Città del Vaticano - È stato pubblicato questa mattina il Rapporto finale del Gruppo di studio n. 5 del Sinodo sulla sinodalità, dedicato alla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa. Il testo, redatto dal Dicastero per la Dottrina della Fede, si inserisce nel percorso avviato tra la prima e la seconda sessione sinodale e raccoglie il lavoro svolto su una delle questioni più discusse degli ultimi anni: il rapporto tra ministeri, processi decisionali, autorità ecclesiale e presenza femminile nelle comunità cristiane.



Nella prima parte il documento ricostruisce la storia del gruppo di studio e il metodo seguito; nella seconda parte offre una sintesi dei temi emersi; nella terza raccoglie un ampio apparato di appendici con figure bibliche e storiche femminili, testimonianze contemporanee, una riflessione sulprincipio mariano e petrino, una sezione sulla potestà ecclesiale e una ricognizione dei contributi di Papa Francesco e Papa Leone XIV sul tema. Ne esce un testo che non si presenta come un provvedimento normativo, ma come un rapporto di lavoro destinato a fissare convergenze, problemi e possibili sviluppi.

Uno dei punti centrali riguarda il modo in cui la questione viene impostata. Il rapporto afferma che la partecipazione delle donne non va letta soltanto in termini funzionali o organizzativi, ma dentro una riflessione più ampia sulla natura della Chiesa, sulla reciprocità tra uomo e donna, sul Battesimo come fondamento della dignità ecclesiale e sulla necessità di distinguere meglio tra ciò che dipende dal sacramento dell’Ordine e ciò che può essere riconosciuto, affidato o istituito in altre forme. In questa cornice, il testo insiste sul fatto che la presenza femminile nella guida ecclesiale non dovrebbe essere considerata una concessione, ma una questione che tocca la struttura relazionale della comunità cristiana.

Il rapporto registra anche un disagio diffuso. Vengono menzionati il distacco di molte donne dalla vita ecclesiale, il disimpegno in diverse realtà locali, la diminuzione delle vocazioni religiose femminili in vari contesti e la richiesta, avanzata da donne impegnate nella pastorale, nella teologia e nel diritto canonico, di rivedere le forme oggi vigenti della guida della Chiesa. Tra le cause indicate compaiono il clericalismo e il maschilismo, descritti come atteggiamenti che influenzano la gestione del potere, della parola e perfino del linguaggio ecclesiale. Il documento parla di un cambiamento di mentalità da affrontare prima ancora della discussione sui singoli ruoli. Sul piano più tecnico, uno dei passaggi nevralgici è quello relativo alla potestas, cioè alla potestà di governo. Il testo richiama il magistero di Papa Francesco e il quadro giuridico di Praedicate Evangelium, sottolineando che alcuni incarichi di responsabilità possono essere affidati anche a fedeli non ordinati. Tuttavia, tali affermazioni non vengono giustificate e sono in netto contrasto con l’insegnamento della Chiesa che ribadisce che i “fedeli laici possono” solo “cooperare” ma ribadisce che sono abili alla “potestà di governo, che propriamente è nella Chiesa per istituzione divina e viene denominata anche potestà di giurisdizione” solo “coloro che sono insigniti dell'ordine sacro”.

Il documento richiama il modello delle donne nominate in ruoli di governo nella Curia romana e afferma che non vi sono ragioni, nel semplice fatto di essere donna, che impediscano l’assunzione di ruoli di guida nella Chiesa. Tale affermazione è vera. Questa impossibilità, infatti, non è data dall’essere donna, ma dall’essere laiche o religiose, vale a dire non ordinate. Il rapporto invita inoltre i vescovi a utilizzare tutte le possibilità già previste dal diritto vigente, soprattutto dove tali spazi restano ancora inutilizzati.

Un altro snodo riguarda i ministeri. Il rapporto richiama quelli già aperti alle donne, come lettorato, accolitato e catechista, e considera possibile l’introduzione di ulteriori figure istituite, anche in relazione ai bisogni concreti delle Chiese locali. In parallelo, insiste molto sulla dimensione carismatica, cioè su quei servizi stabili che non coincidono con un ministero istituito in senso stretto ma che nascono da carismi riconosciuti nella vita delle comunità. Il gruppo propone di valorizzare maggiormente compiti di ascolto, accompagnamento, consolazione, discernimento, animazione e guida pastorale, sempre attraverso un processo di valutazione affidato ai pastori e alle comunità. La questione del diaconato femminile resta distinta. Già nelle prime fasi del lavoro, il rapporto ricorda che il tema non risultava maturo per una conclusione. Allo stesso tempo segnala che la seconda Commissione di studio sul diaconato femminile, riattivata da Papa Francesco, ha approvato a larga maggioranza una tesi favorevole ad ampliare l’accesso delle donne ai ministeri istituiti e ad aprire la possibilità di nuovi ministeri, lasciando ai pastori il discernimento sulle forme concrete. Il baricentro del documento, quindi, si sposta su un allargamento delle forme di partecipazione femminile nella guida delle comunità e nei processi ecclesiali.

Il documento si sofferma sul fatto che la questione non riguarda soltanto l’accesso delle donne ad un ufficio, ma il modo in cui la Chiesa intende autorità, ministerialità, carismi e corresponsabilità.

s.T.C.
Silere non possum


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