Milano - Questa mattina l’Arcivescovo Mario Enrico Delpini ha presieduto, in Duomo a Milano, la Santa Messa Crismale. Hanno concelebrato con lui i vescovi e circa 800 sacerdoti ambrosiani. Nell’omelia il presule ha posto al centro il senso della missione sacerdotale in un tempo segnato da stanchezza, indifferenza, ferite personali e smarrimento sociale.
La predicazione dell’Arcivescovo Delpini conserva un tratto del tutto personale, riconoscibile e raro per densità e finezza. Il suo linguaggio, sorretto da una costruzione letteraria essenziale ma molto incisiva, rende omelie, interventi e scritti strumenti di autentica formazione, capaci di accompagnare non soltanto i fedeli e il clero ambrosiano, ma chiunque abbia occasione di ascoltarlo. Anche questa mattina ha offerto una meditazione di notevole spessore, misurata e penetrante, nella quale la condizione concreta degli uomini e la vocazione del clero sono state assunte con pieno realismo dentro il tempo presente.
Il punto di partenza scelto da Delpini è stato: “Ci chiama l’infelicità del mondo”. In questa frase è raccolto l’asse dell’intera riflessione. L’arcivescovo non ha descritto il sacerdote come una figura separata dalla vita reale, ma come uomo mandato proprio là dove l’esistenza si fa più pesante: nelle famiglie ferite, nella sofferenza dei malati, nell’angoscia di chi teme il “dopo di noi” per i figli, nella solitudine di chi viene da lontano e si sente dire che non c’è posto neppure per lui. Per Delpini, infatti, i preti e i diaconi conoscono questa infelicità non dall’esterno, ma da dentro, perché ne portano essi stessi i segni: “non come spettatori che osservano da fuori, ma come uomini che riconoscono anche in sé stessi tracce di infelicità e ferite che la vita non risparmia, a nessuno”.
Monsignor Delpini ha poi ricordato che esiste anche un’infelicità che non chiama i presbiteri, che cerca altrove i propri rimedi e che spesso percepisce i discepoli di Cristo come presenze fastidiose, inutili o persino antipatiche. L’Arcivescovo ha riconosciuto la frustrazione di molti sacerdoti davanti a porte che non si aprono, ma non lascia spazio al ripiegamento. Il criterio non è il successo, bensì la missione. Gesù, ha ricordato il presule, manda i Dodici dopo il rifiuto subito a Nazaret.
L’Arcivescovo ha spiegato che i discepoli sono mandati per una missione di “liberazione, di consolazione, di guarigione”. Delpini insiste sul fatto che essi non possono attardarsi nei propri problemi interni, né fermarsi a discutere di gerarchie, ruoli e primati, perché c’è un popolo ferito che attende. Il ministero viene così ricondotto alla sua forma essenziale: annunciare il Vangelo, portare la parola che chiama alla conversione, esercitare una presenza che si prende a cuore l’infelicità del mondo.
Molto significativa è stata poi la riflessione sul mandato evangelico “a due a due”, che Delpini ha letto come figura della fraternità sacerdotale. Il presbiterio, in questa prospettiva, non è un rifugio, non è “il nido in cui trovarsi bene”, ma la condizione storica perché la missione possa essere vissuta. Il vescovo, i preti, i diaconi sono compresi dentro una dinamica di comunione che deve rendere visibile una grazia di appartenenza. In questo senso la fraternità non è un elemento accessorio, ma una forma del ministero stesso. Le parole forse più incisive, anche per la loro immediatezza, sono arrivate quando l’arcivescovo ha descritto la stanchezza diffusa che attraversa la città e gli stessi ministri: “La città è stanca, la gente è stanca”. Delpini ha parlato di un’“arte di stancarsi”, di un’irrequietezza che consuma e svuota, facendo perdere il gusto della pace, della preghiera, degli affetti e della compagnia a chi soffre.
Nel discorso alla città dell’anno 2024 Delpini denunciò: «La gente non è stanca della vita, perché la vita è un dono di Dio che continua a essere motivo di stupore e di gratitudine. La gente è stanca di una vita senza senso, che è interpretata come un ineluttabile andare verso la morte. È stanca di una previsione di futuro che non lascia speranza. È stanca di una vita appiattita sulla terra, tra le cose ridotte a oggetti, nei rapporti ridotti a esperimenti precari. È stanca perché è stata derubata dell’“oltre” che dà senso al presente, sostanza al desiderio, significato al futuro». Questa mattina ha riconosciuto che anche i discepoli avvertono questa stanchezza come un contagio. Eppure proprio qui si misura la loro vocazione: continuare a percorrere le strade degli uomini, portare i pesi gli uni degli altri, tenere vivo il desiderio dell’incontro con il Signore, indicare la via del riposo di Dio.
Delpini ha poi riflettuto sull’olio e sulla guarigione. Ha tenuto lontana ogni rappresentazione del sacerdote come figura forte, risolutiva e autosufficiente. Al contrario, ha detto con chiarezza che i discepoli sono mandati a prendersi cura dell’infelicità del mondo pur essendo, in sé stessi, poveri e impotenti: non hanno risorse, non hanno medicine, non hanno ricette. Hanno la parola di Gesù, il potere ricevuto da Lui, l’olio che agisce per la potenza dello Spirito Santo. Per questo il sacerdote resta anzitutto uomo di fede, non padrone della grazia. Uno dei passaggi più belli dell’omelia è proprio quello in cui Delpini ha definito la giusta autocoscienza del ministro ordinato: i presbiteri “non presumono di essere guaritori ma piuttosto di essere guariti che portano un messaggio di guarigione”. È qui che troviamo il centro teologico e umano del suo discorso. Il sacerdote non è colui che domina la ferita altrui da una posizione superiore; è uno che, mentre unge le ferite degli altri, scopre che lo Spirito continua a prendersi cura delle sue. Per questo il ministero non è autoaffermazione, ma salvezza ricevuta e trasmessa; non è prestigio, ma servizio; non è immunità dal male, ma affidamento all’opera di Dio che salva.
Nelle battute finali, Delpini ha anche richiamato alcuni testi recenti di Papa Leone XIV rivolti ai preti, presentandoli come letture preziose per il clero e ha invitato i sacerdoti a riprenderli e meditarli.
d.S.C.
Silere non possum