

Nel testo del 1999 l’italiano era già espressamente presente, ma all’interno di una struttura diversa: per i livelli superiori si richiedevano il latino, l’italiano e almeno una lingua moderna. Oggi il latino esce da questo schema generale, mentre l’italiano rimane stabilmente nel sistema dei requisiti.

Il cambiamento restituisce quindi anche sul piano normativo una configurazione linguistica più aderente al funzionamento quotidiano della Curia: l’italiano assume il ruolo di lingua comune di riferimento, mentre le altre competenze vengono individuate sulla base della provenienza del dipendente e delle necessità dell’ufficio.

Una modifica piccola solo in apparenza

La riforma linguistica occupa appena poche righe all’interno di due testi che intervengono su aspetti ben più ampi dell’organizzazione della Curia romana. La questione assume particolare rilievo soprattutto in relazione all’assunzione dei laici. Per il clero e i religiosi, infatti, la conoscenza delle lingue classiche rientra normalmente nel percorso di formazione accademica: le facoltà teologiche e anche alcuni istituti di scienze religiose prevedono nei rispettivi piani di studio esami di lingua latina e, in molti casi, anche di lingua greca.

Il nuovo Regolamento è stato approvato ad experimentum per cinque anni, con entrata in vigore il 1° gennaio 2026. Il documento porta la firma di Leone XIV ed è datato 23 novembre 2025, primo anno del suo pontificato. Se nel quinquennio non interverranno modifiche, il testo sarà considerato definitivamente confermato.

p.G.V.

Silere non possum

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
Le abbazie rischiano di diventare rifugio per persone problematiche: l’allarme dell’abate generale dei Premostratensi
Chiesa cattolica
Le abbazie rischiano di diventare rifugio per persone problematiche: l’allarme dell’abate generale dei Premostratensi
Leone XIV ai Giovani: «Decidere per sempre non è una gabbia
Chiesa cattolica
Leone XIV ai Giovani: «Decidere per sempre non è una gabbia
L’esercito dei preti senza comunità e i vescovi inetti
Chiesa cattolica
L’esercito dei preti senza comunità e i vescovi inetti