Pompei - Bartolo Longo era arrivato a Valle di Pompei nel 1875 e aveva trovato «miseria, malaria e briganti» - sono parole sue. Aveva deciso di restare lo stesso. Questa mattina Leone XIV è sceso dall'elicottero sullo stesso suolo e ha detto di essere venuto «sulle sue orme»: quelle di un uomo che ha canonizzato sei mesi fa e che evidentemente non considera solo materia agiografica, ma un esempio di vita.
La prima tappa di questo viaggio pastorale è stata la Sala Luisa Trapani dell'area meeting del Santuario di Pompei, dove ad aspettarlo c'erano gli ospiti dei centri di accoglienza, i religiosi, gli educatori, i volontari. Persone «provenienti da situazioni di disagio», come recita il programma ufficiale, con quella formula burocratica che nasconde storie di dipendenze, abbandono, povertà intergenerazionale. È a loro che Leone XIV ha parlato per primo.
Il carisma di Bartolo come chiave ermeneutica
Il discorso del Papa ruota attorno alla figura del neo-santo con un'insistenza che è una vera e propria proposta teologica. Leone XIV cita l'espressione di Bartolo Longo - «due ali congiunte in un medesimo volo» - per indicare fede e carità come realtà inscindibili, non come virtù parallele che si tollerano a vicenda, ma come dinamica unitaria dell'esistenza cristiana. Il "Tempio della Fede" e il "Tempio della Carità", dice il Papa, «si sostengono a vicenda».
È una sottolineatura che vale oltre Pompei. In un'epoca in cui certi movimenti ecclesiali tendono a privilegiare la purezza dottrinale sulla prossimità ai poveri, o viceversa a ridurre il cristianesimo a servizio sociale svuotato di contenuto teologico, il riferimento alla sintesi longhiana suona come un correttivo implicito a entrambe le derive.
Leone XIV ricorda poi la risposta di Bartolo a chi sosteneva che i figli dei carcerati erano destinati alla stessa sorte dei genitori: «L'amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili». Una frase che oggi suonerebbe quasi ingenua, se non fosse che i fatti le hanno dato ragione. È questo che affascina nel modello pompeiano: non la teoria, ma l'evidenza. Le opere di Bartolo Longo esistono ancora, funzionano, accolgono. Sono l'argomento più convincente che il Santuario possa offrire.

Il Rosario come «motore nascosto»
Nella struttura del suo discorso, il Papa riserva al Rosario una posizione di rilievo architettonico: non è un elemento devozionale aggiunto, ma il «motore nascosto che rende possibile tutto il resto». L'espressione è forte e deliberatamente antimoderna. In un'epoca che diffida della preghiera ripetitiva, che la percepisce come evasione o come folklore, Leone XIV la rivendica come radice operativa di ogni carità autentica.
Il riferimento alla Rosarium Virginis Mariae di Giovanni Paolo II - «contemplando i Misteri della vita di Gesù con gli occhi semplici e materni di Maria» - è quasi d’obbligo considerato l’amore del predecessore per Maria. Una vera e propria continuità di magistero. È Leone XIV che si iscrive in una tradizione e la riconosce come viva.
Un programma per chi serve
Ai sacerdoti, ai religiosi, agli educatori, ai volontari, il Papa consegna quello che chiama esplicitamente un «programma di vita»: essere «uomini e donne di preghiera, per riflettere, come specchi tersi e umili, la luce che viene da Dio». L'immagine dello specchio - trasparente, non autopromozionale, orientato verso una fonte che non è se stesso - è teologicamente forte. Chi serve non è il protagonista. È il mezzo. La distinzione non è umiliazione, è liberazione.
Ai giovani, invece, Leone XIV parla con un tono diverso, più diretto, quasi confidenziale. Li invita a fidarsi di chi li accompagna, ma soprattutto a confidare in Gesù, descritto con tre titoli in sequenza: «l'Amico che non ci abbandona né ci respinge mai, il Fratello che ci comprende e che cammina sempre con noi». Una cristologia della vicinanza, sobria e precisa, senza sentimentalismi ma senza freddezza.
Lasciata la Sala Luisa Trapani, il Papa si è trasferito in auto alla Basilica. La visita continua.
d.A.V.
Silere non possum