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CL. Mons. Sanguineti tuona: «Concezione ristretta di autorità e obbedienza non fa crescere e non educa. Conduce ad adesione formale e rigidità meccanica»
Chiesa cattolica13 febbraio 2026

CL. Mons. Sanguineti tuona: «Concezione ristretta di autorità e obbedienza non fa crescere e non educa. Conduce ad adesione formale e rigidità meccanica»

A Pavia, nel XXI anniversario di don Giussani, l’omelia del vescovo Corrado Sanguineti diventa un monito per la governance della Fraternità: autorità che educa la libertà, non automatismi che sfibrano i legami.

Pavia - Al Santuario di Santa Maria delle Grazie, nella serata di mercoledì 11 febbraio 2026, il vescovo di Pavia, mons. Corrado Sanguineti, ha presieduto la Santa Messa per il XXI anniversario della morte del Servo di Dio mons. Luigi Giussani, nel giorno che ricorda il riconoscimento della Fraternità di Comunione e Liberazione (11 febbraio 1982), memoria della Madonna di Lourdes.

L’omelia, costruita con un’ampia cornice biblica e mariana, non si è limitata al ricordo commemorativo. Sanguineti ha preso la scena di Lourdes come lente per leggere due modi opposti di intendere il comando: da una parte l’autorità ecclesiale capace di discernimento, umiltà e paternità; dall’altra l’autorità che si irrigidisce in schemi, fino a negare l’evidenza. Il vescovo ha richiamato la vicenda di Bernadette e il diverso atteggiamento del parroco Peyramale e delle autorità civili: dentro la vita della Chiesa possono ripresentarsi dinamiche analoghe, e la questione dell’autorità va oltre l’organigramma riguarda il modo in cui si educa e si custodisce la libertà.

È qui che il monito di Mons. Sanguineti diventa esplicito e, alla luce delle tensioni interne del movimento, suona come un avviso scritto in caratteri cubitali. Il vescovo parla di una “visione autentica del servizio dell’autorità e dell’obbedienza come espressione della fede”, perché una concezione “ristretta” di questi due elementi - dice - non fa crescere la libertà delle persone e trascina la vita comunitaria verso forme sterilemente formali: “un’adesione formale” o una “rigidità meccanica”, con conseguenze concrete e verificabili: fatiche, disagio, distanze del cuore, tensioni e perfino abbandoni. E aggiunge un passaggio decisivo: la responsabilità del carisma riguarda tutti, ma “investe in modo particolare chi oggi ha il compito di guidare la Fraternità”, chiamato a esercitare l’autorità in modo autentico ed educare a un’obbedienza“veramente umana e cristiana”, da uomini e donne consapevoli dell’appartenenza a Cristo.

Per sostenere questa linea, il vescovo non resta nel registro delle buone intenzioni. Riprende due testi di don Giussani, mirati e taglienti. Nel primo, tratto da Si può vivere così, l’obbedienza viene descritta come un gesto dell’io, una forma di amicizia che coinvolge la ragione e la vita: “una concezione meccanica, gregaria” può forse reggere “entro certi limiti” in un corpo militare, ma non in un’esperienza di Chiesa; quando l’obbedienza non matura, diventa “schiavitù”, “roba da bambini e da ‘signora maestra’”. Nel secondo, dagli Esercizi della Fraternità del 1993, Giussani distingue autorità e autorevolezza: l’autorità “assicura la strada” perché riconosciuta dalla Chiesa; l’autorevolezza “riscalda i passi”, rende persuaso il cammino, sostiene il sacrificio, ed è legata a una santità vissuta. Una distinzione che, letta oggi, suona come un criterio per smascherare certe liturgie di comando senza anima. Alla luce di tutto quanto è emerso in questi mesi - dei documenti portati alla luce da Silere non possum e delle numerose lettere di protesta e di richiesta di spiegazioni che vengono inviate ogni giorno a Davide Prosperi - le parole di Sanguineti mettono a nudo un dato elementare: se il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha scelto di catapultare CL a uno status di élite sganciata dalla realtà ecclesiale e diocesana, i vescovi diocesani non ci stanno. E non si tratta di una reazione episodica: da più parti d’Italia diversi ordinari stanno cominciando a far sentire la loro voce, perché la vita della Chiesa non si governa con automatismi, né con assetti che pretendono di funzionare come una cittadella separata.

Mons. Mario Enrico Delpini, ad esempio, è uno di quei coraggiosi pastori che i vertici dell’attuale governance attaccano spesso perché sanno bene che non si fa intimidire o prendere in giro da dei laici sprovveduti. Ma non si tratta di casi isolati: in questi mesi, altri vescovi e cardinali sono andati in udienza anche da Papa Leone XIV. Il punto, però, non è la cronaca delle visite o la rissa delle dichiarazioni: è l’idea di Chiesa che riemerge, e che Sanguineti richiama con la precisione di chi ben conosce la situazione del movimento e delle varie realtà collegate. 

L’omelia del vescovo Sanguineti consegna così una misura severa per leggere ciò che sta accadendo: l’autorità o educa la libertà e custodisce il carisma, oppure produce obbedienze di facciata e rigidità che sfibrano i legami. Il presule, citando Giussani, ha indicato il discrimine: chi guida ha una “grave responsabilità”, e la Chiesa non può accontentarsi di un potere che comanda; pretende una autorità capace di autorevolezza, umile nel riconoscere “i punti vivi di testimonianza”, perché l’edificazione non nasce dalle strutture, ma dalla verità di una vita cristiana condivisa.

d.S.V.
Silere non possum



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