Città del Vaticano - Alle ore 9 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Predicatore della Casa Pontificia, padre Roberto Pasolini, O.F.M. Cap., ha tenuto la quarta predica di Quaresima, dal titolo “La libertà dei figli di Dio. La perfetta letizia e la morte come sorella”. L’intervento si inserisce nel ciclo di meditazioni quaresimali dedicate al tema: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura (2Cor 5,17). La conversione al Vangelo secondo san Francesco» che il religioso ha tenuto in queste settimane. 

La riflessione si è concentrata sul frutto più maturo dell’esperienza cristiana: una libertà che non coincide con l’assenza di prove, ma con la scoperta che nulla - nemmeno il rifiuto, la malattia o la morte - può separare dall’amore di Dio. Al centro della meditazione, la celebre pagina francescana della “perfetta letizia”. Pasolini ha richiamato il dialogo tra Francesco e frate Leone, nel quale il santo esclude che la gioia autentica consista nel successo, nei miracoli o nel riconoscimento. La vera letizia emerge invece quando, di fronte al rifiuto e all’umiliazione, l’uomo non perde la pace. Non si tratta di insensibilità al dolore, ma di una libertà interiore che impedisce al male di determinare la risposta della persona.

Questa prospettiva si lega direttamente alle Beatitudini evangeliche, interpretate non come un ideale irraggiungibile, ma come una promessa già operante nella realtà concreta. Le situazioni di fragilità - povertà, pianto, persecuzione - diventano il luogo in cui si manifesta una pienezza di vita che non dipende dalle condizioni esterne. La felicità, ha spiegato il Predicatore, non è da costruire, ma da riconoscere e accogliere nella propria esperienza.

Un passaggio centrale della predica ha riguardato il significato delle ferite nella vita cristiana, alla luce dell’esperienza delle stimmate di san Francesco. Pasolini ha chiarito che Dio non aggiunge dolore all’uomo, ma trasforma quello già presente, rendendolo spazio di relazione. Le sofferenze - incomprensioni, fallimenti, solitudine - possono diventare il punto in cui la persona si apre a Cristo e agli altri. In questa trasformazione, il dolore non scompare, ma perde il potere di chiudere l’uomo in se stesso.

La meditazione si è poi soffermata sul tema della morte, riletta attraverso il linguaggio di Francesco che la chiama “sorella”. Non un’immagine consolatoria, ma il risultato di un cammino di riconciliazione. La paura della morte, che attraversa l’esperienza umana, si scioglie progressivamente quando la vita è plasmata dall’amore di Cristo. In questa prospettiva, la morte appare come l’ultimo atto di consegna fiduciosa al Padre. Nel racconto degli ultimi giorni del santo di Assisi, Pasolini ha evidenziato un elemento: la capacità di ricevere. Francesco, che aveva fatto della povertà una scelta radicale, negli ultimi momenti accetta di essere assistito, di chiedere consolazione, di lasciarsi amare. È qui che si compie la sua libertà: non nell’autosufficienza, ma nella disponibilità a dipendere dagli altri fino alla fine.

La predica si è conclusa con un richiamo ai pastori della Chiesa, invitati a non ridurre il Vangelo a una proposta accomodante. La conversione evangelica, ha sottolineato Pasolini, non elimina la fatica del vivere, ma apre un cammino capace di condurre alla maturità in Cristo e alla libertà dei figli di Dio.

Come da tradizione, il Predicatore della Casa Pontificia terrà una ulteriore meditazione nel giorno del Venerdì Santo, questa volta nella Basilica Vaticana, nel cuore della liturgia della Passione, momento culminante del percorso quaresimale.

f.V.B.
Silere non possum 



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