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Diocesi di Milano

Milano - La Pasqua celebrata questa mattina in Duomo ha unito la solennità del rito ambrosiano a un clima di partecipazione raccolta, composto, intenso. Dopo aver scelto di celebrare all’alba con i detenuti della casa circondariale di San Vittore, l’arcivescovo Mario Enrico Delpini ha presieduto in Cattedrale il solenne pontificale concelebrato dai Canonici del Capitolo metropolitano. La celebrazione è stata segnata dalla forza propria della liturgia del giorno di Pasqua, accompagnata dai dodici Kyrie e dal canto della Cappella musicale del Duomo.

Delpini ha salutato l’assemblea con parole semplici e inclusive: «Benvenuti a tutti, ci sentiamo tutti a casa in questo luogo dove Gesù è presente e ci chiama a partecipare alla sua vita, alla sua gioia che ci rende figli di Dio», ripetendolo anche in inglese e in spagnolo. È stato un inizio coerente con il tono dell’intera celebrazione: un invito a riconoscere nella Pasqua la sorgente di una appartenenza comune, prima ancora di ogni distinzione.

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Nell’omelia Delpini ha preso le mosse da Maria di Magdala, dalla donna che rimane presso il sepolcro e piange. L’Arcivescovo ha allargato subito quella scena evangelica alla condizione del mondo ferito dalla morte, chiedendosi se vi siano ancora donne che vanno ai sepolcri a piangere, a protestare contro «l’intollerabile potere della morte», a custodire affetti che la morte non riesce a spezzare. Ha evocato il dolore «muto o gridato di madri e spose e sorelle e figlie» e ha posto una domanda severa: «Che cosa fanno gli uomini? Come possono pensare di procurare tanto dolore?». Delpini ha descritto anche un tempo in cui il dolore viene spesso rimosso o liquidato in fretta, dove il morire rischia di essere trattato come un fastidio da sbrigare e dove si finisce per preferire l’efficienza agli affetti, la superficialità all’intensità, i numeri alla poesia. L’omelia non ha eluso la durezza dell’esperienza umana, ma l’ha assunta fino in fondo come luogo in cui la parola della Risurrezione deve tornare a farsi ascoltare.

Il passaggio decisivo è arrivato quando il presule si è fermato su quell’“invece” con cui il Vangelo di Giovanni riporta Maria sulla scena. I discepoli erano tornati a casa, ancora prigionieri della paura; Maria invece rimane. Le sue lacrime, ha spiegato l’Arcivescovo, la portano dapprima a cercare nella direzione sbagliata, quella di un corpo trafugato. Ma proprio il suo restare presso il sepolcro diventa lo spazio in cui può ascoltare la voce del Signore, cambiare orientamento e incontrare Gesù vivo, risorto, «principio di vita nuova, nuovo inizio dell’essere discepoli».

Da qui l’Arcivescovo ha ricordato che nel giorno di Pasqua il Vangelo affida a una donna la parola da dire alla Chiesa. Ha poi insistito su questo dato evangelico. La comunità dei discepoli, ha detto, «ha bisogno di una donna che parli alla Chiesa»; ha bisogno di una voce che annunci la verità della Risurrezione, che dica che la morte è stata vinta e che una vita nuova è stata donata. In una Chiesa che rischia di chiudersi in sé stessa, di affannarsi nelle organizzazioni o di irrigidirsi sui ruoli, l’annuncio pasquale rimette al centro la fraternità, la gioia e la familiarità con il Padre.

L’Arcivescovo non ha presentato la Pasqua come una parentesi emotiva, ma come una verità che corregge lo sguardo della Chiesa su sé stessa. Delpini ha domandato se vi siano ancora oggi donne capaci di dire alla Chiesa non il proprio malumore o le proprie frustrazioni, ma la verità di Gesù, e se vi siano comunità disposte a lasciarsi convincere dall’annuncio del Risorto. La conclusione è stata lineare e incisiva: «La Chiesa di oggi come il gruppo dei discepoli di allora ha bisogno di una donna che dica la verità».

Al termine della Santa Messa, prima della benedizione papale con annessa indulgenza plenaria impartita per facoltà ottenuta da papa Leone XIV, Delpini ha lasciato all’assemblea un ultimo pensiero: «Che la Pasqua sia un impegno di disponibilità al servizio della carità e a costruire la pace». Era il modo più coerente per chiudere una celebrazione che, pur nella sua solennità, non si è chiusa dentro il perimetro del rito. Dopo il Duomo, infatti, l’Arcivescovo si è recato all’Opera Cardinal Ferrari per il tradizionale pranzo di Pasqua con gli ospiti e i volontari.

d.L.V.
Silere non possum




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