L'odio online non è un fenomeno nuovo, ma la sua pervasività e intensità continuano a crescere in modi allarmanti. Le piattaforme social, nate per connettere persone, si trasformano troppo spesso in arene digitali dove l'insulto e la denigrazione diventano la norma. Ma cosa spinge individui altrimenti pacati a scatenare tanta aggressività dietro a uno schermo? E cosa succede quando chi dovrebbe dare il buon esempio, come politici e vescovi, si unisce a questo coro di ostilità? Questo non è solo un problema di maleducazione. È una crisi della cittadinanza digitale che avvelena il dibattito pubblico e ferisce profondamente le persone. È tempo di analizzare le radici di questo fenomeno e capire come possiamo invertire la rotta.

L'effetto disinibitorio: perché lo schermo ci rende peggiori

Uno dei concetti chiave per comprendere l'odio online è l'"effetto disinibitorio". Lo schermo del computer o dello smartphone agisce come un filtro, una barriera che ci separa fisicamente dall'interlocutore. Questa distanza attenua l'empatia e riduce le normali inibizioni sociali che regolano le nostre interazioni faccia a faccia.

Quando non vediamo la reazione emotiva dell'altro - un'espressione ferita, una lacrima, un gesto di sconforto - è più facile dimenticare che dall'altra parte c'è un essere umano con sentimenti reali. La comunicazione diventa astratta, quasi un videogioco dove le parole sono armi e gli altri utenti semplici avatar da colpire. L'anonimato, o anche solo la percezione di esso, amplifica questo effetto, dando l'illusione che non ci saranno conseguenze per le proprie azioni. In modo particolare in un Paese in cui la giustizia non funziona affatto. Questo meccanismo psicologico spiega perché persone che avrebbero paura anche solo a parlare in una discussione pubblica si sentano autorizzate a lanciare insulti e minacce online. Lo schermo crea un cortocircuito empatico, trasformando il dialogo in un monologo aggressivo.

Quando il cattivo esempio viene dall'alto

Il problema diventa ancora più grave quando l'aggressività verbale viene accettata e praticata da figure pubbliche. Politici, leader di partito e persino esponenti del clero, come preti e vescovi, ricorrono sempre più spesso a un linguaggio violento sui social media. Questo avviene per polarizzare l'elettorato, screditare gli avversari o semplicemente attirare l'attenzione in un flusso continuo di notizie. Paradossalmente, capita che persone che esprimono opinioni non offensive vengano accusate di insultare, mentre chi li accusa utilizza toni ben più aggressivi. Leggendo i commenti, si nota spesso che l'insulto vero proviene da chi si erge a giudice, non da chi è accusato. Questo fenomeno non si limita al web, ma si manifesta anche nella vita reale, persino all'interno delle nostre comunità cattoliche. È frequente che si etichetti una persona o una posizione come "polarizzante", quando in realtà chi applica quell'etichetta contribuisce a polarizzare molto di più. Nella nostra comunità sembra mancare sempre più il senso del reale e dell'oggettività, con tutto filtrato attraverso prospettive distorte e poco funzionali. Viviamo in una società sempre più segnata dalla polarizzazione. Politici che insultano, giornalisti bersagliati da offese, e persino vescovi che ricorrono a calunnie e linguaggi offensivi sono ormai parte del panorama quotidiano. Questo spettacolo crea un effetto normalizzante: chi osserva si sente autorizzato a replicare lo stesso tipo di linguaggio. Quando una figura pubblica adotta toni aggressivi, trasmette ai propri sostenitori il messaggio che l'insulto è un mezzo politico legittimo e che l'avversario non merita rispetto, ma solo disprezzo. Questo atteggiamento genera un effetto domino pericoloso: se lo fa lui, perché non dovrei farlo anch'io?

Allo stesso modo, quando una figura religiosa, che per definizione dovrebbe predicare amore e comprensione, usa toni carichi d'odio, tradisce la sua stessa missione. Si crea una dissonanza cognitiva che confonde i fedeli e mina la credibilità morale dell'istituzione che rappresenta. Il risultato è un abbassamento generale del livello del dibattito, dove la violenza verbale diventa la norma anziché l'eccezione.

