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Diocesi di Novara

Novara - Questa mattina, Giovedì Santo, alle ore 9.30, nel Duomo di Novara dedicato a Santa Maria Assunta, mons. Franco Giulio Brambilla ha presieduto la Santa Messa Crismale insieme ai sacerdoti della diocesi. È una delle celebrazioni più dense dell’intero anno liturgico, perché raccoglie attorno al vescovo il presbiterio della Chiesa locale nel giorno in cui la Chiesa fa memoria dell’istituzione del sacerdozio ministeriale.

La liturgia della Santa Messa Crismale

La liturgia ce lo ricorda in questo giorno peculiare: il Figlio è il Messia unto dal Padre e la Chiesa, resa partecipe della sua consacrazione, è chiamata a testimoniare nel mondo l’opera della salvezza. Lo abbiamo pregato nella colletta, lo abbamo ascoltato nella Parola di Dio e lo abbiamo affermato anche nel prefazio, il quale presenta Cristo come mediatore della nuova ed eterna alleanza e i sacerdoti come partecipi del suo ministero per nutrire il popolo con la Parola e santificarlo con i sacramenti.

La Messa Crismale ha una fisionomia propria. Non è soltanto la celebrazione nella quale vengono benedetti gli oli santi che saranno poi usati durante l’anno nelle parrocchie e nelle comunità della diocesi. È anche la liturgia nella quale il presbiterio si stringe attorno al proprio vescovo e rinnova, davanti al popolo di Dio, la coscienza del ministero ricevuto. Nel cuore del rito sta il rinnovo delle promesse sacerdotali. Il vescovo ha interrogato i presbiteri su tre punti essenziali: la volontà di rinnovare le promesse fatte nel giorno dell’ordinazione, il desiderio di unirsi più intimamente al Signore Gesù rinunciando a se stessi, e la disponibilità a essere fedeli dispensatori dei misteri di Dio nella santa Eucaristia, nelle altre azioni liturgiche e nel ministero della Parola, lasciandosi guidare dall’amore per i fratelli e non da interessi umani. Subito dopo, l’assemblea è stata coinvolta direttamente con un appello semplice e severo: “pregate per i vostri sacerdoti”. In questa sequenza la liturgia ci ricorda che il sacerdozio non appartiene al singolo prete come possesso personale, ma vive nella relazione con Cristo, con il vescovo e con il popolo affidato.

La seconda grande peculiarità della Messa Crismale è la benedizione degli oli. L’olio dei catecumeni viene presentato dalla liturgia come segno di forza: abbiamo pregato affinchè coloro che ne riceveranno l’unzione comprendano più profondamente il Vangelo, assumano con generosità gli impegni della vita cristiana e gustino la gioia di rinascere nella Chiesa. L’olio degli infermi, invece, è legato alla consolazione, al sollievo e alla guarigione: abbiamo invocato Dio come Padre della consolazione e abbiamo domandato che chi sarà unto venga liberato dal dolore, dall’infermità e dalla malattia. Infine il santo crisma, mescolato al profumo, è destinato alla consacrazione: nella preghiera abbiamo chiesto che quanti ne riceveranno l’unzione siano interiormente consacrati e resi partecipi della missione di Cristo Redentore. In queste tre preghiere si raccoglie una sintesi potente della vita cristiana: lotta, cura, consacrazione.

Non è secondario che la liturgia concluda chiedendo ai ministri di custodire con rispetto questi oli, perché attraverso di essi la grazia divina fluisca nelle anime come forza e vita. Gli oli sono il segno sacramentale di una Chiesa che accompagna l’uomo nelle soglie decisive dell’esistenza: l’ingresso nella fede, la prova della malattia, la consacrazione battesimale e cresimale, l’ordinazione, la dedicazione degli altari e delle chiese. Per questo la Santa Messa Crismale manifesta ogni anno il volto più concreto della sacramentalità della Chiesa: una grazia che raggiunge i corpi, le storie, le ferite, le vocazioni.

