Novara – Questa mattina, Domenica di Pasqua di Risurrezione del Signore, il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la Santa Messa nel Duomo di Novara, accompagnando la Chiesa novarese nella celebrazione del mistero centrale della fede cristiana. La liturgia di questo giorno santo ha assunto una particolare solennità, segnata in modo peculiare dal canto della Sequenza, il Victimae paschali laudes. In questo testo la Chiesa raccoglie e proclama oggi, con densità poetica e profondità teologica, il cuore del mistero pasquale: lo scontro tra la morte e la vita, l’annuncio del sepolcro vuoto, la testimonianza dei discepoli e la certezza che Cristo è veramente risorto. Da lì la liturgia è giunta all’acclamazione al Vangelo - ancora una volta centrata su Cristo, nostra Pasqua - e infine al brano evangelico di Luca sui discepoli di Emmaus. È stato questo il Vangelo proclamato oggi nel Duomo: il racconto del cammino, dello smarrimento, della spiegazione delle Scritture e del riconoscimento del Risorto nello spezzare il pane.
Il Vangelo di Emmaus ci ha offerto una chiave decisiva per comprendere questa Pasqua: il passaggio dalla tristezza alla luce, dall’incomprensione al riconoscimento, dal racconto di una sconfitta all’esperienza viva del Risorto.
Nell’omelia, il vescovo Brambilla ha scelto di partire da una constatazione: “Gesù è risorto”. “La nostra fede pasquale ha la forma di una confessione gioiosa che proclama che ‘Gesù è risorto!’”, ha detto. Da qui il presule ha sviluppato la sua riflessione secondo tre direttrici: “il linguaggio, il destinatario e la testimonianza”. Il primo passaggio riguarda il linguaggio della fede. Per Brambilla, la Pasqua non consiste anzitutto in un sentimento o in una memoria religiosa, ma nell’azione di Dio su Gesù crocifisso. Nell’omelia ha ricordato che la più antica confessione cristiana mette in luce proprio questo: Dio è “colui che ha risuscitato il Signore Gesù”, fino a dire che questo “diventa il nome definitivo di Dio”. È una formulazione che colloca la risurrezione al centro della rivelazione stessa. Da qui il vescovo trae anche una conseguenza decisiva: “La vicenda di Gesù non è terminata nel fallimento e nella maledizione, ma contiene in germe la vita stessa di Dio”.
Brambilla ha poi legato questo annuncio alla condizione concreta dell’uomo. La risurrezione, secondo il vescovo, entra dentro la storia ferita dal peccato, dall’ingiustizia e dalla violenza. Per questo nella sua riflessione ha affermato che occorre “ricuperare il centro della nostra fede” e riconoscere che Dio trasforma “inimicizia, ingiustizia, invidia, menzogna, aggressività e violenza” nel gesto d’amore di Cristo, che diventa “sorgente inesauribile di vita”. In questa prospettiva la Pasqua non resta un evento del passato, ma la forma stessa con cui Dio continua a operare nel presente dell’uomo e della Chiesa.
Foto d'archivioIl secondo asse di questa riflessione è il destinatario dell’annuncio. “Gesù è risorto”, ha spiegato il vescovo, è una parola rivolta a qualcuno. Non galleggia nell’astratto, ma interpella la libertà umana e domanda una risposta. Per questo il presule insiste sul contrasto tra il “voi” degli uomini che uccidono e il “Dio” che risuscita. Da questo contrasto, osserva, non nasce soltanto una verità su Cristo, ma anche una speranza per l’uomo: Dio “ridona a noi la speranza di cambiare vita”. L’annuncio pasquale, dunque, “chiede una svolta ai destinatari” e domanda “un mutamento di rotta”, un passaggio dall’idea di Dio manipolata a proprio vantaggio all’esperienza di Dio a cui ci si affida.
Il terzo punto toccato dal vescovo riguarda la testimonianza. Qui Brambilla si sofferma sulla forma concreta della fede pasquale: essa “non annuncia solo una notizia inaspettata”, ma si propone come “testimonianza”. In altre parole, la risurrezione non è solo qualcosa da dire; è qualcosa che plasma l’esistenza di chi l’ha incontrata. Per questo il vescovo definisce la Pasqua come “passaggio”, la svolta che conduce i discepoli dall’abbandono, dalla fuga e dall’incomprensione a una conoscenza nuova del Signore.
In questo quadro acquista particolare rilievo il riferimento al mattino di Pasqua e al disorientamento delle donne davanti al sepolcro. Brambilla cita la domanda evangelica: “Perché cercate tra i morti il Vivente?”. Da questo interrogativo ricava un criterio spirituale e pastorale: il Risorto non si trova “tra le cose passate, tra gli eventi compiuti”, e “il profeta crocifisso non va cercato tra i morti, non è lì”. È un invito a uscire da una fede ripiegata sulla nostalgia o su attese puramente umane, per lasciarsi invece raggiungere dall’irruzione di Dio. La svolta, spiega il vescovo, consiste nel passare “da un Dio su misura dell’uomo ad un uomo che si lascia trasformare dalla vita di Dio”.
Citando Benedetto XVI ha ricordato: "Lo ha detto con un’espressione geniale Papa Benedetto XVI a Verona (2006): «La cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. […] La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. […] La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini e di donne entro la quale viviamo»".
La Santa Messa si è conclusa con l’invito della liturgia: «Portate a tutti la gioia del Signore risorto. Andate in pace. Alleluia, alleluia».
p.B.N.
Silere non possum