Un esempio emblematico è quello del vescovo Giovanni Ricchiuti, che recentemente ha espresso la propria frustrazione e rabbia in un commento su Facebook. Sotto un post che riportava un'intervista al cardinale Camillo Ruini, suo confratello nell'episcopato, Ricchiuti ha pubblicato un commento pubblico che ha suscitato imbarazzo: «Basta guardarlo in faccia per capire chi è e che cosa ha "combinato" da Presidente CEI! Possibile che non abbia l'umiltà (o la ...decenza) di fare saggiamente silenzio? Ha parlato tanto e non si rende ancora conto che da tempo avrebbe dovuto "TACERE"? Ha ragione Toni Mira: INCURABILE!!! Aggiungo: INSOPPORTABILE!!!».

Un linguaggio del genere, più simile a quello di una bisbetica anziana signora sopraffatta dall'isteria che a un successore degli apostoli, solleva interrogativi sulla coerenza con il ruolo che ricopre. Ricchiuti, che è anche Presidente di Pax Christi Italia, un movimento per la pace, sembra contraddire i principi che egli stesso dovrebbe promuovere.

Eppure, Leone XIV in questi mesi è tornato spesso e con forza a ricordarci che la pace nel mondo inizia dalla pace delle parole. Nel suo messaggio per la Quaresima, ha sottolineato l'importanza di "disarmare il linguaggio", rinunciando a parole taglienti, giudizi affrettati e calunnie, per lasciare spazio a gentilezza e rispetto. Ha invitato tutti, dai leader politici ai comuni cittadini, a misurare le proprie parole, specialmente nei social media e nei dibattiti pubblici, affinché l'odio venga sostituito da speranza e pace. Rivolgendosi ai media, a maggio dell’anno scorso, ha ribadito che una comunicazione disarmata, libera da pregiudizi e aggressività, è essenziale per costruire un mondo più giusto e umano. Se non partiamo da noi stessi, insomma, la pace globale resterà un'utopia, e il ruolo di figure come questi vescovi presidenti di associazioni rischia di ridursi a sterili dichiarazioni prive di impatto reale.

Costruire narrazioni alternative per contrastare l'odio

Affrontare l'odio online esclusivamente con repressione e censura non basta. In un Paese come l’Italia, dove spesso la giustizia è più concentrata su battaglie politiche, come i Referendum, che sulla stesura di sentenze, è ancora più evidente che la vera sfida è culturale. Per contrastare l'ostilità, è necessario sottrarle ossigeno attraverso la costruzione di "narrazioni alternative". Ma cosa significa, in concreto? Significa promuovere un modo diverso di vivere il web, rispondendo all'odio non con altro odio, ma con la forza degli argomenti. È fondamentale distinguere tra un'inchiesta o un commento critico su fatti specifici, professioni o azioni, e l'insulto gratuito, la delegittimazione o il commento aggressivo e risentito. Se non siamo in grado di cogliere questa differenza, dobbiamo riconoscere di avere già bisogno di un aiuto.

Empatia e narrazioni positive devono essere al centro di questo processo, senza mai perdere di vista il racconto della realtà e della verità. È essenziale valorizzare il dialogo rispettoso, mettere in luce esempi di dibattito costruttivo e creare comunità digitali fondate sul sostegno reciproco, piuttosto che sulla denigrazione. Questo cambiamento deve partire da noi stessi. Spesso, pur essendo più giovani, siamo chiamati a dare il buon esempio, anche a chi, deluso dalla vita, trascorre il proprio tempo online, magari a sessant'anni o più, insultando gli altri. Dobbiamo ricordare che dietro ogni profilo c'è una persona reale e che le parole, anche nel mondo digitale, hanno un peso. La responsabilità, però, non è solo individuale: è collettiva. Solo così potremo costruire un ambiente online più sano e rispettoso.

Verso una nuova cittadinanza digitale

È fondamentale riscoprire il valore della civiltà anche negli spazi digitali. Dobbiamo esigere di più da noi stessi e dai nostri leader, sia politici che spirituali. È tempo di smettere di premiare con like e condivisioni i contenuti aggressivi, scegliendo invece di sostenere chi favorisce un dialogo rispettoso e costruttivo. Sappiamo bene che le dinamiche del web spesso premiano la provocazione, ma se vogliamo trasformarlo in un luogo più positivo e utile, dobbiamo isolare e ridurre al silenzio chi lo sfrutta per ferire e dividere. La tecnologia ci ha dato strumenti potentissimi. Sta a noi decidere se usarli per costruire ponti o per erigere muri di ostilità. Recuperare l'empatia, anche attraverso uno schermo, non è un segno di debolezza, ma il più grande atto di forza di cui la nostra società ha disperatamente bisogno.

d.A.C.
Silere non possum