L'intervento di Edmondo Bruti Liberati sulle pagine de Il Foglio di ieri solleva, ancora una volta, un tema di grande rilevanza per il funzionamento della giustizia in Italia: il rapporto tra magistrati e opinione pubblica. L'ex procuratore capo di Milano e già presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati ha espresso il suo punto di vista sulla riapertura del caso Garlasco, difendendo l'operato della magistratura e ridimensionando il rischio di crisi della giustizia. Tuttavia, le sue dichiarazioni mettono in luce un problema più profondo e strutturale, ossia la tendenza di alcuni magistrati a ricercare un ruolo pubblico e mediatico che esula dalle loro funzioni.

Il problema della magistratura parlante

I magistrati non dovrebbero mai esprimersi pubblicamente sulle scelte processuali che compiono. La giustizia, per sua natura, deve essere amministrata con discrezione, nell'assoluto rispetto delle regole e senza interferenze di tipo mediatico o politico. Quando un pubblico ministero avverte la necessità di giustificare pubblicamente il proprio operato, emerge una chiara difficoltà a mantenere la neutralità e l'equilibrio che la funzione richiede. Bruti Liberati rappresenta, in questo senso, l'esempio più lampante di una magistratura che non riesce a svolgere il proprio compito senza cercare l'attenzione del pubblico. Già alla guida dell'ANM, ha incarnato quel modello di magistrato che ha fatto della comunicazione uno strumento per accrescere la propria influenza, spesso sacrificando la serenità del dibattito giuridico sull'altare della visibilità personale.

"Fiducia nella giustizia", dice qualcuno

Se da un lato la magistratura non si esime dal commentare il proprio operato, dall'altro è legittimo chiedersi per quale motivo i cittadini italiani continuino ad avere fiducia in un'istituzione che negli ultimi anni ha dimostrato molteplici limiti nel rispettare il proprio mandato. La crisi della magistratura è sotto gli occhi di tutti: dalla politicizzazione di alcune procure alla gestione discutibile di numerosi procedimenti giudiziari, il sistema giudiziario italiano sembra spesso più attento all'opinione pubblica che al codice di procedura penale. Il caso Garlasco ne è un esempio emblematico. Andrea Sempio, il nuovo sospettato, viene ora definito dai media come "il nuovo o vero colpevole" e si mette in discussione la condanna di Alberto Stasi. Tuttavia, la procura non ha mai affermato che, se Sempio è colpevole, allora Stasi non lo sia. Nonostante ciò, l'opinione pubblica e i media tendono a credere ciecamente a ogni azione della procura, o a ciò che pensano essa stia facendo. È curioso notare come l'opinione pubblica sembri ritenere un errore giudiziario possibile solo quando è la stessa procura o il tribunale ad ammetterlo. Nessuno, però, si interroga sui tanti innocenti che si trovano in carcere a causa di errori giudiziari che lo Stato non è pronto ad ammettere. La narrazione dominante sembra voler trasformare ogni sviluppo processuale in una verità assoluta, senza spazio per il dubbio e per la riflessione critica. Eppure, non ci risulta che la costituzione dogmatica Pastor Aeternus parlasse dei magistrati, oltre che del Papa.

Giustizia umana e Giustizia divina

La magistratura italiana ha bisogno di ritrovare il proprio ruolo originario: garantire giustizia con discrezione, senza cercare ribalte mediatiche o visibilità personale. I magistrati dovrebbero lasciare che a parlare siano i fatti e le sentenze, non le ospitate in televisione, le interviste e gli editoriali. Il caso Garlasco dovrebbe farci riflettere su un aspetto fondamentale: anche una "condanna definitiva" non è sempre una garanzia assoluta di giustizia. Come ha affermato il Ministro Carlo Nordio, "la giustizia umana è, per definizione, incerta e fallibile. È anzi un paradosso singolare che la nostra religione, la nostra filosofia e la nostra scienza si fondino su tre processi sostanzialmente iniqui: la crocifissione di Gesù, come le condanne di Galileo e di Socrate suscitano in noi un sentimento di ripudio, malgrado siano state irrogate ed eseguite secondo procedure legali." Questo ci insegna che il diritto positivo, per quanto ben strutturato, non può mai prescindere da una riflessione etica e culturale. Se i cittadini stanno perdendo fiducia in un sistema che spesso dimostra di non essere all'altezza del proprio compito, la responsabilità è anche di un'informazione che alimenta la spettacolarizzazione della giustizia piuttosto che il suo autentico esercizio. Fino a quando magistrati come Bruti Liberati continueranno a incarnare il modello di una giustizia parlante, la credibilità dell'intero sistema non potrà che continuare a vacillare.

F.P.
Silere non possum