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L’omelia del vescovo Franco Giulio

Dentro la cornice liturgica della Messa Crismale, mons. Franco Giulio Brambilla ha voluto consegnare ai suoi sacerdoti una riflessione di notevole spessore sul tema dell’amicizia spirituale. Per farlo si è richiamato alle parole di sant’Aelredo di Rievaulx, soffermandosi su una concezione di amicizia intesa come custodia reciproca dell’anima. L’amico, ha ricordato il vescovo, è colui che sa custodire nel silenzio fedele i segreti del cuore, accoglie con pazienza l’imperfezione dell’altro, partecipa alla sua gioia e al suo dolore, fino a sentire come proprio ciò che appartiene all’amico. È una scelta significativa, tanto più in un tempo in cui i sacerdoti della diocesi hanno attraversato sofferenze profonde anche all’interno del proprio presbiterio. Per questo il richiamo di Brambilla assume il valore di un vero criterio di vita ecclesiale e di esercizio del ministero. Nel giorno in cui i presbiteri rinnovano davanti al vescovo le promesse della loro ordinazione, l’amicizia spirituale viene indicata come una necessità concreta: il ministero sacerdotale non può essere vissuto nella solitudine, nella diffidenza, nel chiacchiericcio o ridotto a una funzione.

Il vescovo, attraverso questo testo, ha anche distinto le amicizie false da quella vera. Da una parte vi sono le forme carnali e mondane dell’amicizia, segnate da impulsività, interesse, utilità e instabilità; dall’altra vi è l’amicizia spirituale, cercata per il suo valore proprio, fondata su una somiglianza di vita, di abitudini e di aspirazioni, e definita come sintonia nelle cose umane e divine, piena di benevolenza e di carità. È un passaggio importante, perché applicato al presbiterio significa che la comunione sacerdotale non nasce da convenienze, gruppetti, fazioni, schieramenti o affinità tattiche, ma da una comune conformazione a Cristo. L’amicizia spirituale, così intesa, ha una struttura morale precisa: è guidata dalla prudenza, retta dalla giustizia, custodita dalla fortezza, moderata dalla temperanza.

C’è poi un altro tratto dell’omelia che merita attenzione. Brambilla ha insistito sui frutti dell’amicizia, fino a definirla una “medicina per la vita”. L’immagine è di particolare rilievo nel contesto del Giovedì Santo, perché collega il ministero sacerdotale alla necessità di una fraternità reale e concreta. Un uomo senza amici, ha detto, resta esposto alla solitudine più radicale; l’amico, invece, è colui con cui si può parlare come a se stessi, confidare errori, progressi spirituali, segreti e progetti del cuore. Trasposta nella vita del clero, questa riflessione tocca un punto decisivo: un presbiterio senza amicizia spirituale rischia di diventare una somma di individualità parallele; un presbiterio che coltiva questa forma di comunione può invece sostenersi nelle prove, correggersi senza umiliazione e condividere il peso del ministero. Concludendo il presule ha pregato: «Signore, abbiamo bisogno tutti dell’amicizia come medicina della vita. Donaci la saggezza di vivere un ministero che coltivi l’amicizia spirituale, ne discerna i suoi erramenti, tentazioni e ricuperi, e, infine, ne benefici dei suoi frutti»

Si tratta di una chiave pastorale di grande spessore. Nella Santa Messa Crismale, infatti, la Chiesa non celebra un sacerdozio astratto, ma domanda che i ministri siano realmente configurati a Cristo nel modo di amare, servire, custodire e accompagnare. La benedizione degli olii, il rinnovo delle promesse e questa profonda meditazione offerta dal vescovo Franco Giulio finiscono così per convergere in un unico centro: la forma del prete deve essere quella di Cristo, e questa forma chiede fedeltà sacramentale, comunione ecclesiale e fraternità vissuta.

d.M.L.
Silere non possum




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